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La luce della pace arriva a Viboldone. Ora bisogna darle un significato

Sabato mattina, 26 Settembre 2026, sul sagrato dell’antica Abbazia di Viboldone, una piccola fiamma ha attirato l’attenzione di una comunità intera. È la Lampada della Pace di Assisi, arrivata a San Giuliano Milanese nell’ambito del Giro d’Italia per la Pace.
Una luce simbolica, certo. Ma in tempi come questi anche i simboli possono avere un peso.
Ad accenderla è stato don Nicola Cateni, parroco a San Giuliano dal 2007 al 2017. Ad accoglierla c’erano la madre badessa dell’Abbazia, Annamaria Pettoni, il prevosto di San Giuliano don Paolo Rota, il sindaco Marco Segala, l’ Assessora Maria Grazia Ravara, consiglieri comunali, rappresentanti delle associazioni che hanno sottoscritto il PATTO DI ASSISI, e numerosi cittadini.
Ed è proprio questa presenza che ci porta a guardare oltre la fotografia della cerimonia.
Perché una Lampada della Pace può essere accesa in pochi minuti. Costruire la pace richiede invece molto più tempo.
Richiede persone disposte ad ascoltarsi quando hanno idee diverse. Richiede comunità capaci di accogliere senza trasformare le differenze in muri. Richiede istituzioni che considerino i diritti umani non una dichiarazione da inserire nei discorsi ufficiali, ma un principio dal quale non si può derogare.
È questo il significato che dovrebbe avere una giornata come quella di Viboldone.
San Giuliano Milanese ha scelto di definirsi «comunità promotrice dei valori della pace, della solidarietà e dell’insindacabilità dei diritti umani».
Una frase importante. Ma proprio perché importante merita di essere presa sul serio.
Perché oggi parlare di pace significa anche confrontarsi con una realtà nella quale la guerra è tornata a essere una presenza quotidiana. Guerre che entrano nelle nostre case attraverso le immagini, i telefoni, i social network. Civili uccisi, città distrutte, persone costrette a fuggire. E, contemporaneamente, un linguaggio politico nel quale l’aumento delle spese militari e il riarmo vengono sempre più spesso presentati come una normalità inevitabile.
È una contraddizione che non possiamo ignorare.
Possiamo continuare ad accendere lampade per la pace e, nello stesso tempo, considerare inevitabile prepararsi alla guerra?
La domanda non è retorica. E non ha una risposta semplice.
La pace non significa ignorare i conflitti, le minacce o le responsabilità degli Stati. Non significa nemmeno pensare che basti pronunciare la parola «dialogo» per risolvere situazioni nelle quali esistono aggressioni, interessi contrapposti e violazioni dei diritti.
Significa però rifiutare l’idea che la guerra debba diventare la risposta normale ai problemi del mondo.
E significa soprattutto non lasciare che la parola pace rimanga confinata alle cerimonie.
Da questo punto di vista, il Patto di Assisi assume un significato particolare. Non mette insieme persone e associazioni perché la pensino allo stesso modo su ogni questione. Le mette insieme attorno a un terreno comune: la dignità della persona, la solidarietà, il rispetto dei diritti, la ricerca di strumenti diversi dalla violenza per affrontare i conflitti.
È un terreno sul quale possono incontrarsi sensibilità differenti.
Ed è forse proprio questa la parte più difficile della pace.
Non stare insieme quando siamo tutti d’accordo. Stare insieme quando non lo siamo.
Viboldone è un luogo particolarmente significativo per questa riflessione. Un’abbazia che appartiene alla storia del nostro territorio diventa, per una mattina, una delle tappe di un viaggio che porta una luce da una comunità all’altra.
La lampada ripartirà.
Ma ciò che dovrebbe restare è la domanda che quella luce porta con sé.
Che cosa siamo disposti a fare, concretamente, per essere una comunità di pace?
Perché una comunità non diventa promotrice della pace soltanto quando accende una lampada.
Lo diventa quando decide che quella luce deve entrare nelle proprie scelte, nelle proprie relazioni, nel modo in cui affronta le differenze, nell’attenzione verso chi è più fragile, nella difesa dei diritti e nella capacità di non considerare normale ciò che normale non dovrebbe mai diventare.
Sabato a Viboldone si è accesa una luce.
Adesso tocca alle persone decidere se lasciarla accesa.
Fotografia di Luigi Sarzi Amadè
Cosa sapere ancora ...

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