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WRITER NELLE NOSTRE CITTA’: ARTE O IMBRATTAMENTO? Intervista a Moxa, writer sangiulianese

PERCHE’ LO FA?
Per la fama, principalmente per la fama, intesa come notorietà. Il “graffiti writing” nasce a cavallo degli anni ’60/’70; storicamente spesso ci si dimentica di sottolineare che qualcosa di simile a un writer probabilmente esisteva anche prima, ma con altri mezzi. La nascita e la diffusione delle bombolette di vernice spray rende invece possibile lo sviluppo di un vero e proprio fenomeno artistico sociale.
Il writing è a mio avviso un fenomeno strettamente connesso all’età adolescenziale, a quel momento della vita in cui si estendono i propri confini.  Non hai più il limite di stare a casa, inizi a uscire, vai nel quartiere, e ti viene la voglia di marchiare i luoghi dove vai e i confini che conquisti in cerca di una visibilità che è anche auto affermazione. Vai a fare una gita con la scuola a Madrid, non può scapparti l’occasione di fare qualche tag (una sorta di firma del writer, ndr): nessuno magari le vedrà mai, ma a te serve per sentire di aver lasciato la tua presenza anche lì. Poi inizi a far parte di una crew (gruppo di writers che collaborano tra loro, ndr), e parte la competizione con le altre. “Cazzo, quelli son riusciti a dipingere in quel deposito lì, dovremmo provarci anche noi!”, e via così.
Certo, poi cresci, e magari vengono meno gli impulsi adolescenziali e prosegui in una ricerca di tipo diverso, ma 
le esperienze da writer si trasformano in qualcos’altro: moltissimi writers sono diventati grafici, pubblicitari, tatuatori, street artists, artisti su tela, o hanno iniziato a lavorare solo su murate legali su commissione.

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