La Grande Guerra

Il 2 giugno si è chiusa, presso il centro commerciale “Le Cupole” di San Giuliano Milanese, la mostra sulla Grande Guerra tenuta dal professor Stefano Sportelli. Il materiale presente all’esposizione era di grande valore storico e, tranne per qualche eccezione, tutto originale. Con mia sorpresa il professore ha affermato che i documenti lì presenti erano solo una minima parte della sua personale collezione. La raccolta comprendeva locandine pubblicitarie e propagandistiche, fotografie, lettere dal fronte e anche la bicicletta di un bersagliere.
Data la varietà delle testimonianze presenti ho avuto inizialmente qualche perplessità nel capire quale fosse il filo conduttore. Il professor Sportelli mi ha così spiegato che sua intenzione era mostrare come l’Italia del ’15-’18 fosse una nazione spaccata al suo interno. Mentre nelle zone nord-orientali della penisolaandava in scena l’ultimo capitolo delle guerre d’indipendenza, il resto d’Italia continuava la propria vita. Arrivava qui un’immagine della guerra deviata, poco nitida, filtrata dall’ingannevole voce della propaganda che fomentava l’odio antitedesco ed antiaustriaco. Sul fronte, intanto si moriva.  
Ungaretti recita:
Soldati
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
La guerra era morte, era sangue. Gli ordini assurdi degli ufficiali guidavano alla morte migliaia di persone. Vite spazzate via in un secondo. Un’inquietudine, una precarietà della vita che veniva censurata anche dalle lettere. Non doveva arrivare notizia dell’orrore della guerra mentre Sonnino siglava gli accordi segreti per farci entrare in guerra al fianco di Inghilterra e Francia. Non doveva arrivare notizia dell’orrore della guerra mentre D’Annunzio proseguiva la auto glorificazione narcisistica della propria immagine di eroe. Così mentre al fronte i disertori, coloro che si rifiutavano di combattere una guerra non loro, venivano condannati ai plotoni d’esecuzione, nelle città italiane si sperimentava per la prima volta la pubblicità e la società dei consumi. Tra i vari documenti presenti vi era persino la promozione di prodotti contro la calvizie ed i capelli bianchi. Per esempio esisteva un “miracoloso pettine che passato attraverso le folte chiome sempre più bianche, la tingeva del colore naturale per due mesi. La propaganda, al pari della pubblicità, suggestionava, faceva sì che si sentisse il nemico alle porte o che gli imperi del “male” fossero enormi mostri tentacolari pronti a divorarsi l’Europa ed il mondo. In tal modo, tanti, soprattutto giovani, si arruolavano e si lanciavano dissennati sul campo di battaglia. Qui falciati dalla mitragliatrice andavano incontro alla morte o straziati rimanevano mutilati. Gli arditi che la propaganda e il ventennio tanto celebrarono non erano che ragazzi come me che sto qui comodo a scrivere. Non furono che un mezzo utilizzato da altri per combattere una contesa tra uomini potenti.

Con la mostra Stefano Sportelli ha voluto gridare l’inutilità, il dolore della guerra che è sempre vicina come nell’attualissimo caso dell’Ucraina. Ma perché questo finisca dobbiamo ricucire quella separazione, già presente cent’anni fa, tra noi che siamo in pace e loro che sono in guerra. Dobbiamo ricordare tutte le vittime che cadono quotidianamente in tutto il mondo per i  giochi crudeli di criminali e uomini potenti e operare coralmente per la pace e non limitarci a godercela passivamente. Un proclama che il professore ha voluto sottolineare in grassetto nell’introduzione all’opuscolo relativo questo piccolo viaggio nel passato e nel male che l’uomo può creare.

Alessandro Sicignano – Foto Luigi Sarzi Amadè

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