Guerra in Yugoslavia

La Storia del Kosovo

Il Kosovo (Kosovo per l'etnia serva e Kosova per l'etnia albanese) è situato nel sud della Repubblica di Serbia e confina con Montenegro, Albania e Macedonia. Ha una superficie di 11.000 kmq, (simile all'Abruzzo) e una popolazione di circa 2.100.000 abitanti di cui circa il 90% di etnia albanese (di religione musulmana con piccola minoranza cattolica), l'8% di etnia serba (di religione cristiano ortodossa), il 2% è costituito da turchi, macedoni, rom.
La capitale è Prishtina (200.000 abitanti) e le risorse principali sono le miniere di metalli di Trepcia. Il tasso di natalità e mortalità infantile sono i più elevati d'Europa: più del 50% della popolazione ha meno di 20 anni e l'età media è di 24 anni.
Nella regione del Kosovo è storicamente provata la presenza albanese sin dai tempi degli Illiri. Dal XII fino al XIV secolo il popolo slavo dei serbi occupò progressivamente queste regioni.
Questa regione fertile nel sud della Serbia era uno dei nuclei dell'antico stato feudale sebo che s'era evoluto dal principato di Raska, la cui capitale era l'odierna città di Novi Pazar. Il Kosovo con la capitale Prishtina, a quell'epoca, era una regione di frontiera dell'impero bizantino.
Ma tra il 1100 e il 1200 passò sotto il dominio della dinastia serba dei Nemanjdi che vi istituirono il loro centro di potere. Così il Kosovo diventò il perno politico del regno serbo, che al punto della sua massima estensione territoriale durante il regno dello zar Stefan Dusan (1331-1355), spaziava dal Danubio all'Egeo e al Mar Ionio.
Agli inizi del XIV secolo il Kosovo era anche il centro della vita religiosa del popolo serbo. Il 28 giugno 1389 (giorno di S. Vito) presso la Piana dei Merli ci fu la battaglia di Kosovo Polje, dove si fronteggiarono l'esercito serbo guidato dal Principe Lazaro, contro il sultano Murat 1 a capo dell'esercito ottomano.
L'armata serba fu sconfitta e dovette riparare in Montenegro e verso la Bosnia. Il Regno servo medioevale, già in fase di declino nel 1200, si dissolse ed incominciò la dominazione turca, che durerà per cinque secoli.
Durante i cinque secoli di impero ottomano, il Kosovo era una delle quattro unità amministrative albanesi. Nella metà del 1400 iniziano le prime grandi migrazioni albanesi verso il Sud Italia. Per chi rimane inizia il processo di islamizzazione che durerà fino al XVIII secolo.

Fino al 1600 si registrò un continuo flusso di immigrazione albanese nella fertile piana del Kosovo, senza che questo movimento migratorio creasse un capovolgimento definitivo della composizione etnica dell'intera regione, fino ad allora prevalentemente cristiana.

Nel 1683 i turchi vennero sconfitti alle porte di Vienna; le truppe asburgiche conquistarono Budapest e nel 1689 Belgrado. L'impero asburgico, minacciato alle sue frontiere occidentali da Luigi XIV di Francia, dovette ritirare le sue truppe dai Balcani e rinunciare a Belgrado. I serbi e gli albanesi ribellatisi fiduciosi dell'appoggio delle truppe asburgiche, finirono vittime della vendetta turca.

Nel 1690, una cospicua parte della popolazione serba del Kosovo sotto la guida del patriarca Arsenije III si vide costretta a lasciare il paese, sotto le pressioni di pulizia etnica dei turchi. Non tutta la popolazione serba abbandona il Kosovo. Dopo tre mesi di saccheggi e terrore la Sublime Porta (leggi Impero Ottomano) si rese conto del rischio di spopolare un'intera regione. Il sultano arrivò a garantire a tutti i serbi rimasti o disponibili al ritorno il rispetto delle proprietà e un'amnistia.

