Skip to content
👁 Visitatori 238📈 Oggi 1🟢 Online 1

NU GENEA – “People of the Moon”

NU GENEA - People Of The Moon

Una luna mediterranea sospesa tra groove, memoria e contaminazione.

L’estate non è ancora terminata del tutto e ci sono viaggi sonori che probabilmente sono nati proprio per non farla terminare. Soprattutto quando la stagione diventa sinonimo di viaggio e di uno spostamento mentale fatto di contaminazione: funky, dance, groove di matrice seventies, nu-disco, suggestioni baleariche e sound partenopeo-mediterraneo che, a tratti, diventa caraibico, afrobeat, brasiliano.

Di tutto e di più, praticamente. Un caleidoscopio musicale che conferma i Nu Genea come uno dei progetti più interessanti emersi dalla scena italiana nell’ultimo decennio: un duo capace di aprirsi alle sonorità internazionali senza perdere la propria matrice mediterranea, strizzando l’occhio alla tradizione di grandi musicisti che oggi ci tocca piangere, da Pino Daniele a James Senese, passando per quella straordinaria scuola ritmica napoletana che ha avuto in Tony Esposito e Tullio De Piscopo due interpreti fondamentali.

Massimo Di Lena e Lucio Aquilina non sono più una new entry da tempo. E People of the Moon, pubblicato a quattro anni di distanza da Bar Mediterraneo, lo ribadisce alzando ulteriormente la posta sul piano del ritmo, della ricerca e delle atmosfere.

È un disco progettato per accompagnare un cocktail davanti al golfo al tramonto, ma anche per chi è semplicemente alla ricerca di un’evasione che non duri più dei suoi poco più di trentasei minuti. Un lavoro che assomiglia a una suite composta da più stanze, tutte diverse e tutte affacciate sullo stesso mare.

Il risultato è straordinario e, soprattutto, più maturo rispetto ai due notevoli capitoli precedenti: Nuova Napoli del 2018 e Bar Mediterraneo del 2022.

Il duo partenopeo arriva a questo nuovo lavoro dopo un lungo periodo di ricognizione, fatto di idee, stimoli, deviazioni e ricerca. Non cambia direzione, ma amplia il proprio perimetro. Rimane un progetto elettronico ed etnico allo stesso tempo, dove il digging — quella ricerca quasi archeologica dentro archivi, vinili, rare groove e memorie musicali — continua a essere una componente fondamentale, ma viene trasformato in qualcosa di nuovo.

La nu-disco incontra il funk, il boogie, il Balearic, l’Afrobeat, il highlife, le ritmiche afro-cubane, la bossa nova, il flamenco e le suggestioni nordafricane. Il tutto filtrato attraverso una sensibilità napoletana che non utilizza la contaminazione come semplice ornamento, ma come vera grammatica musicale.

E poi ci sono le lingue: napoletano, inglese, spagnolo, arabo e portoghese convivono senza mai sembrare un esercizio di esotismo. Sono parte della stessa festa, dello stesso viaggio, della stessa vacanza sonora.

“Acelera”, nonostante il titolo, è un inizio morbido e atmosferico. La voce di María José Llergo introduce immediatamente quella dimensione mediterranea e andalusa che tornerà più avanti nel disco, mentre il groove prepara il terreno alla successiva “Onenon”, dove Tom Misch porta il suo fraseggio morbido dentro una costruzione disco-funk decisamente seventies. Il basso e le chitarre lavorano senza sovraccaricare il quadro: tutto è al servizio del groove.

“Puleza” è già un manifesto di contaminazione fra Napoli e Maghreb. I fiati entrano con decisione, la voce di Fabiana Martone assume quasi la forma di un lamento, mentre chitarra elettrica e percussioni mantengono un groove costante. È qui che si percepisce particolarmente bene la capacità dei Nu Genea di rendere organiche influenze apparentemente lontanissime: non una somma di stili, ma un impasto.

“Celavì” riporta l’atmosfera verso territori afro-cubani e flamenco, con María José Llergo nuovamente protagonista. La voce femminile si incastra perfettamente nell’accompagnamento chitarristico e in una ritmica che non diventa mai invasiva. Il beat rimane presente, ma respira. È una delle caratteristiche più interessanti dell’album: anche quando la componente dance è evidente, il suono non appare mai schiacciato sulla logica del dancefloor.

