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Schopenhauer o il Mago della Bovisa

Schopenhauer o il Mago della Bovisa

Schopenhauer. O il Mago della Bovisa. Alias Osvaldo Bagnoli nella interpretazione breriana o secondo la fantasia popolare. Un buon calciatore.

Un eccellente allenatore. Una persona posata, consapevole, integerrima e mai intriso delle fastidiose scorie del successo.Da uno dei quartieri più popolari di Milano, ancora esente dai fasti della movida – e in milanese gli piaceva talora esprimersi in privato –, dai gasometri e dalla scighera che allora non risparmiava Mediolanum ai palcoscenici prestigiosi della serie A.

Nato nel 1935 da padre cremonese e madre romana, aveva nelle vene l’etica del lavoro meneghina, una sorta di arte applicata della vita, necessità esistenziale vissuta con giusto riguardo e massimo decoro.Umile senza false modestie, di opinioni forti e centrate, l’Osvaldo della Bovisa aveva calcato da discreto centrocampista i campi di A e B. Dopo le giovanili nell’Ausonia 1931 (campione Allievi della Lombardia) e nel Milan, l’esordio nella massima serie era avvenuto con la maglia a strisce rossonere: 18 partite e 2 reti fra il 1955 e il 1957, uno scudetto e una Coppa Latina in bacheca.

In quest’ultima competizione, vinta dal Milan, seppe lasciare il segno con un gol in semifinale al Benfica e uno in finale all’Athletic Bilbao. Da lì principia il suo girovagare per la penisola: tre anni al Verona, di cui il primo in serie A; ancora in A a Udine; tre stagioni al Catanzaro in B; alla Spal per tre anni, gli ultimi due in A, con una rete-salvezza contro il Brescia; ancora Udinese (in C); infine la chiusura a 38 anni con il Verbania, in cui evoluì come libero e in cui fu anche giocatore-allenatore.Un giocatore sagace, costruttivo, pochi fronzoli, ma dotato, un tiro potente (91 gol in carriera nei vari tornei).Smessi i pantaloncini e indossata la divisa, inizia la carriera di allenatore.

Le tappe: Solbiatese, Como, Rimini, Fano, Cesena (promozione in A nel 1981) e… il miracolo Verona! Con gli scaligeri conquistò subito, nel 1982-82, la promozione in A e, nell’élite del calcio italiano, un immediato quarto posto, poi un sesto, piazzamenti conditi da due finali, seppur perse, di Coppa Italia.Infine nel 1984-85 il capolavoro.

Un campionato condotto sempre al vertice e concluso con lo scudetto tricolore. Era un Verona operaio e, al tempo stesso, sublime, organizzatissimo ed equilibratissimo in campo. Due stranieri travolgenti – Hans-Peter Briegel, tuttocampista di forza dirompente e fiuto del gol, un decatleta prestato al calcio, e Preben Elkjaer Larsen, vichingo danese di rara potenza, attaccante incontenibile (famoso un suo gol realizzato avendo perso lo scarpino) – e una pattuglia di italiani sorprendenti, alcuni quasi ripescati dal limbo.

Fra coloro che fecero l’impresa Galderisi, Ferroni, Marangon, Fanna, Bruni, Di Gennaro, Tricella, Volpati, Fontolan, Sacchetti e il portierone Garella, passato direttamente dalle “garellate” all’essere Garellik. Parava con tutto il corpo il numero 1 veronese, che poi sarebbe andato a vincere uno scudetto anche coi partenopei di Diego Armando Maradona.

Un saggio assemblaggio quello operato dall’ex ragazzo della Bovisa, con schemi di gioco semplici, mirati, efficaci, in una sintesi perfetta fra panchina e uomini in campo.Fu il 1985 l’anno del sorteggio integrale degli arbitri. Un caso che il Verona si aggiudicò il titolo? Dopodiché solo il predominio (anche un po’ noioso e stucchevole) delle big. L’Osvaldo rimase al Verona fino al 1990, fedele alla causa fino all’ultimo, quando la società della città di Romeo e Giulietta pativa severe difficoltà economiche suggellate anche dalla retrocessione nella seconda divisione.E venne il Genoa, il mitico Grifone, la società più longeva d’Italia, 9 campionati all’occhiello in epoca pionieristica (o semi) e una storia, poi, altamente altalenante. E fu un novello miracolo: quarto posto nel 1990-91 e le incredibili semifinali di Coppa UEFA nella stagione successiva, pur perse contro i lancieri dell’Ajax e dopo aver vinto contro il Liverpool ad Anfield, non proprio un’impresa alla portata di tutti e prima italiana a riuscirvi.

Era il Genoa della spettacolare coppia d’attacco ceco-uruguagia Skuhravý-Aguilera (Tomáš è rimasto a vivere in Italia).L’avventuroso e virtuoso itinerario si conclude nella sua città natia, sponda nerazzurra. Un’esperienza non baciata dalla fortuna. Finirà con un esonero e, soprattutto, con il suo ritiro, stanco forse di un mondo che cominciava a non sentire più suo del tutto.(Si dice che non poté accomodarsi sulla panchina milanista in quanto nutriva una fede politica di sinistra – da ragazzo era stato anche operaio – non proprio gradita, allora, dalle parti del diavolo rossonero) Era un pragmatico e un romantico l’Osvaldo, figlio di un tempo antico che non può certo considerarsi sorpassato: la resilienza dei valori a combinarsi con la capacità di produrre proficui esiti. Nel segno della intelligente collaborazione e condivisione degli obiettivi con ogni elemento del gruppo.

Idee chiare, olio di gomito, sapienza e rispetto. Sobrio, deciso e misurato. Con un sorriso serio e pensoso a increspargli le labbra. Uomo di pacata fermezza, onestà, gentile ironia e generosa bonomia.Osvaldo Bagnoli ha lasciato questo mondo il 17 luglio. Nei campi elisi del calcio ora corre con un pallone di cuoio o di stracci, come quelli della sua infanzia di periferia, o studia una tattica per liberare la fantasia del prediletto allievo Dirceu o allena Garella con tiri impossibili che il portiere para: tutti, che siano in un angolino o al sette. L’Osvaldo è sempre in tuta, Si respira, tutt’attorno, una grande pace. E armonia.Adieu, Osvaldo.

Alberto Figliolia

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