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Bruno Nicolé, la falena gentile

Bruno Nicolé, la falena gentile, Paorole in Gioco di Alberto Figliolia

A 41 anni suonati Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro gioca ancora. La carriera del calciatore contemporaneo si è di molto allungata grazie a metodologie d’allenamento, dieta appropriata, progressi medici straordinari – una volta per il menisco e, peggio ancora, per una lesione ai legamenti si poteva bruscamente interrompere l’attività: cancellati dai campi di gioco!
Decenni fa, arrivato ai trent’anni o poco oltre, un calciatore poteva davvero considerarsi come indirizzato sul viale del tramonto. Desta stupore, perciò, la storia di Bruno Nicolé, il più giovane capitano di sempre nella storia dell’Italia (21 anni e 61 giorni: 25 aprile 1961, 3-2 a Bologna contro l’Irlanda del Nord), che a 18 anni, all’esordio in azzurro, fu capace di una doppietta contro la Francia. Suscitò meraviglia e fu subito salutato dalla critica come il novello Silvio Piola.
Scoperto e lanciato da “Paròn” Nereo Rocco in quel di Padova, dall’Appiani – prima partita nella massima divisione a 16 anni o giù di lì – si ritrovò proiettato nella metropoli piemontese, nei ranghi della squadra dalla maglietta a strisce bianche e nere. Per averlo la Juve sborsò un bel pacchetto di soldi, 70 milioni di lire, oltre al prestito di Kurt Hamrin. Kurt Hamrin, “l’Uccellino”, mica uno qualsiasi!
180 cm di forza – niente male per quell’Italia appena uscita dai guasti, dai dolori e dal trauma del gran conflitto e che stava sottraendosi alle tenaglie di una fame atavica – e valentia tecnica per una punta centrale, ruolo prediletto che, tuttavia, alla Juventus non poté ricoprire in quanto dominio del gigante gallese John Charles. L’attacco della Juve era completato da tale Omar Sivori, vale a dire uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, uno dei tre “angeles de la cara sucia” (con Maschio e Angelillo), fumantino e generoso, re dei tunnel e signore dello sberleffo, oltremodo creativo e fromboliere, mancino sublime, a livello di Ferenc Puskás, Diego Armando Maradona, Lionel Andrés Messi Cuccittini, Roberto Rivelino. Fra il “Cabezón”, John e l’immarcescibile e classico Boniperti il giovane Nicolè finì per essere dirottato all’ala, non facendo comunque mai mancare il proprio contributo, anche dal punto di vista realizzativo.
Nel 1963 a soli 23 anni Bruno aveva già accumulato 141 presenze in serie A condite da 47 gol. Uno score più che notevole. folgorante oseremmo dire. Ma la precocità è un’arma a doppio taglio talora, soprattutto per una natura ultrasensibile quale quella del ragazzo patavino, che anche nei fulgidi tempi del successo non aveva, peraltro, mai smesso di studiare, frequentando le scuole serali.
A 23 anni Nicolè non aveva più nella testa e nel cuore il calcio. Il pallone aveva perso la sua aura romantica e poetica. Sostanzialmente era un ex. Per quattro anni ancora giocò dividendosi fra Mantova, Roma, Genova (Sampdoria) e Alessandria. Ultimi spiccioli, manciate di presenze e pochi gol, salvo l’acuto della rete da lui siglata nella finale di Coppa Italia del 1964 che i giallorossi strapparono al Torino.
A soli 27 anni, nel 1967, Bruno si sarebbe ritirato. Avrebbe ripreso gli studi diplomandosi in ragioneria e, infine, completando il suo nuovo cursus honorum con l’ISEF. Si dedicò da allora in poi alla professione di insegnante di educazione fisica, ricavandone numerose soddisfazioni, gratificazioni, appagamento e formando innumerevoli generazioni in un virtuoso itinerario di educazione e cultura sportiva. Senza rimpianti. Uomo di sport sempre e comunque, seppur lontano dalle luci della ribalta e dalle chiassose pagine sportive. E inguaribilmente innamorato di libri, lettura e scrittura, tanto da acquisire anche la tessera di giornalista pubblicista. Una parabola incredibile, una rotta esistenziale assolutamente unica, una scelta di vita decisamente controcorrente, ma motivata e rispettabile se non nobile.
“Per riparar lo smacco/ quanto prima al muro attacco/ le foto di Levratto e Nicolè!/ Che centrattacco!”, cantavano i mitici musicisti che andavano sotto il nome di Quartetto Cetra. Paragonato, nel brano, addirittura allo “sfondareti” Virgilio Levratto, big degli anni Venti-Trenta, una Coppa Italia con il Vado e un tiro squassante. Quando ancora si credeva di avere sotto mano, con Bruno, uno che avrebbe segnato un’epoca. In realtà Nicolè ha poi costruito, abbandonando lustrini, ingaggi e riflettori, una sua diversa epopea, fatta di normalità, riflessione profonda e impegno nel quotidiano, al servizio dei giovani, il futuro del mondo.
In bacheca rimangono certo anche i trofei conquistati: tre scudetti, tre edizioni della Coppa Italia e una Coppa delle Alpi. In ogni caso un palmarès di tutto rispetto, che la maggior parte dei calciatori professionisti non può vantare.
Bruno Nicolè ci ha lasciati nel 2019. Ci piace ricordarlo in quel 9 novembre 1958, poco più di 18 anni e mezzo, come artefice di due gol in trasferta transalpina contro la squadra giunta terza agli ultimi Mondiali, quelli disputati in Svezia che rivelarono il giovane Pelé. Ci piace ricordarlo in quei trionfanti speranzosi anni della giovinezza e, più indietro ancora nel tempo, quando sognava le gesta degli eroi della domenica – mica era il gioco-spezzatino di oggi – in un calcio color seppia, senza il marchio (talvolta invasivo) della televisione, in cui le figurine e “Il Calcio e il Ciclismo Illustrato” alimentavano la fantasia dei bambini e del popolo dei tifosi.
Al di là delle apparenze non è stato una meteora Bruno Nicolé. Semmai una falena gentile. E un uomo memorabile.

Alberto Figliolia

“Di cosa parla e dove si svolge”
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