“Carè” è invece una parentesi di festa in pieno stile Nu Genea: caraibico, brasiliano, mediterraneo e partenopeo convivono in una traccia che sembra fatta apposta per diventare un traino non soltanto per questa estate, ma anche per quelle successive.

È uno dei momenti in cui l’easy listening diventa qualcosa di più sofisticato: musica immediata, certo, ma sostenuta da una costruzione ritmica tutt’altro che banale. Le melodie si appoggiano sul groove senza mai combatterlo. E alla fine rimane soprattutto una sensazione: quella di aver partecipato, anche solo per tre minuti, a una festa alla quale non eravamo stati invitati.

La title track “People of the Moon” cambia leggermente prospettiva. È più nervosa, quasi più rockeggiante rispetto alle ritmiche rilassate e consolatorie che dominano buona parte del disco. La chitarra porta con sé una componente quasi ska, mentre il fraseggio vocale e la costruzione dance trasformano il brano in un vero floor-filler.

È probabilmente il momento in cui il titolo dell’album trova la sua migliore traduzione musicale: una festa sospesa, terrestre ma allo stesso tempo lunare. Un pezzo cardine anche sul piano della sperimentazione, perché riesce a fondere elementi pop, dance, funk e riferimenti mediterranei senza perdere immediatezza.

Un’incredibile festa all’interno di una festa.

“Ma tu che bbuò” è invece destinata a diventare uno dei classici della scaletta dei Nu Genea. È Napoli che si apre alle influenze nordafricane e mediorientali. Basta l’apertura degli strumenti a fiato per lasciare spazio a una ritmica che sembra provenire da un mercato di Marrakech o Tunisi. E invece siamo ancora dentro una geografia napoletana che, per vocazione storica, non ha mai avuto confini troppo rigidi.

La presenza della zurna, insieme alle percussioni e alla costruzione corale, amplia ulteriormente il paesaggio sonoro. E qui Di Lena e Aquilina raggiungono uno dei picchi di ispirazione dell’intero album: persino il dialetto, nella sua dimensione più gergale e giocosa, diventa materia musicale universale.

People of the Moon è quindi un disco giocoso e ipnotico al tempo stesso. Ma l’esaltazione non finisce qui, perché arriva “Sciallà”, il singolo che porta ancora più in alto la componente caraibica e mediterranea.

La melodia lascia spazio al ballo. Ma è un ballo che dalla dimensione collettiva della festa — quasi da balera romagnola, se vogliamo — diventa qualcosa di più liberatorio. Un movimento fisico che coincide con una forma di evasione mentale.

Il titolo non lascia spazio a interpretazioni: sciallà. Rilassarsi. Lasciarsi andare.

Il canto corale femminile diventa inoltre uno degli elementi più riconoscibili del progetto e viene qui utilizzato come vero strumento ritmico oltre che melodico. È una componente che acquista ancora più valore pensando alla dimensione live, dove la formazione allargata dei Nu Genea può trasformare queste tracce in qualcosa di molto più vicino a un rito collettivo che a un semplice concerto.

La sensazione è quella di una festa che, dopo l’exploit di Sciallà, sta lentamente arrivando al termine.

E infatti gli ultimi due capitoli ci riportano verso una dimensione più rilassata, pur mantenendo intatta la raffinatezza della scrittura.

“Shway Shway” è una parentesi di grande eleganza. La voce di Celinatique introduce una componente araba dentro una costruzione che guarda alla bossa nova e a una dimensione quasi notturna. Il titolo stesso, “piano piano”, sembra suggerire l’andatura dell’intero brano.

È un altro divertissement linguistico e musicale, ma ancora una volta i Nu Genea dimostrano che le parole non sono necessariamente importanti per il loro significato letterale. Prima ancora di comunicare un concetto, devono suonare. Devono stare dentro il ritmo. Devono diventare parte della tessitura sonora.

Bastano davvero pochi elementi per essere felici come durante una serata estiva in compagnia.

E si chiude con “Ondas do Mar”, affidata questa volta alla voce maschile di Gabriel Prado, percussionista brasiliano qui anche nelle vesti di cantante. Il portoghese accompagna una melodia elettronica leggera, quasi sospesa, con venature di saudade che si fanno strada lentamente nell’ascolto.

È il finale perfetto per un disco che ha scelto di non correre.

Perché è questo, probabilmente, il bello di People of the Moon: la grande sperimentazione non viene mai utilizzata per dimostrare quanto si possa essere sperimentali. La ricerca rimane sempre subordinata alla necessità di far funzionare la musica.

