Allarme Unesco, il clima impazzito minaccia i monumenti Patrimonio dell’Umanità
Immaginate un mondo in cuiVeneziaabbia perso il suo secolare duello contro le acque della Laguna e laStatua della Libertàsia stata affondata da un uragano. Un mondo in cui imoaidiRapa Nuicrollino uno dopo l’altro, erosi alla base dal mare che fissavano enigmatici da quasi due millenni, e lebarriere corallinescompaiano, portandosi via il loro tesoro di biodiversità, uccise dall’acidità degli oceani. Un mondo senza Mont Saint Michel e senzaStonehenge, senza i gorilla di montagna dell’Africa centrale, i draghi di Komodo e gliorsi grizzly di Yellowstone. Non è un incubo fantascientifico buono per il prossimo colossal hollywoodiano: è lo scenario (il peggiore, certo) paventato dall’ultimorapporto Unesco sui cambiamenti climaticie i loro effetti sui siti Patrimonio dell’Umanità.
Il rapportoWorld Heritage and Tourism in a Changing Climate,stilato e diffuso oggi dall’Unesco, dall’Unep (United Nations Environment Program) e dall’Ucs (Union of Concerned Scientists), parla chiaro: “Il cambiamento climatico sta diventando uno dei maggiori rischi per i siti Patrimonio dell’Umanità in tutto il mondo”. Scienziati e analisti, guidati dal professor Adam Markham, si sono concentrati su31 casi-studiosparsi in 29 località, dalla Groenlandia al Sud Africa, dal Brasile al Giappone, passando naturalmente per la vecchia Europa. Ma i luoghi, i monumenti, le bellezze naturali in pericolo sono molti di più, e basterebbe ricordare l’indagine condotta nel 2014 dall’Università di Innsbruck con l’Istituto di Ricerca sull’Impatto Climatico di Potsdam, che individuava ben 130 siti Unesco minacciati dall’innalzamento del livello dei mari.
La storia è nota: la temperatura globale è aumentata di 1°C dall’era pre-industriale, con un’impennata a partire dagli anni ’50 e senza che il trend accenni ad arrestarsi; nell’atmosfera si registra oggi laconcentrazione di CO2 più alta degli ultimi 800mila anni; il trentennio che va dal 1983 al 2012 è stato per l’emisfero settentrionale il più caldo in 1400 anni. Unclima più caldoporta a un aumento dell’acidità degli oceani (+26% rispetto all’era pre-industriale), allo scioglimento di ghiacciai e calotte polari, a una maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi come tempeste, uragani, tsunami, siccità, a fenomeni di desertificazione, a incendi estesi e indomabili.
Sono stravolgimenti che si riflettono innanzitutto sugliequilibri degli ecosistemi, e se è vero che un certo grado di resilienza naturale consente in alcuni casi l’adattamento, la velocità dei cambiamenti può però essere letale per quelli più delicati. Ad esempio lebarriere coralline: sono lì, nei mari tropicali come quelli dellaNuova Caledonia, da centinaia di milioni di anni e negli ultimi 400mila sono riuscite ad adattarsi a vari mutamenti ambientali relativamente lenti; ma in questi 140 anni l’accelerazione del riscaldamento climatico el’acidificazione delle acque marinele hanno messe a dura prova. Secondo il rapporto Unesco, il70%di questo tesoro naturalistico potrebbe essereirrimediabilmente compromesso entro il 2030. Per salvarne almeno la metà bisognerebbe limitare l’innalzamento delle temperature a 1,2°C: un traguardo decisamente più ambizioso di quello del “ben al di sotto i 2°C” prospettato alla Conferenza sul Clima di Parigi.
E a rischiare non è solo la biodiversità marina. I cambiamenti del clima si sommano in una drammatica sinergia a fattori come l’inquinamento, l’urbanizzazione, le guerre, la povertà, lo sfruttamento incontrollato delle risorse e, non da ultimo,l’aumento del turismo di massa, minacciando sempre più seriamente santuari naturalistici, parchi e aree protette. Come il Parco Nazionale Impenetrabile di Bwindi, in Uganda, dove vivono gli ultimigorilla di montagna, o il paradiso botanico diCape Floral Kingdom, in Sud Africa; lo straordinario scrigno di biodiversità delleisole Galapagos, che ispirarono a Darwin la teoria dell’Evoluzione, o, ancora, ilParco Nazionale di Komodo, in Indonesia, casa degli unici 5000 esemplari del famosodrago, un delicato lucertolone per il quale l’aumento delle piogge e la variazione della vegetazione potrebbero rivelarsi letali. Persino la roccaforte diYellowstone, il più antico parco naturale del mondo, è in pericolo: le sue monumentali foreste sono attaccate da sempre più frequenti incendi e le temperature più alte hanno portato alla diffusione del micidiale scarabeo dei pini, piccolo devastatore che distrugge la fonte principale di cibo per diverse specie, tra cui lo scoiattolo rosso e l’iconicoorso grizzly.
Se le specie a rischio a volte riescono a salvarsi migrando in altri territori e attuando istintive strategie di resilienza, permonumenti e tesori archeologiciinvece non c’è scampo:“una volta persi – avverte l’Unesco – lo saranno per sempre”. Sono 13 i siti culturali presi oggi in considerazione dal rapporto: si va dalla Statua della Libertà, che ha subito gravi danni dall’uragano Sandy nel 2012, ai celeberrimimoaidell’Isola di Pasqua; dai santuari scavati nella roccia diOuadi Qadisha, in Libano, alleterrazze di riso delle Filippine; dall’antica città di Hoi An, in Vietnam, ai misteriosi dolmen neolitici di Stonehenge, fino, naturalmente, alla nostra Venezia.
A metterli a repentaglio sono l’erosione delle coste, l’umidità e le piogge più frequenti, i repentini cambi di temperatura, i fenomeni meteorologici incontrollabili. A rimetterci saranno la cultura e la civiltà, impoverite di alcuni dei loro più magnifici simboli; ma anche l’economia, se si considera che ilturismo, uno dei settori in più forte crescita e oggi responsabile del9% del Pil mondiale, già sta subendoduri contraccolpiper l’insicurezza climatica che viviamo.
Paradossalmente, l’unica regione a trarre vantaggio economico dal clima impazzito è laGroenlandia. L’impressionantefiordo di ghiaccio di Ilulissat, uno dei siti Unesco che corre il maggior pericolo di scomparire, è diventato la meta prediletta di un certo turismo da catastrofe ambientale, che accorre alla frontiera del cambiamento climatico per godere di un paesaggio mozzafiato e insieme assistere al suo inesorabile scioglimento. La domanda è: fino a quando?
![]()
