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Dalla tragedia alla leggenda: il Grande Torino raccontato da Eraldo Pecci

Un viaggio tra memoria, campioni, imprese e identità granata, dal Filadelfia a Superga fino allo scudetto del 1976.

Rappresentazione evocativa del Grande Torino con un pallone d’epoca e una ruota d’aereo davanti alla Basilica di Superga
Dalla tragedia di Superga alla leggenda: il Grande Torino continua a vivere nella memoria di chi ama il calcio, la storia e il mondo granata.

“Il grande Valentino e i suoi compagni avevano costruito lì il loro mito. Ai piedi della scala che portava alla tribuna vi era una ruota dell’aero precipitato a Superga. Tutto parlava di loro.” (Eraldo Pecci)

In ogni tragedia è un sapore di mistica mescolata a una sorta d’indefinibile nostalgia, tentando di spiegare l’inspiegabile e di connettersi con una realtà altra, oltre.

Un concetto che può ben applicarsi anche allo sport – insieme con i tratti dell’epicità che lo contraddistinguono e sovente qualificano – e a maggior ragione se si parla del Torino.

Del Grande Torino, celeberrima squadra di calcio perita, tutta, nel terribile schianto dell’aereo in cui viaggiavano i suoi componenti, oltre all’equipaggio e ad alcuni giornalisti al seguito, sul terrapieno posteriore della Basilica di Superga il 4 maggio 1949, in un giorno di triste nuvolaglia e pioggia, nessun superstite nella immensa équipe, leggendaria già in quel presente.

O di Gigi Meroni,”Farfalla granata”, una Balilla per auto, una gallina a guinzaglio per le vie della capitale sabauda, barba e baffi, uomo felicemente controcorrente e antischemi, artista con la palla al piede e non solo, la fantasia al potere: investito in un rocambolesco incidente che ne spense estri e vita a soli 24 anni. Quanto ancora avrebbe potuto dare al Toro e all’Italia!

Eraldo Pecci ha giocato nel Torino assumendola a squadra del cuore  –  non gliene vogliano Bologna, Fiorentina e Napoli a cui pure portò in dono la propria sagacia tecnico-tattica – e alla storica società torinese ha regalato uno splendido libro: “Ti racconto i campioni del Torino” (edito da Gribaudo, 238 pp.).   Documenti, schede, memorie e narrazioni, le splendide illustrazioni di Giampaolo Muliari, divagazioni, immagini e foto, riproduzioni di innumerevoli memorabilia lo rendono un volume straordinario, non solo per chiunque abbia amato o ami il Toro, ma per qualsivoglia appassionato di calcio e di storia dello sport (o di studioso/curioso, perché no?, del costume).

Si parte dai pionieri, dall’F-.B. Club Torino, si approda al primo titolo italiano, al meraviglioso Adolfo Baloncieri, classe 1897. deus ex machina sia in granata che in azzurro, in cui realizzò ben 25 reti. Adolfo, che si era formato negli anni giovanili nella terra del tango dove la famiglia era emigrata per poi fare rientro in Italia, costituì con Julio Libonatti e Gino Rossetti, un autentico trio delle meraviglie. Baloncieri fu un asso, uno di quei giocatori epocali e senza tempo: nato verso la fine del XIX secolo (!), senza dover conoscere alcun tramonto.

Sfogliando le pagine della pubblicazione si rimane incantati innanzi al panorama iconografico proposto – bianco e nero, color seppia e colori pastello – liberandosi immaginario e immaginazione.