Altre immigrazioni avvennero nel 1735-39 a causa della guerra fra la Russia e il Regno asburgico contro l'impero ottomano. Tali fenomeni migratori, anche se di dimensioni minori si registrarono fino all'inizio del 1900. Nel Kosovo queste migrazioni lasciarono effetti duraturi. Cambiò la composizione etnica perchè ora gli albanesi non solo popolavano i villaggi abbandonati della pianura, ma anche le città.

1878. A Prizren, nel sud del Kosovo, viene fondata la "Lega di Prizren", centro del movimento nazionale di tutti gli albanesi. L'obiettivo principale è la liberazione nazionale di tutta la popolazione albanese. Dalla Turchia in un primo momento si rivendica l'autonomia come vilajet unificato degli albanesi.

1880. La Lega di Prizren rivendica uno stato autonomo e si dichiara "governo provvisorio dell'Albania"; controlla il Kosovo e la Macedonia occidentale.

1881. Il governo ottomano riconquista i territori "autonomi" e vieta l'attività della Lega di Prizren che continua in forma illegale.

1909-12. Il movimento nazionale albanese riesce a controllare tutto il Kosovo e a occupare Shkup (Skopje). Ma all'inizio della guerra dei Balcani l'esercito serbo, appoggiato dalla Russia e dalla Francia, occupa tutto il Kosovo.

1912. Gli albanesi si liberano dal giogo ottomano e il 28 novembre viene proclamata a Vlore (Valona) l'Albania indipendente, ma nello stesso anno il Kosovo viene occupato dalle forze serbe e annesso alla Serbia.

1914. Il 28 giugno l'arciduca Francesco Ferdinando, viene assassinato a Sarajevo, un mese dopo scoppia la prima guerra mondiale.

1914-18. Durante la I Guerra Mondiale il Kosovo è temporaneamente occupato e spartito tra gli eserciti austro-ungarico e bulgaro che se ne contendono il controllo. Poi viene riconquistato dalle truppe serbe.

1919. Nell'accordo di Versailles il Kosovo e la Macedonia vengono assegnati al regno dei Serbi, Croati e Sloveni, dal 1929 "Jugoslavia", senza interpellare la popolazione in maggioranza macedone e albanese. Il territorio viene ripartito in "Banovini".

1919-40. Sistematica oppressione degli albanesi nel sud del "Regno dei Serbi, Croati e Sloveni". Gli albanesi, a differenza di altri gruppi etnici, non godono di alcun diritto di minoranza. Espropri, violenza generalizzata e distruzione di villaggi nel Kosovo. Trecentomila albanese vengono forzatamente trasferiti in Turchia. In questo periodo non è riconosciuto il diritto all'uso della lingua e della cultura albanese. Tutti i ruoli dirigenti sono occupati da serbi e montenegrini che costituiscono circa il 20% della popolazione.

1934. Assassinio di re Aleksandar a Marsiglia.

1941-43. Il Kosovo e la parte occidentale della Macedonia vengono occupate dall'Italia e unite all'Albania. Si istituisce il protettorato italiano e si creano scuole in lingua albanese.

1943-44. Dopo la resa dell'esercito italiano, i territori albanesi vengono occupati dalle truppe tedesche. Si mantiene l'unione amministrativa delle regioni albanesi e si promuove la creazione di una "Grande Albania".

1944. Una conferenza dei comunisti albanesi (31/12/1943 - 2/1/1944) del Kosovo e dell'Albania, a Bujane, vicino a Prizren, si pronuncia in favore dell'autodeterminazione del Kosovo e della riunificazione con l'Albania alla fine della guerra.

1945. Gli albanesi del Kosovo vengono mobilitati forzatamente dai partigiani di Tito. Nel Kosovo viene proclamato lo stato d'assedio. Dopo la vittoria delle unità titoiste sul fronte nazionalista albanese Balli kombetar, il Kosovo viene nuovamente occupato e inglobato nella Jugoslavia come Provincia Autonoma della Repubblica Socialista di Serbia.

