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Sandro Mazzola, gol come ricami poetici

Berna, 17 ottobre 1970, un pallido sole a ornare di luce autunnale uno stadio gremito di tifosi italiani, tanti e tanti migranti sugli spalti svizzeri. E quell’infinito palleggio volante in bianco e nero, andando verso destra e bevendosi ogni difensore rossocrociato gli si parasse innanzi, poi il tiro di destro a incrociare, basso e radente, per battere il custode della porta elvetica. Fu l’1-1 salvifico per un’Italia lievemente distratta e sottotono, vicecampione del mondo in carica. È uno dei più leggendari gol realizzati in azzurro, artefice Alessandro Mazzola, classe 1942, detto Sandro o Sandrino, figlio di Valentino, il capitano del Grande Torino. Una mini-dinastia (anche Ferruccio, il fratello minore di Sandro calcò i campi della serie A) che ha segnato la storia del calcio tricolore e non solo.
Un tocco felpato quello di Sandro, origini di Cassano d’Adda, ma nato a Torino dove il padre evoluiva nella straordinaria squadra granata di stanza al Filadelfia, seminando, con il suo spettacolare team, fantasia e gratitudine in un’Italia che andava a ricostruirsi dalle rovine, dal dolore e dalle macerie della sciagurata ultima Grande Guerra. Torinese di nascita e milanese d’adozione e di elezione il nostro Sandro, o anche “Baffo”, cosiddetto dai sottili mustacchi sopra il labbro superiore, che tuttavia non esibiva a inizio carriera.
Sandrino non sapeva fare gol banali, vedi quello contro il Vasas Budapest in trasferta, Coppa dei Campioni, 8 dicembre 1966. Una gara vinta 2-0 dall’Inter, il club alma mater del nostro Sandro, contro una squadra che non perdeva in casa e fuori da un anno. Un dribbling lungo, arrischiato ed entusiasmante, da brividi, beffardo, e una rete magistrale.
Gran punta era il Sandrino. Non un centravanti di sfondamento, ma senso del gol e movimenti sapientissimi, fra contropiedi fulminanti e slalom doviziosi e impertinenti. Già perché il pallone era attaccato al suo magico piedino. Potremmo anche dire che fosse un “falso nueve”, per usare un gergo odierno, o un centravanti arretrato alla Nándor Hidegkuti della mitica Aranycsapat o un centrocampista superoffensivo, uno che in ogni caso sapeva spaziare – un rebus per gli arcigni difensori – e metterla dentro. Invero Mazzola, schierato nell’incipit di carriera da attaccante, volle evolversi in mezzala o centrocampista offensivo o regista. La classe non gli mancava di certo, la versatilità era nel sangue – si destreggiò benissimo anche allorché fu impiegato da ala e non era alieno da un gioco d’incontro e, se necessario, da ripiegamenti in aiuto alla retroguardia – la creatività dimorava negli scarpini, il tocco era felpato, il gioco veniva da lui governato a testa alta. Serpentine, dribbling in velocità, un controllo della palla sapendo procedere in verticale e a zigzag, Il suo gioco era immaginifico e precursore.
Diceva Pier Paolo Pasolini, grande amante e conoscitore del calcio, che giocava con diletto da ala, tifoso del Bologna, che Gianni Rivera scriveva un calcio in prosa poetica, una sorta di elzevirista di sommo rango, ma Sandro, elzevirista a propria volta, era più poeta dell’alessandrino rossonero: “Ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti”. PPP dixit. Non se ne abbiano male i tifosi del Milan. Qui, a ogni modo, trattiamo di due immensi talenti, che avrebbero in Nazionale dovuto sempre giocare insieme. E non vogliamo tirare in ballo la famosa (o famigerata?) staffetta messicana. Mazzola-Rivera, che coppia!
Per quel che valgono le classifiche dei migliori qua e là stilate, quella dell’IFFHS colloca Sandro Mazzola al 43esimo posto dei più grandi calciatori all time. Fu candidato nove volte al Pallone d’oro, in cui nel 1971 arrivò secondo, dietro soltanto a tale Johan Cruijff, il sublime olandese volante.
