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Terre Rare – Subsonica

Subsonica-Terre-Rare
Subsonica-Terre-Rare
È proprio il caso di dirlo: certe band, con il passare degli anni, sono come il vino migliore. Non si limitano a migliorare, ma acquistano corpo, profondità e una consapevolezza artistica che solo il tempo può regalare. Quella dei Subsonica è una maturità costruita attraversando la folgorazione di fine anni Novanta, percorrendo sentieri coraggiosi fra dub, rock ed elettronica, contaminando il proprio linguaggio con un pop sempre ricercato. Un percorso che ha conosciuto anche qualche inevitabile passo falso, ma che ha saputo ritrovare la rotta con rinnovata convinzione e una forza espressiva che oggi, nel cuore di questo 2026, sembra raggiungere una delle sue vette più alte. Con il risultato di consegnare alla musica italiana uno dei dischi più significativi degli ultimi anni.
 
Se la precedente avventura discografica di “Realtà Aumentata”, nel 2024, aveva rappresentato una sorpresa tanto inattesa quanto convincente, il nuovo “Terre Rare” è destinato a entrare di diritto fra le pagine più importanti della storia della band torinese, che proprio quest’anno festeggia il trentennale con l’omonima tournée.
 
E, questa volta, parlare di capolavoro non è un’etichetta inflazionata né il consueto refrain utilizzato per accompagnare l’uscita di un album molto atteso. È piuttosto la naturale conseguenza di un’opera che riesce a sintetizzare una moltitudine di elementi, segnando quella che può essere definita la svolta “etnica” e di piena maturità dei Subsonica. Un’evoluzione nata anche dall’esperienza vissuta nel Nord Africa, alla ricerca di nuovi paesaggi sonori e nuove ispirazioni, poi ricucite con sorprendente naturalezza nel groove, nelle linee di basso e nell’identità elettronica che da sempre caratterizzano la band.
 
“Terre Rare” non è nemmeno un disco di resilienza. È, semmai, la conferma di uno stile ormai inconfondibile, sospeso fra rock ed elettronica, che oggi accoglie elementi etnici perfettamente organici alla storia del gruppo. Non un cambio di direzione, dunque, ma un’evoluzione coerente.
 
Già dalla copertina ci troviamo davanti a una finestra, o meglio a un portale verso un mondo nuovo, sempre più connesso al nostro Occidente. Un’immagine che sembra ricordarci come la contaminazione non sia soltanto una scelta artistica, ma anche culturale, sociale e persino morale, in un tempo ancora attraversato da contrasti troppo profondi. Questa volta è davvero la musica ad abbattere i confini. E i Subsonica lo fanno anche nei confronti della propria discografia, spingendo il loro suono verso una dimensione inedita senza tradire la propria identità.
 
Per l’appunto si parte con i cori evocativi di “Al confine”, aperta da un’introduzione lenta, quasi blues, che sembra accompagnare proprio il momento dell’attraversamento. L’atmosfera richiama quella di una grande apertura dal vivo: ipnotica fin dalle prime battute. Samuel sceglie una vocalità trattenuta, quasi sussurrata, evitando qualsiasi eccesso interpretativo. La linea di basso detta il passo, le percussioni costruiscono progressivamente il groove mentre gli inserti elettronici rimangono discreti, limitandosi ad ampliare il paesaggio sonoro. Già questo primo capitolo colpisce nel profondo. E naturalmente il viaggio è soltanto all’inizio.
 
“Straniero” è probabilmente il brano più esplicitamente politico dell’intero album. Il testo assume i contorni di una denuncia sociale sostenuta da un beat che non concede tregua, sospeso fra elettronica e suggestioni arabe. Accanto alla band troviamo Tara, artista italo-palestinese che contribuisce a firmare un brano destinato a trasformarsi in un autentico manifesto contro i pregiudizi e le discriminazioni. Entriamo così nel cuore della dimensione multiculturale di “Terre Rare”, dove il ritmo cadenzato, costruito su una raffinata fusione fra rock ed elementi mediorientali, accompagna un ritornello essenziale, fatto di parole chiave che finiscono per imprimersi immediatamente nella memoria.
 
“Teorie” raccoglie idealmente il testimone di “Straniero”. L’apertura è affidata a un riff di chitarra di grande impatto e a una batteria che costruisce fin da subito un groove serrato. Il tema resta quello del pregiudizio, delle narrazioni distorte e della comunicazione contemporanea, tanto da sembrare il naturale proseguimento del brano precedente all’interno di un concept sempre più definito.
 