1946-66. Periodo di repressione per opera della polizia jugoslava comandata dal ministro degli interni Alexander Rankovic. Più di 100 morti, deportazione di numerosi intellettuali. Più di 400.000 albanesi vengono costretti all'emigrazione in Turchia. La lingua albanese viene riconosciuta come una delle lingue nazionali della Jugoslavia. Serbi e montenegrini costituiscono ancora la maggioranza dell'élite politico-economica e delle forze di polizia.

1963. La nuova costituzione jugoslava equipara l'autonomia del Kosovo a quella della provincia della Vojvodina.

1966-68. Dopo la riunione i Brioni, Rankovic viene deposto. La tensione si allenta. Viene ampliato il sistema scolastico in lingua albanese e iniziano attività didattiche in albanese all'università. La Lega dei Comunisti Jugoslavi e lo stesso Tito riconoscono la necessità di una politica di eguali opportunità per evitare il proliferare del nazionalismo albanese.

1968. Nel dibattito sulla costituzione viene chiesto lo status di repubblica per il Kosovo. Si verificano violenti scontri, partiti dall'Università e viene rivendicata la trasformazione da Provincia Autonoma a Settima Repubblica della Federazione Jugoslava. Si hanno repressioni e arresti, ma prosegue la politica di apertura con l'introduzione dell'uso della bandiera albanese a fianco di quella jugoslava. Il quotidiano in lingua albanese Rilindja (Rinascimento) diventa di gran lunga il più venduto nella regione.

1970. Viene fondata l'Università di Prishtina, centro accademico per tutti gli albanesi dell'ex-Jugoslavia, che presto registra 40.000 studenti iscritti.

1971. Congresso ortografico di Tirana a cui partecipano anche i delegati del Kosovo. Nell'ambito di una consultazione linguistica si decide di mantenere un regime unificato di lingua albanese standardizzata in tutti i territori abitati da albanesi.

1974. Viene approvata la terza riforma della costituzione della Jugoslavia. Il Kosovo, quale "Provincia autonoma" viene riconosciuto come uno dei soggetti costitutivi della Jugoslavia, con una propria costituzione, un proprio governo, parlamento, magistratura, sistema scolastico e altre istituzioni indipendenti da quelle serbe. Il Kosovo resta però parte della repubblica serba e non ha diritto di secessione. La percentuale di albanesi presenti nel partito e nei ruoli dirigenti comincia a crescere e, in parallelo, cresce il disagio della componente serba della popolazione che in buon numero lascia la regione, spinta anche dalle cattive condizioni economiche. Il Kosovo, costituendo l 9% della popolazione dell'intera federazione, produce solo il 2% del reddito nazionale lordo e a partire dagli anni 50 ha usufruito di una fetta sempre crescente del fondo federale per le regioni meno sviluppate.

1980. Muore il maresciallo Tito.

1981. Dopo la morte di Tito, le manifestazioni di Prishtina in cui gli studenti rivendicano migliori condizioni di vita e si allargano fino a reclamare lo status di "Repubblica del Kosova". Gli scontri sono violenti: una decina i morti, centinaia i feriti, migliaia gli arresti; per la prima volta nella storia jugoslava intervengono i carri armati. Molti indicano quel momento come il vero inizio delle successive guerre nella post-Jugoslavia. Negli anni seguenti migliaia sono le persone arrestate e accusate di cospirazione. In diversi casi Amnesty International denuncia violenze e torture ai danni della componente albanese del popolo kosovaro. Il malcontento e i timori dei serbi che vi abitano vengono strumentalizzati dai nazionalisti e gli intellettuali giocano un notevole ruolo in questa rinascita dell'identità serba. Basta ricordare il Memorandum di alcuni membri dell'Accademia delle Scienze e delle Arti di Belgrado nel 1985 (... là dove c'è un serbo, là c'è la Serbia) e i due appelli del 1986, sottoscritti da numerosi intellettuali di varie tendenze (... il genocidio a cui sono sottoposti i serbi in Kosovo ...).