Di Lena e Aquilina vincono per la terza volta la loro scommessa. Dopo aver raccontato una “Nuova Napoli” e aver trasformato il Mediterraneo in un “Bar”, oggi spostano lo sguardo verso la Luna. Ma la Luna dei Nu Genea non è fuga dalla Terra: è un altro punto di osservazione sul mondo.

E il Mediterraneo torna così a essere quello che dovrebbe essere sempre: non una frontiera, ma un crocevia.

Un luogo dove Napoli può dialogare con il Maghreb, il flamenco con l’Afrobeat, il funk con la bossa nova, il portoghese con il napoletano, la disco con la musica tradizionale. Non per cancellare le differenze, ma per farle convivere.

È questa, in fondo, la vera forza politica — nel senso più ampio del termine — della musica dei Nu Genea: l’idea che la contaminazione non impoverisca un’identità, ma possa renderla più consapevole.

Il loro sound rimane certamente etnico, ma non cede alle tentazioni più facili del semplice DJ set. Le basi possono essere elettroniche, ma la produzione conserva una componente organica e analogica, fatta di strumenti reali, percussioni, fiati, chitarre, voci e arrangiamenti stratificati. Il groove è programmato, ma non appare mai rigidamente quantizzato: respira, oscilla, lascia spazio.

È una differenza sostanziale.

Ed è probabilmente anche il motivo per cui viene voglia di ascoltare questo disco dal vivo. Perché se già l’album riesce a suggerire l’idea di una festa patronale mediterranea trasferita dentro un club balearico, è facile immaginare cosa possa accadere quando questa musica incontra una formazione più ampia e il pubblico.

Non sarà un’esperienza necessariamente digeribile per tutti e tutte.

Ed è un bene.

People of the Moon non ha bisogno di piacere immediatamente a chiunque. Ha bisogno di essere ascoltato con curiosità. Perché dietro l’apparente disimpegno c’è un lavoro estremamente pianificato, una cura quasi maniacale degli arrangiamenti e una rete di collaborazioni che non sembra mai inserita per semplice prestigio.

Tom Misch, María José Llergo, Fabiana Martone, Celinatique e Gabriel Prado non sono figurine appoggiate sopra una produzione già pronta: diventano parti funzionali di un organismo musicale che continua ad allargarsi.

Ed è forse proprio questo il punto.

Mentre una parte della produzione contemporanea sembra sempre più ossessionata dal sensazionalismo elettronico, dal ritornello immediato e dalla necessità di catturare l’ascoltatore nei primi trenta secondi, i Nu Genea continuano a fare una cosa sorprendentemente controcorrente: suonano.

Cercano.
Scavano.
Rimescolano.
E poi ballano.

I Nu Genea portano a casa a pieni voti una nuova estate, dopo un periodo di assenza che non è mai stato davvero lontananza. E viene spontaneo chiedersi perché un progetto con questa capacità di parlare un linguaggio realmente internazionale continui a essere percepito in Italia come qualcosa di più piccolo rispetto alle sue potenzialità, mentre all’estero il loro percorso viene seguito con attenzione crescente.

Forse perché siamo ancora troppo abituati a pensare alla musica italiana come qualcosa che debba necessariamente scegliere fra tradizione e modernità.

I Nu Genea dimostrano esattamente il contrario.

Si può guardare indietro senza essere nostalgici. Si può essere contemporanei senza diventare artificiosi. Si può ballare senza rinunciare alla ricerca.

People of the Moon è un viaggio affascinante per chi ha la curiosità di immergersi completamente nel suo universo.

E se l’estate, prima o poi, deve necessariamente finire, almeno abbiamo una buona ragione per prolungarla ancora un po’.

Nel sacro nome della fusion.

di Siome Sollazzo – RadioCodaRitorta

 

 

“Di cosa parla e dove si svolge”
Dipartimento:

Cosa sapere ancora ...

logo_bikepoint

Gli articoli diRecSando /Bicipolitana Networksono in linea grazie alleConvenzionicon gli esercizi commerciali che aderiscono al progetto#BikePoint  La mappa interattiva dei #BikePoint presenti sul territorio, viene costantemente aggiornata [visita la#MapHub]Diventa #BikePoint,compila il modulo di adesione
SCONTI E VANTAGGI AI SOCI DI N>O>I / RECSANDO / BICIPOLITANA NETWORKDIVENTA SOCIO