E vennero i tempi del magico Filadelfia sacro tempio del Toro, ovvero del Grande Torino, cinque scudetti di fila, dal 1943 al 1949 (esclusa l’interruzione bellica). Uno squadrone, a dir poco, leggendario. Capitan Valentino, che si arrotola le maniche per scatenare il famoso quarto d’oro granata. Un 10-0 alla sventurata Alessandria e rimonte stratosferiche in una manciata di minuti. Caterve di gol e bel gioco. Dieci giocatori schierati in una singola partita in azzurro. Record a non finire e un’ammirazione universale. Gioia e speranza elargite a piene mani, anzi piedi, a un popolo, disfatto e sfiduciato, che usciva da una guerra mostruosamente crudele e inutile.
Valerio Bacigalupo (“Baci”), Aldo Ballarin (“Mai stracc”), Virgilio Maroso (classe infinita), Giuseppe Grezar (“Il muto” o “Gazzella”), Mario Rigamonti (“Riga”), Eusebio Castigliano (“Zampa di velluto”), Romeo Menti (“Il cannone silenzioso” o “Volpina”), Ezio Loik (il gemello di Valentino, insieme anche nel Venezia vincitore di una clamorosa Coppa Italia), Guglielmo Gabetto (“Il barone”, liquidato dalla Juventus per andare a compiere meraviglie sull’altra riva del Po), Valentino Mazzola (“Tulen”, perché nel suo paese natale, Cassano d’Adda, prendeva a calci tutte le scatole di latta, “tola”, che incontrava per strada, il più grande: tuttocampista ante litteram, lo trovavi in difesa a salvare un gol e poco dopo era là, avanti, a battere a rete, cannoniere e regista, tutto…), Franco Ossola (“Pilon”, l’unico che, nonostante l’indubbia bravura, stranamente non giocò mai in Nazionale, ambidestro di eccellenti cross e fiuto del gol). E, fra giocatori, allenatori e dirigenti, Danilo Martelli, il presidente Ferruccio Novo (che aveva assemblato la squadra-capolavoro e che non era nel fatale velivolo), Sauro Tomà (anch’egli scampato in quanto vittima, di un infortunio non si era recato a Lisbona con i compagni), Dino Ballarin, Èmile Bongiorni, Rubens Fadini, Ruggero Grava, Piero Operto, Giulio Schubert, Egri Erbstein, Leslie Leversley, Ottavio Cortina, Arnaldo Agnisetta, Andrea Bonaiuti, Ippolito Civalieri. Fra gli “scampati” alla strage anche Pietro Ferraris II che fino al 1947-48 era nei ranghi del Torino ed era stato ceduto nella stagione ancora corrente al Novara.
Superga… un dramma nazionale. Un lutto traumatico Fine della storia, incipit del mito. Scrisse Indro Montanelli: “I ragazzi non sono morti, sono solo in trasferta.”

Ci vollero tanti e tanti anni perché il Toro si riprendesse. Vi fu anche lo sprofondo in serie B. Poi negli anni Sessanta una lenta ripresa fino al glorioso, ormai cinquantennale, scudetto del 1976:

Luciano Castellini (“Giaguaro”), Nello Santin (“Kocis”), Roberto Salvadori (“Bodo” o “Faina”), Patrizio Sala (“Sventolino” o “Pat”), , Roberto Mozzini (“Piro”, “Il muto” o “Mozzo”), Vittorio Caporale (“Toio” o “Caporalbauer”), Claudio Sala (“Il poeta del gol”), Eraldo Pecci, Francesco Graziani (“Ciccio”), Renato Zaccarelli (“Il lord”, “Zac” o “Zacca”), Paolo Pulici (“Pupi” o “Puliciclone”), tre volte re dei marcatori in serie A, autentico cuore toro). Allenatore Luigi Radice. Una squadra che pressava e giocava con agonismo e tecnica, una macchina perfetta.

In tutta questa sfilata di nomi e volti non vogliamo dimenticare altri celebri torinisti come Enzo Bearzot, Aldo Agroppi, Giambattista Moschino (“Il cervello” o “Muschin”), Angelo Cereser, Lido Vieri, superbo portiere (stile ed efficacia), Leovegildo Lins da Gama Júnior, e un altro capitano per eccellenza, degno erede di Valentino, vale a dire Giorgio Ferrini, una vita, troppo presto svanita, in granata.

Per non dimenticare la famosissima iconica sedia agitata in aria dal compianto Emiliano “Mondo” Mondonico, allenatore del Torino in quella sfortunatissima doppia finale di UEFA con l’Ajax (dopo avere eliminato niente di meno che il Real Madrid), persa soltanto per la regola del valore doppio dei gol segnati in trasferta.

Il resto è contemporaneità o presente, in cui si spera che il Torino, squadra come poche trasversale, recuperi la posizione in campo nazionale che il suo blasone merita.
Il libro di Pecci, che fu gran centrocampista e in anni più recenti sapiente e ironico commentatore TV, è una perla nell’ambito dell’editoria sportiva, riuscendo, forte di una veste grafico-estetica superiore e con garbo senza pari, a trasmettere memoria e sentimento.

Alberto Figliolia

 
 
“Di cosa parla e dove si svolge”
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