1987. Prende il potere, a Belgrado, Slobodan Milosevic, dal 1986 Segretario della Lega dei Comunisti Serbi, poi Partito Socialista Serbo. Inizia il processo di cancellazione dell'autonomia del Kosovo.

1988. Manifestazioni di massa, cui partecipano dalle decine alle centinaia di migliaia di persone, avvengono in tutta la Serbia al grido "riprendiamoci il Kosovo". Nel novembre la dirigenza del Partito Comunista del Kosovo viene sostituita con uomini fedeli a Milosevic. Sciopero ad oltranza di 1300 minatori albanesi a Trepca, grande complesso minerario del Kosovo.

1989 Viene proclamato lo stato d'assedio e il parlamento del Kosovo è costretto ad approvare l'abrogazione dell'autonomia. Seguono proteste di massa sciolte con violenza dalla polizia. Protesta di 215 intellettuali per la difesa dell'autonomia. Persecuzione dell'élite albanese, ondata di processi e dure pene. Numerosi giovani condannati a lunghi periodi di carcere. Scioglimento della "Lega dei comunisti del Kosovo". Si formano i primi partiti liberi fra cui la Lega Democratica del Kosovo, che raccoglie i maggiori consensi. Inizia la resistenza passiva e organizzata degli albanesi.

1989. Luglio. Slobodan Milosevic viene eletto Presidente della Serbia: cancella l'autonomia del Kosovo.

1990. Il 2 luglio il parlamento del Kosovo proclama la "Repubblica Kosova" all'interno della Jugoslavia; il 5 luglio il parlamento viene sciolto da parte di Belgrado; il 7 settembre il parlamento albanese del Kosovo approva la nuova costituzione della Repubblica. La Serbia chiude la stazione radio-tv di Prishtina, il quotidiano Rilindja, le scuole albanesi e licenzia migliaia di dipendenti pubblici. La Resistenza è non violenta, la scelta dichiarata è quella della non violenza; la consegna è quella di non reagire alle provocazioni. All'elevato grado di organizzazione della comunità albanese si accompagna un intenso lavoro diplomatico dei suoi rappresentanti politici. Le radici di questa forma di resistenza non violenta vanno ricercate anche, se non soprattutto, nel lavoro di Anton Cetta, etnologo di fama internazionale, principale animatore del movimento per il superamento della tradizione della vendetta e per la riconciliazione ("remissione del sangue") tra le famiglie in lite reciproca. I casi di riconciliazione sono stati circa 1250. Le riunioni in cui venivano presentati erano diventate manifestazioni di massa, tanto che ad uno di quegli incontri erano presenti circa 500.000 persone. Dal 1990 gli albanesi nella pubblica amministrazione sono in parte licenziati e in parte si rifiutano di lavorare per uno stato in cui non si riconoscono e non partecipano alle elezioni che vedono il trionfo di Milosevic.

1991. In maggio nei pressi di Borovo Selo nelle immediate vicinanze della periferia industriale della città di Vukovar, muoiono in un'imboscata 12 poliziotti della milizia croata. Per molti quella data viene considerata come l'inizio effettivo della guerra nell'ex-Jugoslavia. Vengono licenziati tutti gli insegnanti albanesi del Kosovo; inizia l'insegnamento scolastico in lingua albanese nelle scuole private parallele; il 1° settembre l'università di Prishtina viene chiusa. Dal 26 al 30 settembre si tiene un referendum popolare. L'87,5% della popolazione del Kosovo si esprime in favore di uno stato indipendente e sovrano.