La tensione ritmica trova poi respiro in un ritornello più aperto, dove la chitarra torna protagonista insieme a cori che non cercano la facile orecchiabilità, ma amplificano la dimensione emotiva del pezzo. Ne nasce un’esplosione di energia e armonia che sembra già pensata per il palco. Le atmosfere più cupe di lavori come “Terrestre” o “L’eclissi” appaiono ormai lontane.
 
Così come appare distante il desiderio di ricondurre i Subsonica esclusivamente ai grandi classici entrati nell’immaginario collettivo, come “Tutti i miei sbagli”.
 
A confermare questa volontà di guardare oltre, pur mantenendo saldo il legame con il proprio passato, arriva la quarta traccia, “Radio Mogadiscio”. È il classico brano che possiede tutte le caratteristiche per vivere a lungo anche fuori dal disco, grazie a un’immediatezza che non sacrifica mai la personalità. Le influenze della black music sono evidenti, ma vengono filtrate attraverso l’inconfondibile estetica Subsonica, dove elettronica e groove dialogano con assoluta naturalezza. Samuel interpreta il pezzo con una vocalità suadente, quasi da speaker radiofonico, accompagnata da una scansione delle parole che richiama volutamente quella di uno slogan. Ma è il ritornello corale ad aggiungere ulteriore forza a un testo che parla ancora una volta di frontiere, di resistenza e della capacità di affrontare la complessità del presente. Dopo quattro brani il livello di adrenalina è già altissimo.
 
C’è bisogno, a questo punto, di un momento di introspezione. Di una parentesi più intima, attraversata da quella dolcezza che nei Subsonica porta sempre con sé una sottile vena di malinconia. È qui che si apre uno dei capitoli più profondi dell’intero album, sostenuto da un refrain destinato a rimanere impresso già dal primo ascolto.
 
“Rifugio” affronta il malessere esistenziale e le paure più private senza mai indulgere nell’autocommiserazione. All’interno del concept del disco, il brano si inserisce perfettamente nella dimensione del viaggio: il rifugio diventa un luogo dell’anima, una ricerca di pace, forse persino un’evasione dalla frenesia del presente.
 
L’inizio è costruito su un beat leggero e su una scrittura volutamente malinconica, dove Samuel sceglie ancora una volta il sussurro anziché il grido. I ricordi affiorano con naturalezza fino all’esplosione del refrain, dove le chitarre prendono il sopravvento prima di lasciare nuovamente spazio all’introspezione sostenuta dal battito elettronico. Un continuo saliscendi emotivo che si regge perfettamente all’interno del mosaico sonoro di “Terre Rare”. È una canzone d’amore fuori dagli schemi, capace di sorprendere proprio per il suo continuo oscillare fra fragilità e tensione rock.
 
Con “Ghibli” il viaggio raggiunge il cuore dell’Africa.
 
Siamo idealmente nel Sahara. Il canto corale si intreccia con una chitarra elettrica che richiama certe suggestioni desert blues alla Ry Cooder, accompagnata da strumenti tradizionali che ampliano ulteriormente il respiro della composizione. La musica si fa carovana. Ed è forse questa l’immagine più efficace per descrivere un brano che avanza lentamente, lasciandosi trasportare dal passo del deserto.
 
A intervalli regolari entrano in scena brevi suite elettroniche che riportano immediatamente la firma dei Subsonica. Un esperimento che, sulla carta, avrebbe potuto apparire rischioso e che invece diventa uno dei momenti più moderni e affascinanti dell’intero album. Come una spirale, il brano torna ciclicamente al canto corale, alla sola chitarra, per poi riaprire il dialogo con beat e tessiture elettroniche. Un capitolo che, soltanto vent’anni fa, sarebbe sembrato impensabile nella discografia della band torinese. Una delle autentiche gemme di “Terre Rare”.
 
“Grida” avrebbe potuto rappresentare il momento più lineare del disco. Invece bastano poche note del basso per ricordarci immediatamente di che pasta sono fatti i Subsonica. Qui riaffiora con decisione la loro anima più riconoscibile: una ritmica pulsante, un groove magnetico e quella tensione rock che continua a rappresentare il cuore pulsante della loro identità.
 