E ora un po’ di numeri… capocannoniere della Coppa dei Campioni 1963-64, conquistata, con due sue reti nel 3-1 complessivo al Prater di Vienna, ai danni del Real Madrid degli incommensurabili ineffabili Alfredo “Freccia Bionda” Di Stefano e Ferenc Puskás, del quale Sandrino suscitò la sincera ammirazione; capocannoniere del torneo tricolore 1964-65; 417 partite di campionato in nerazzurro condite da ben 116 gol + altre 153, con 46 gol, nelle più disparate competizioni, una delle ultime inarrendevoli bandiere, stemma di un altro calcio, ben più romantico dell’attuale; 70 gettoni azzurri onorati da 22 reti; 13” per il gol più veloce di sempre in un derby meneghino.
Dulcis in fundo… campione d’Europa con l’Italia nel 1968, vittima una grande Jugoslavia (2-0 nella ripetizione della finale romana e lui, con ogni probabilità, da regista migliore in campo); quattro titoli italiani, due edizioni della Coppa dei Campioni e due Intercontinentali (anche in questo mondiale per club, che opponeva le campionesse d’Europa e del Sud America, andò in gol); una partita, con gol, nella formazione del Resto del Mondo (1967); unico fra gli italiani ad avere segnato in due finali di Coppa dei Campioni.
Niente male per uno che aveva esordito nel 1961 in un 1-9 a Torino contro la Juventus, un match che l’Inter per protesta contro la Federazione fece giocare alla propria De Martino. Quel giorno Omar Sivori, “El Cabezón”, infierì con sei gol, ma Sandro segnò la sua prima rete in A, un rigore a spiazzare Mattrel. Poi, negli anni a seguire, il volo, riscattando un’infanzia che da “dorata” si era fatta dura per la scomparsa del padre nel tragico volo schiantatosi, di ritorno da Lisbona dove il Grande Torino aveva disputato un’amichevole con il Benfica, sulla collina di Superga nel triste maggio 1949.
Commuovono le foto del piccolo Sandro che accompagna il padre allo stadio o di Valentino che allaccia le scarpe del figlioletto. Fu poi Benito Lorenzi, detto “Veleno”, umo dal gran cuore nonostante l’impegnativo soprannome, campionissimo dell’Inter, a prendere sotto la sua ala protettiva i due giovanissimi orfani, opera infine perfezionata dal più grande di tutti, vale a dire Peppino Meazza.
Furono 16 anni di Grande Inter e di grande calcio. Fino al ritiro dopo la finale di Coppa Italia 1977 persa contro il Milan, abbandono dei campi contrassegnato dalle seguenti parole del campione: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare” (Dante docet). Del resto Sandrino era uomo di buone letture e anche, fra le sue qualità, sagace penna, come dimostrano “La prima fetta di torta. I problemi, le speranze, le delusioni di un ragazzo con voglia di pallone”, “Ho scelto di stare davanti alle porte” con Marco Civoli e “Cuore nerazzurro. Una bandiera è per sempre” con Fernando Coratelli.
Come se non bastasse, Sandro, appesi gli scarpini al chiodo, fu anche un gran dirigente di formidabile intuito (oltre ai vari colpi di mercato, aveva praticamente preso Michel Platini e Paulo Roberto Falcão, acquisti poi non concretizzatisi per altri motivi. Insomma, occhio fino anche dietro la scrivania…). E fu anche un commentatore tecnico prezioso, raffinato e garbato nei suoi interventi televisivi.
Chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di incrociare qualche volta Sandro Mazzola in incontri aperti e ricchi di contenuti: a Oreno, alla Comuna Baires, che era una fantastica realtà di sport, teatro e cultura, crocevia e porto di mare di suggestioni senza pari (ah, il caro Renzo Casali!), o in libreria. Sempre gentile e sorridente, mai negandosi a una foto o a una conversazione. Amabile come il suo gioco, che pure sapeva essere pungente. Un po’ farfalla un po’ ape, si potrebbe chiosare, alla maniera e nello stile di Muhammad Ali.
Ora il tuo delizioso incedere, Sandrino, è, con i tanti compagni e amici, fra le nuvole e per sempre nella memoria dei nostri cuori.
Alberto Figliolia
Cosa sapere ancora ...

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