21 febbraio 1992. Risoluzione ONU N. 743, nasce l'UNPROFOR che dispiegherà 14.000 caschi blu in Croazia.

29 febbraio - 1 marzo 1992. Referendum per la Bosnia Erzegovina, il 64% vota a favore dell'indipendenza, i serbi boicottano le urne, iniziano le prime manifestazioni di piazza degli studenti, le prime sparatorie, le prime barricate; da lì a poco inizierà il drammatico e lungo assedio della città di Sarajevo.

27 aprile 1992. A Belgrado viene proclamata la Federazione jugoslava che comprende Serbia, Kosovo, Voivodina e Montenegro.

27 maggio 1992. Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina entrano a far parte delle Nazioni Unite.

30 maggio 1992. Risoluzione ONU N. 757, embargo totale contro Serbia e Montenegro.

31 maggio 1992. Elezioni a Belgrado boicottate dall'opposizione, Cosic (membro del partito di Slobodan Milosevic) ottiene il 60% dei suffragi e diventa Presidente della Federazione serba-montenegrina.

8 giugno 1992. Risoluzione ONU N. 758, dispiegamento di 1000 caschi blu all'aeroporto di Sarajevo per permettere l'arrivo degli aiuti umanitari.

29 giugno 1992. Risoluzione ONU N. 761, vengono inviati 850 caschi blu per riaprire l'aeroporto di Sarajevo.

13 agosto 1992. Risoluzione ONU N. 770, autorizza ogni misura per assicurare il rifornimento delle città assediate in Bosnia Erzegovina.

13 agosto 1992. Risoluzione ONU N. 771, che condanna la pulizia etnica e ordina ispezioni presso i campi di prigionia della ex-Jugoslavia.

14 settembre 1992. Risoluzione ONU N. 776, altri 6000 caschi blu in Bosnia per proteggere i convogli umanitari.

6 ottobre 1992. Risoluzione ONU N. 780, istituita commissione che dovrà verificare le violazioni dei diritti umani nella ex-Jugoslavia.

9 ottobre 1992. NO FLY ZONE sulla Bosnia Erzegovina.

18 dicembre 1992. Risoluzione ONU N. 798, l'ONU condanna le brutalità da parte della milizia Serba nei confronti delle donne musulmane, ed esige la chiusura dei campi di prigionia.

Nella semi-clandestinità, gli albanesi del Kosovo eleggono un loro Parlamento che il 24 maggio designa Presidente della Repubblica, col 99% dei voti, lo scrittore Ibrahim Rugova, leader della Lega Democratica del Kosovo (LDK). La regione viene completamente militarizzata. Il Consiglio per la difesa dei diritti umani e delle libertà, che ha come presidente Adem Demaci, premio Sacharov del Parlamento Europeo nel 1990, ha accumulato una impressionante documentazione fotografica di casi di maltrattamenti e torture. L'organizzazione umanitaria "Società di Madre Teresa" fornisce aiuti alimentari a circa 300.000 persone e assistenza medica di base a tutta la popolazione. I fondi per le strutture parallele provengono dall'autotassazione degli albanesi del Kosovo e dai lavoratori all'estero.

19 febbraio 1993. Risoluzione ONU N. 807, i caschi blu sono autorizzati all'uso della forza per garantire la propria sicurezza.

22 febbraio 1993. Risoluzione ONU N. 808, istituzione di un tribunale di guerra per giudicare i responsabili dei crimini di guerra nell'ex-Jugoslavia.

31 marzo 1993, Risoluzione ONU N. 816, garantisce l'uso della forza da parte della NATO per controllare il rispetto della NO FLY ZONE.

16 aprile 1993. Risoluzione ONU N. 819, viene creata un'area protetta nella zona di Srebrenica.

4 giugno 1993. Risoluzione ONU N. 836, autorizza l'UNPROFOR a rispondere con le armi in caso di attacco alle zone protette.

