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Un romanzo intenso e complesso. Un giallo ambientato in un paesino di montagna (in omaggio alla terra d’origine dell’autrice, Ilaria Tuti, che lo ribadisce nelle note finali), dove si verificano una serie di delitti e fatti criminali apparentemente senza senso, eppure legati da un filo logico che poco alla volta verrà alla luce, grazie alla tenacia del Commissario di Polizia Teresa Battaglia e del suo vice, Massimo Marini. L’indagine si presenta da subito complicata, resa ancora più difficile dall’atteggiamento al limite dell’ostilità dei paesani, che non collaborano affatto, spaventati, forse, dalla possibilità che vengano alla luce segreti inconfessati e debolezze che si vorrebbero tenere nascoste e “circoscritte” all’interno della propria comunità. Nonostante le difficoltà, comunque, attraverso un paziente lavoro fatto di ricostruzioni, interrogatori ed ipotesi, come si conviene ad un romanzo giallo che si rispetti, alla fine la verità si rivela in tutta la sua crudeltà e disperazione, ed è una verità dolorosa, non solo per le vittime degli omicidi e delle aggressioni, ma per tutti i protagonisti della vicenda, carnefici compresi.

Ma la bellezza di questo romanzo va al di là della storia, che presenta come abbiamo visto molti dei canoni classici del romanzo giallo (o noir o thriller che dir si voglia). Prima di tutto, l’ambientazione, non soltanto la descrizione puntuale ed appassionata dei luoghi in cui la vicenda si svolge che, abbiamo detto, fanno un chiaro riferimento alla terra di origine dell’autrice, la Carnia e il Friuli, ma anche l’atmosfera che circonda questi luoghi: la vicenda si svolge in inverno ( e si concluderà, significativamente, all’inizio della primavera), con le sue giornate corte e buie e le notti ancora più buie e fredde. E questo freddo e questo buio sembrano entrare anche nell’animo dei personaggi che animano il racconto, sia sotto forma di una malattia vera e propria, sia come mancanza di empatia verso il prossimo.

L’empatia, così come la sua mancanza, costituiscono una specie di leit motiv della narrazione, informano profondamente, sia in senso positivo che negativo, i comportamenti, i pensieri e le riflessioni dei protagonisti e sarà proprio l’empatia, intesa come immedesimazione nell’altro e nella sofferenza del prossimo, a portare alla soluzione del caso.

E non è forse un caso che, al centro di tutto, stiano i bambini, capaci più degli adulti, forse perché ancora privi delle sovrastrutture mentali e psichiche che emergono nella vita adulta, di provare empatia, più o meno consapevolmente, nei confronti degli altri. E di questa centralità è ben consapevole il Commissario Battaglia, una donna che, per vicissitudini private, non ha mai potuto averne:

 

Bambini. Sembrano il perno di questa girandola di morte e allo stesso tempo di speranza: bambini che sopravvivono, che lottano, che amano nonostante tutto.

È un inchino alla vita, questo sentimento che mi attraversa da quando sono arrivata nella valle.

Un inchino alla vita e al suo dispiegarsi anche in assenza di luce e di cure.

È lei la più forte, e noi i suoi strumenti.”(cit. “Fiori Sopra L’Inferno – Cap. 63)

 

E di bambini, in questo romanzo, ce ne sono davvero tanti: purtroppo, sono quasi tutti bambini abusati, cresciuti in famiglie ostili, costretti, in alcuni casi a diventare “grandi” prima del tempo, ma che alla fine del racconto, dopo che il caso è stato risolto, riescono ad essere liberi e, forse per la prima volta in vita loro, felici.

 

Lo abbiamo detto all’inizio: questo è un romanzo intenso e complesso, anche dal punto di vista temporale: la vicenda è ambientata ai giorni nostri, ma la narrazione compie alcuni salti temporali in avanti e indietro, che forse all’inizio risultano un po’ oscuri al lettore, ma che, man mano che il racconto si sviluppa, assumono una importanza sempre maggiore per comprendere lo svolgimento della vicenda.

Notevole, infine, è l’introspezione psicologica dell’autrice, che rivela una conoscenza piuttosto profonda dell’animo umano e delle dinamiche psichiche individuate dalla psicologia e dalla psicoanalisi (nel romanzo si accenna a Freud e alle sue teorie sullo sviluppo affettivo e cognitivo del bambino), mai comunque presentate in maniera pedante o ingombrante.

 

Un romanzo, in conclusione, ricco di spunti di riflessione, scritto in uno stile impeccabile e fluido: una narrazione coinvolgente, che cattura l’attenzione del lettore fin dalle prime righe.

Vi consigliamo di leggerlo insieme a FIORE DI ROCCIA, della stessa autrice, di cui pubblichiamo la recensione con articolo a parte.

 

Piera Scudeletti

 

Circolo 6 x4


BIOGRAFIA DI ILARIA TUTI (fonte WIKIPEDIA)

Nata nel 1976 a Gemona del Friuli[1], dove risiede[2], è laureata in Economia e Commercio[3].

Dopo aver lavorato come illustratrice[4], ha pubblicato racconti gialli e fantasy in riviste e antologie ottenendo il Premio Gran Giallo Città di Cattolica nel 2014[5]

Nel 2018 ha esordito nella narrativa gialla con il thriller Fiori sopra l'inferno[6] con protagonista la commissaria e profiler sessantenne Teresa Battaglia[7] che torna ad indagare anche del seguito, Ninfa dormiente, uscito l'anno successivo[8].

Nel 2020 ha pubblicato Fiore di roccia[9], romanzo storico ambientato nella prima guerra mondiale con protagoniste le portatrici carniche[10].

 

 

 

 


 

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