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Olimpo diverso” di Umberto Maria Giardini

Ci sono perle nascoste nel mare della discografia italiana. Un mare che diventa oceano se pensiamo a quella internazionale. E fra suggestioni e ritmiche moderne, talvolta quasi artificiose, rischiamo di perdere quello che conta davvero: l’interiorità profonda di un artista che ha saputo attraversare gli ultimi decenni cambiando magari nome d’arte e aprendo parentesi di ricerca, senza mai tradire il proprio percorso di indie rock d’autore. E che classe, signori.
Una voce soave e autorevole viene accompagnata da sonorità rock che flirtano con il progressive e da arrangiamenti stratificati degni dei migliori anni Settanta. Ma qui non si tratta di nostalgia. Si parla della modernità, di anni fatti di incertezza e interrogativi esistenziali, attraverso una tessitura sonora che diventa introspettiva e cupa senza mai sprofondare. Per poi rialzarsi in una sferzata rock e ritornare a un’imponenza quasi sinfonica. Aggiungiamo la forza di testi sospesi fra esistenzialismo e vita quotidiana e otteniamo, a modesto parere di chi scrive, uno dei cantautori più sorprendenti della scena italiana: il marchigiano Umberto Maria Giardini.
Voce potente, affabilità (anche dal vivo) e una coerenza artistica ormai rara, che qui ci regala una sorta di concept album, condensato di questi anni vissuti da autore maturo e mai disposto a cedere ai compromessi del mercato discografico.
Olimpo diverso ha tutte le carte in regola per rimanere non solo il capolavoro della discografia dell’ex Moltheni, ma anche uno dei punti più alti del rock d’autore italiano contemporaneo. Una scena che avrebbe un gran bisogno di opere così mature, fuori dagli schemi e lontane da un’industria sempre più piegata alle chiacchiere, alle sovraesposizioni mediatiche e a formule musicali spesso costruite per l’impatto immediato più che per lasciare un segno.
Eppure, in tutto questo, c’è ancora spazio per la vera bellezza. Una bellezza rara e quasi introvabile. O meglio, trovabile per chi sa spingersi oltre il pregiudizio e oltre la ricerca del nome più esposto. Giardini racchiude in sé un percorso fatto di piacere per la parola, richiamo metaforico e ricerca sonora, dove il testo si integra perfettamente al suono. Dove la musica diventa un trattato esistenzialista costruito attraverso il rock e il cantautorato elettrico di classe, passando da accompagnamenti di chitarra e pianoforte di sapore tradizionale per poi approdare a territori più psichedelici, sempre nel solco di un indie autentico e sincero. E proprio per questo convincente.
Giardini è l’opposto delle mode. O forse viaggia semplicemente su frequenze diverse. Non a caso siamo nell’Olimpo immaginato dall’Umberto poeta ed esistenzialista.
Intendiamoci: Olimpo diverso non potrà piacervi al primissimo ascolto. Ma lascia subito quella voglia di attraversare un tempio per poi tornarci. E ancora, e ancora, fino a perdersi in un mare che, come avrebbe scritto Leopardi, rende dolce il naufragio.
La title track è già perfetta sul piano dello stile e del testo e apre il disco con la giusta dose di meditazione, puntando il dito sul futuro del Paese senza mezzi termini quando si esclama: “Povera Italia mia…”.
“Frustapopolo” è una vera suite rock. Strutturalmente ambiziosa fin dal primo secondo, è probabilmente l’episodio più grandioso dell’album senza mai scivolare nell’autoreferenzialità. Un brano magnifico, perfetto anche per chiudere una scaletta dal vivo, come abbiamo potuto constatare al Parco Tittoni di Desio.
“Topazia” è il momento più filosofico del disco, sospeso fra psichedelia, inquietudine e riflessione esistenziale.
“Paga la vita” sceglie invece la forma della ballad classica e costruisce un crescendo emotivo che richiama certe atmosfere della grande canzone italiana. Non ha nulla da invidiare a molte produzioni del rock d’autore internazionale e trova nel suo refrain un momento quasi catartico, capace di trasformare il lamento in una forma di rivalsa collettiva. Uno dei punti più elevati dell’intero album.
“Vipera blu” riporta l’ascoltatore in una dimensione che richiama il rock più elegante degli anni Settanta. Colpisce duro nella sua apparente semplicità. Pochi giri di chitarra, una melodia portante memorabile e tutte le caratteristiche del futuro cult.
“Energia” è il manifesto rock di questo Olimpo. Titolo difficilmente più azzeccato per un pezzo che rappresenta il sole mentre si fa strada fra le ombre, evocando una rinascita lenta ma inesorabile. Geniale anche nella costruzione della propria metafora storica.
“Pietre nell’accappatoio” darebbe una lezione di dignità ed eleganza a chiunque abbia provato a raccontare la lenta dissoluzione del sentimento amoroso. Qui però esistono soltanto poesia e misura, anche nel trattare un dolore quasi assimilabile alla morte. Un senso di perdita che si eleva senza mai diventare melenso.
Questa sospensione prosegue nella successiva “Capire prima che accada”, brano essenziale che merita di essere riascoltato per la sua capacità di fondere un beat di fondo, fiati deformati e un testo dalle tinte forti che richiama, per certi versi, alcune delle atmosfere più care al periodo Moltheni.
“Megaestate” è un brano strumentale fatto di rock onesto e chitarre in primo piano. L’anima rock del disco riaffiora con decisione, costruendo un riff memorabile. Non è disimpegno né esercizio di stile: anche qui il livello compositivo rimane altissimo.
L’album si chiude degnamente con “Acquaforte” e con quell’atmosfera sospesa fra dolcezza e amarezza che aveva già caratterizzato l’inizio del viaggio. Si torna idealmente al punto di partenza, ma con la sensazione che tutto questo non sia ancora bastato. Come se non ci si volesse separare da quell’Olimpo di introspezione e benessere costruito da un Giardini che forse, oggi più che mai, rappresenta una straordinaria fusione fra poeta, compositore e filosofo della canzone italiana.
La musica italiana può soltanto ringraziare il destino di avere ancora un artista come Umberto Maria Giardini, capace di percorrere i sentieri del cantautorato elevandone continuamente il linguaggio attraverso ricerca e sperimentazione. Ne nasce un viaggio, o forse una dimensione, non adatta a chi cerca consumi rapidi ma a chi è disposto a scavare nei meandri della rete e del mercato discografico alla ricerca di qualcosa che lasci davvero il segno.
In un panorama italiano spesso affollato ma raramente profondo, Giardini rimane una figura isolata. E proprio per questo preziosa. Con Olimpo diverso firma una delle opere più significative del cantautorato rock italiano degli ultimi anni, un disco in cui la musica riesce ancora a raggiungere autentici echi d’infinito.
Un artista che consigliamo davvero di seguire. Perché la sua musica diventa una forma di cura. Per l’anima, innanzitutto, ma anche per quella sete di suoni ricercati e profondamente umani che oggi sembra sempre più difficile soddisfare.
Olimpo diverso è parte di una storia che non può e non deve finire. Un’opera da custodire nel cuore di tutte quelle cose davvero belle e significative che continuano a resistere nel mondo. Indimenticabile.
Simone Sollazzo – RadioCodaRitorta
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