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Naviglio Grande, una storia di ordinaria sciatteria

Una gestione senza senso, né gusto, né cultura né rispetto per i residenti

 
 
 

Il Naviglio Grande nel tratto periurbano, dopo San Cristoforo e le Canottieri, è interessato da una iniziativa minore che è emblematica della sciatteria con cui questa amministrazione non/vede oltre la circonvallazione della 90-91.
Di più, è emblematica della indifferenza, quando non si tratta di insofferenza, verso la relazione con i cittadini, sia direttamente, sia a seguito dell’uso degli strumenti di relazione con la decisione pubblica, che si tratti dei referendum o dell’Udienza Pubblica fa poca differenza.

In questo caso l’Ufficio Grandi Eventi (sic!), ha autorizzato la collocazione, in un tratto di cento metri della striscia tra ferrovia e Naviglio, di una fiera da strapaese piena di stand e furgoni Street food, con corollario di macchine e camion posteggiati ovunque sull’Alzaia, musica a palla full time, dalle 22,00 “dal vivo”, dai neo melodici a una cover band dei Pink Floyd. Il Municipio 6 dice che, nessuno lo ha interpellato e che questo spazio ha ricevuto un’autorizzazione ‘temporanea per Street food e serate diverse’ dagli uffici centrali.
Temporaneo per quanto non viene detto, del resto già un anno fa su quell’area era stato allestito un cantiere e ora, dopo le opere di sbancamento e la bruciatura di materiali a cielo aperto durante la ‘pulizia’, con relativa segnalazione ignorata dei cittadini alla Polizia Locale, sono arrivati i camion con i materiali per montare le strutture e stand vari. L’unico cartello ora esposto è ‘ Storie Metropolitane’ e fa seguito a un rendering con immagini di quello che era stato annunciato: un Luna Park per bambini con bar e parcheggio auto annessi.
In questo momento l’allestimento è presentato come ‘Salone del Mobile Beer Fest’ ed è già in rete la propaganda sulla stessa area di successive date di altre feste per tutti i fine settimana di maggio e giugno.

Il che significa ulteriore traffico su quello che è un percorso ciclopedonale utilizzato da migliaia di cittadini di ogni età, nonché musica ad alto volume per diverse ore al giorno.
Oltre a chiedere a chi può venire in mente di concedere di realizzare un obbrobrio da strapaese in riva al Naviglio, incompatibile con la sua vocazione, i residenti e le migliaia di cittadini che lo hanno risignificato come spazio ciclopedonale dovrebbero subirlo nel nome della ‘città che sale’, perché qualcuno ha deciso di fare cassa a spese della qualità del vivere sociale di alcune migliaia di cittadini che abitano questo quartiere.

Perché chi decide non si mette nei panni di chi subirà gli effetti di quella decisione? Dov’è il Municipio 6? Gli Uffici centrali gli hanno chiesto un parere? Che qualificazione danno al Naviglio Grande, al quartiere, alla città un tot di bancarelle e di stand male assortiti e che generano un traffico che insiste sulla pista ciclopedonale frequentata da migliaia di cittadini di ogni età? Con quali norme igieniche? Con quale sicurezza per il soccorso? Con quale trasparenza?

C’è una memoria di coloro che sono cresciuti nella zona disegnata dai Navigli e dalle funzioni ad essi collegate, con l’acqua che scorre lenta tra la ferrovia e i loft, show room, nuovo artigianato legato al design, sorti negli spazi che erano di un’altra Milano, la città operaia delle industrie e delle manifatture, comunque anch’esse funzioni economiche legate alla materia e alla relazione sociale.
Chi abita i Navigli coltiva questa memoria come elemento vivo di identità e non vuole essere ridotto a residente o, peggio, a figurante popolare coerente con le insegne delle pizzerie e ristoranti che si vogliono tradizionali per il pubblico della movida che occupa le aree più centrali del Naviglio, quella che priva di senso quei meravigliosi manufatti idraulici e le case che vi si affacciano, perché le botteghe sono state tutte sostituite dai ristoranti vernacolari.
Perché chi ha scelto di stare in pace in una periferia per nulla anonima deve sentirsi dare del reazionario che contrasta lo sviluppo logico della città? Per altro con le bancarelle raffazzonate…
Il sindaco e la giunta dicono che devono “ripartire dalle periferie”, ma cosa si intende per riqualificazione? Lasciare che gli spazi della città siano un supporto inerte per decisioni prese in un altrove non ben definito, che si tratti di interventi trasandati puntuali o degli ex scali FS o di Città Studi? Non ha alcun senso il ricatto ‘o così o niente’: l’Alzaia era parte del progetto con cui Milano vinse l’Expo.