Dall'agosto 1993 è stato negato l'ingresso in tutta la Serbia alle delegazioni di Amnesty International e dell'OSCE (in risposta all'applicazione dell'embargo contro la Serbia, coinvolta nella guerra della Bosnia-Erzegovina). Nel gennaio circa 120.000 albanesi (su circa 170.000 occupati albanesi) sono licenziati, perdendo così il diritto all'assistenza sanitaria pubblica e a volte anche all'alloggio fornito dal datore di lavoro. Nelle scuole pubbliche e nell'Università sono condotti nuovi programmi di insegnamento basati sulla lingue e la cultura serbe, che non vengono accettati dagli albanesi. In alternativa vengono aperti in case private corsi di scuola superiore e universitari, spessi interrotti dalla polizia. Solo i corsi di istruzione elementare sono ancora svolti negli edifici pubblici, ma gli insegnanti, che si rifiutano di accettare il programma di studi governativo, non vengono pagati dallo Stato.

31 marzo 1994. Risoluzione ONU N. 908, approvato piano UNPROFOR per la riapertura dell'aeroporto di Tuzla.

22 aprile 1994. Risoluzione ONU N. 913, condanna gli attacchi serbi contro Gorzde.

20 novembre 1994. Risoluzione ONU N. 958, estende al territorio della Croazia, il mandato per l'uso della forza aerea.

1995. Nel mese di novembre viene siglato l'accordo di Dayton.

1996. In settembre, con la mediazione della Comunità di Sant'Egidio, viene firmato un accordo tra Milosevic e Ibrahim Rugova per il ripristino del diritto all'uso della lingua albanese e allo studio della cultura albanese nelle scuole pubbliche statali e quindi con la possibilità per gli studenti albanesi di riutilizzare gli edifici pubblici per lo svolgimento dei corsi; ma l'applicazione viene continuamente ritardata.

1997. Durante la primavera, per la risoluzione del conflitto in Kosovo, vengono avviati vari incontri e tavole rotonde con la partecipazione di politici e intellettuali serbi e albanesi. Il 19 maggio appaiono i primi manifesti dell'Uck nelle strade di Prishtina. In tre grandi processi politici vengono condannati 52 albanesi per terrorismo a complessivamente 557 anni di reclusione. In autunno scendono in piazza decine di migliaia d studenti e insegnanti albanesi per protestare contro la loro esclusione dalle scuole pubbliche. Le manifestazioni del 1° ottobre e del 30 dicembre vengono sciolte con brutalità, solo quella del 27 ottobre a Prishtina non subisce cariche dalla polizia.

1998. Il 28 febbraio unità serbe compiono massacri nella zona di Drenica provocando 80 morti fra i civili albanesi. Inizia una fortissima repressione in tutta la regione. La polizia e l'esercito attaccano numerosi villaggi nelle zone centrali, una repressione che continua fino a giugno e provoca più di 300 morti. Il 22 marzo viene rieletto il presidente e il parlamento del Kosovo. E' confermato Ibrahim Rugova e l'LDK (Lega Democratica del Kosovo) alla guida della Repubblica del Kosovo. Alla fine di maggio viene attaccata la prima città, Decan. Quindicimila profughi si rifugiano in Albania, quasi 40.000 in altre città del Kosovo. La Nato svolge una serie di manovre per scoraggiare la violenza. A metà giugno Milosevic incontra il presidente russo Yeltzin a Mosca, il quale scongiura un intervento della Nato. Sembra ripetersi lo scenario della guerra in Bosnia. Gli attacchi serbi alla popolazione civile albanese continuano. Alla fine di settembre, il numero di albanesi vittime degli attacchi serbi ha superato il migliaio. Oltre 250 villaggi sono inabitabili, mentre più di 400.000 albanesi si sono rifugiati dove possono. Nell'attesa di un intervento dall'esterno, si profila una nuova catastrofe umanitaria nei Balcani.