È un brano che restituisce solidità all’impianto dell’album e ricorda come, dietro la ricerca e la contaminazione, esista ancora una band profondamente legata alle proprie radici.
 
Questa energia trova ulteriore conferma in “Transumanesimo”, probabilmente il capitolo più duro e diretto di “Terre Rare”. Le suggestioni africane rimangono momentaneamente sullo sfondo per lasciare spazio a una scrittura decisamente più rock, sostenuta da un beat serrato e da un andamento incalzante che accompagna perfettamente un testo dedicato alla progressiva decadenza dei valori e del nostro tempo.
 
Qui i Subsonica tornano a graffiare senza rinunciare alla maturità compositiva raggiunta nel corso degli anni. È rock, sì, ma filtrato attraverso trent’anni di esperienza e ricerca sonora.
 
“Jinn” rappresenta invece una breve pausa contemplativa. Poco più di un minuto e mezzo costruito su poche pennellate di chitarra, echi lontani e un’atmosfera sospesa che richiama volutamente l’introduzione di “Al confine”. Più che un semplice intermezzo, è un’oasi sonora che concede il tempo di respirare prima dell’ultimo tratto di questo viaggio. Una scelta compositiva tanto essenziale quanto efficace, capace di preparare con naturalezza il terreno ai capitoli conclusivi dell’album.
 
 

Il viaggio riprende sulle note del vento con“Alisei”. È probabilmente uno dei momenti più leggeri e disimpegnati dell’intero album. Qualche soluzione metrica può apparire volutamente semplice, forse persino ricercata, ma nel complesso il brano mantiene intatto quel senso di sospensione che attraversa tutto il disco. Siamo ancora nei cieli di un Mediterraneo che dialoga continuamente con l’Africa, scenario ideale della nuova anima sonora dei Subsonica.

Un’incursione pop, sì, ma tutt’altro che superficiale.

Con“Il tempo in me”gli equilibri si ricompongono. È uno di quei brani che possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in un nuovo singolo di riferimento, senza perdere la propria personalità all’interno dell’album.

La ritmica torna a spingere con decisione verso territori più rock, mentre Samuel offre una delle interpretazioni più intense del disco, costruendo un’inquietudine che richiama, almeno sul piano emotivo, quella già incontrata in “Rifugio”. È un brano collocato nel punto esatto della scaletta: accompagna l’ascoltatore verso il finale senza disperdere la tensione accumulata fino a questo momento.

E poi arriva lei.

La title track.

Il cuore pulsante dell’intero progetto.

“Terre Rare”ha tutte le caratteristiche del pezzo destinato a rimanere. Atmosfera, ritmo, scrittura e ricerca sonora trovano qui una sintesi sorprendentemente equilibrata. Il mistero evocato dal titolo diventa metafora di una bellezza rara, fragile e preziosa, proprio come gli elementi a cui il disco si richiama.

La chiusura riprende volutamente la stessa sospensione evocata da“Jinn”e richiama, quasi in controluce, anche l’introduzione di“Al confine”. È la naturale ricomposizione di un cerchio narrativo che accompagna l’ascoltatore dall’inizio alla fine senza mai perdere coerenza.

A restare nell’aria sono echi che sembrano guardare anche agli anni Ottanta, con richiami ai Freur e a quella stagione dell’elettronica capace di fondere onirismo, ricerca melodica e sonorità fuori dal tempo.

“Terre Rare” chiude così un disco che difficilmente potrà essere associato a un preciso decennio. È piuttosto la fotografia — o forse, meglio ancora, la cornice, proprio come quella raffigurata in copertina — di un tempo sospeso.

Ed è proprio questa sospensione a renderlo così prezioso in un’epoca attraversata da incertezze sempre più profonde.

Perché la musica, quando raggiunge questi livelli, è questo: viaggio, immaginazione, apertura verso mondi reali e interiori. È la capacità di spalancare finestre su paesaggi che non sempre esistono, ma che finiscono comunque per appartenerci.

Qualcuno osa.

Qualcuno riesce davvero nell’impresa.

E allora i Subsonica, dopo trent’anni di carriera, non danno l’impressione di essere una band che sopravvive al tempo.

Danno semplicemente quella di continuare a evolversi insieme a lui.

Grazie ragazzi.

Un disco da ascoltare. Da lasciare sedimentare. E poi da riscoprire, ancora una volta.

Over and over again.

Simone Sollazzo – RadioCodaRitorta

“Di cosa parla e dove si svolge”
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