Vie d’acqua e vie di terra. Le vie d’acqua sono finite in Procura e a San Vittore, la via di terra doveva esser un itinerario ciclabile che dal sito Expo arrivava fino alla Darsena, dal ponte Giordani sarebbe proseguita lungo l’Alzaia, da Corsico fino all’altezza di Piazza Negrelli a carattere esclusivamente ciclopedonale. Sarebbe. È stata ampliata la sede stradale, è stato rifatto il fondo, per il resto è rimasta una delle incompiute di Expo e rimane una strada di servizio del Consorzio Est Ticino Villoresi per la manutenzione del Naviglio, formalmente con divieto d’accesso, anche se la consuetudine nel suo utilizzo da parte dei cittadini l’ha trasformata/percepita come pista ciclopedonale

Milano è sorta lungo la linea di guado tra Adda e Ticino, grazie alla regimazione delle acque e a soluzioni di ingegneria idraulica straordinarie. La vocazione ad essere un nodo internazionale aperto alle innovazioni è la sua cifra. La cosa importante è mantenere un equilibrio e una sostenibilità ambientale, sociale, culturale, delle infrastrutture e dei servizi. Senza dimenticare che un buon urbanesimo richiede una partecipazione informata dei cittadini ai processi deliberativi e quando i milanesi hanno preso la parola, a maggioranza si sono espressi per indirizzi di sostenibilità da realizzare con soluzioni innovative. Per essere chiari: quando abbiamo fatto il Parco Sud, il parco di cintura più grande d’Europa, molti dicevano che volevamo frenare lo sviluppo.

Quando, da assessore regionale, ho messo il polo esterno della Fiera a Rho-Pero e non a Lacchiarella dove tutte le realtà finanziarie e immobiliari volevano, molti dicevano che eravamo contro lo sviluppo.

Ma come? Sull’asse Linate-Malpensa, sul sedime di una raffineria dismessa, a un km di metro in superficie da Molino Dorino, con la possibilità di anticipare la stazione di porta dell’Alta Velocità. Di cosa stiamo parlando? È possibile pianificare con criterio, con equilibrio capace di produrre qualità sociale.
Un articolo uscito su una testata internazionale relativo alle opportunità che Milano può avere dalla Brexit conclude, saggiamente, con una considerazione: la città mantiene una prossemica di relazione ed a un tempo è un nodo internazionale dell’innovazione. Ebbene, è proprio questo equilibrio che occorre mantenere, senza diventare un supporto inerte, un palcoscenico, per chi va alle fiere, per chi va a San Siro o al Forum piuttosto che a fare la movida. Equilibrio, buon gusto, interesse generale, parola ai cittadini.
Perché consegnare Città Studi alla speculazione immobiliare quando questo equilibrio secolare dà senso al suo stesso toponimo? Di quale innovazione si tratta?

Ambientalismo non è né immobilismo né deserto. Ogni luogo ha la sua vocazione che è sciocco e dannoso snaturare. Il vuoto non è il nulla e il chiedere di stare in pace a casa propria, di poter leggere, studiare, chiacchierare, riposare senza subire l’arroganza della movida costituisce una richiesta legittima. I luna park li facciano dove non ci sono le case, dove non c’è un patrimonio architettonico-naturale come il Naviglio; l’Alzaia dev’essere qualificata, bella, sicura e a disposizione delle migliaia di cittadini che la usano per camminare, correre, andarci in bici, pattini e skateboard, occorre fare vivere i Navigli; l’alternativa precostituita ‘o barbonate o niente’ non ha senso. Le cose si possono fare bene e con gusto.

Pretendere che ci sia un indirizzo pubblico regolato sull’uso degli spazi della città non è né reazionario né sovietico. Il Vincolo apposto sui Navigli, che comprende sia il manufatto idraulico sia le aree circostanti definite anche dalla sua funzione, è tutto meno che passatista. Gli show-room hanno usato gli stessi cortili e gli ex opifici per una economia di relazione in luogo del vetrocemento di Ligresti in una parte della ex Richard Ginori. Si tratta di un’asta lunga oltre due chilometri fino a Corsico, larga una cinquantina di metri dopo il ponte don Milani e oltre duecento nell’area dello scalo FS di San Cristoforo. È necessario un orientamento pubblico che ne indichi la vocazione, che è il contrario delle autorizzazioni alla spicciolata per sagre dell’arrosticino.
Per questo come cittadini, negozianti, Canottieri, imprese, abbiamo proposto all’assessore Maran e all’Amministrazione una progettazione complessiva partecipata, per poterne cogliere a pieno la straordinarie potenzialità. Nessun ‘effetto Nimby-Non Nel Mio Cortile’, al contrario la voglia di utilizzare l’intelligenza e le esperienze diffuse per definire gli indirizzi di riqualificazione.
Occorre conservare ciò che dà qualità e innovare quando serve a produrla, il resto è integralismo, in un senso o nell’altro.

Fiorello Cortiana

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