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  Militari


Tino Berti

Il mio riferimento per questa che non vuol essere altro che una testimonianza è il sanatorio, o meglio i sanatori tedeschi, dove venimmo ricoverati subito dopo la liberazione.

Noi deportati politici, all’atto della liberazione dal Lager di Langenstein dalla IX Armata americana venimmo dapprima sistemati in un ospedale da campo (il XX°) e successivamente trasportati in una specie di Sanatorio a Vechelade dove trovammo del personale medico ed infermieristico tedesco di notevole valore che ci curò con tutte le premure possibili.


In quella baraccopoli, che era il sanatorio di Vechelade, trovammo anche una ottantina di soldati italiani (ex IMI) e qualche civile, anche loro ammalati di Tbc, di cui qualcuno affetto da forme piuttosto gravi ed infatti parecchi sia politici che militari lasciarono la vita in quel sanatorio dopo che erano riusciti a superare stenti, fame e patimenti e la liberazione aveva provocato anche in loro, come in noi tutti, l’illusione di poter tornare alle nostre case e riabbracciare i nostri cari.

Come tutti sanno, la vita sanatoriale è di una monotonia esasperante, specie per chi, come noi allora, non ha uno straccio di giornale da leggere, un libro che tenga compagnia o la possibilità di vedere un film. Su ottanta italiani che componevano un sesto circa della popolazione di quel sanatorio, eravamo in due a conoscere e parlare il tedesco per cui a giorni alterni accompagnavamo i medici in visita per tradurre le loro domande e le risposte del compagno ammalato.

Molti di questi soldati, compagni di sanatorio, mi si erano affezionati in un modo incredibile: la mia camerata nella baracca era sempre affollata e si chiacchierava assieme per delle ore.

I temi, gli oggetti, dei nostri discorsi variavano; andavano dal proseguimento necessario delle cure una volta ritornati in patria, alla situazione politica che avremmo trovato, alle distruzioni provocate dalla guerra e dai bombardamenti, alla preoccupazione di trovare la casa ancora integra e la famiglia compatta ad attendere il nostro ritorno.

Un tema che ritornava sovente nelle nostre discussioni era quello del lavoro. Devo subito aggiungere che questo argomento investiva i miei compagni del centro-nord; i meridionali, pugliesi, calabresi e siciliani, si interessavano meno, alcuni per niente, di questo problema che angustiava molti dei reduci della prigionia. Dai loro volti, quando si aprivano queste discussioni, traspariva un senso di sconforto, come se per loro la disoccupazione e la miseria fosse un dato scontato in partenza. Sembravano dei rassegnati. Più volte intesi dire da qualcuno: “se non avessi la famiglia da rivedere, mi fermerei quì in Germania; con tutte le distruzioni provocate dalla guerra, quì il lavoro non mancherà”.

Da parte dei compagni di sanatorio settentrionali il discorso sulle possibilità di trovare un lavoro, un impiego, era invece una cosa assillante. Chi aveva un impiego, ricordo un veneziano che prima di essere chiamato alle armi lavorava all’INPS, era abbastanza tranquillo; altri, invece che erano stati arruolati e che durante la loro licenza avevano visto che al loro posto erano state assunte delle donne ( ad esempio nei tram ed in molte fabbriche) temevano che una volta ritornati li attendesse la disoccupazione e la miseria.

“Quando ritorneremo a casa, dopo esserci sobbarcati chissà quanti mesi di sanatorio, dovremo girare per mesi o per anni per trovare un posto di lavoro” era il leitmotiv di quei giorni.

Un giorno, non so come, saltò fuori il calcolo, la stima, fatta da un toscano, secondo cui il nostro ritorno avrebbe coinciso col ritorno in patria di alcune centinaia di migliaia di ex prigionieri di guerra. Tanti calcolava lui che fossimo in Germania. Il suo calcolo, come si vedrà in seguito era errato per difetto: nel dopoguerra, nello spazio di qualche anno, i prigionieri italiani che vennero rimpatriati furono circa 1.400.000 !   

Ma già la cifra di alcune centinaia di migliaia (se non ricordo male si parlava di duecentomila ex prigionieri di guerra) impressionò tutti. La concorrenza sul mercato del lavoro sarebbe stata dura: non    era sorto solo il problema creato dalle donne che avevano occupato tanti posti che prima erano appannaggio degli uomini richiamati alle armi; sorgeva anche l’altro problema, che noi - una volta ritornati in Italia - si doveva trascorrere tutti un periodo più o meno lungo in qualche sanatorio, per cui all’atto delle dimissioni dallo stesso avremmo trovato tutti i posti di lavoro già occupati e quindi eravamo destinati praticamente alla disoccupazione.

I calcoli del toscano, che avevano fatto riflettere quasi tutti su cosa ci avrebbe riservato il nostro ritorno, avevano generato l’apertura di una serie di discorsi che era incentrata sul problema del posto di lavoro e di li si era allargata alle distruzioni della guerra (“ io sono muratore, prenderò i miei arnesi ed andrò in una città bombardata, lì troverò certamente del lavoro, magari come manovale” diceva un alpino friulano “ importante che vi sia del buon vino”); lo seguiva a ruota un idraulico, “mentre sarò in sanatorio costruiranno le case, ma tutto il lavoro che viene dopo la costruzione bisogna pure che qualcuno lo faccia e anche prima della guerra, a Torino, di idraulici non eravamo in molti. Il lavoro allora non mancava”.

Così, mentre qualcuno si consolava con queste previsioni che servivano a dargli coraggio, altri si lasciavano andare e si abbattevano moralmente. La cosa pesava di più soprattutto a coloro che avevano lasciato in Italia una famiglia, con figlioletti piccoli, e si preoccupavano oltre ogni dire di cosa li avrebbe aspettati al ritorno.

Quel povero Memmo, il tranviere romano che aveva lasciato a casa la moglie con tre bambini piccoli la quale non aveva potuto chiedere di sostituire il marito come tranviera perchè non aveva nessun parente  che accudisse i bambini durante il suo eventuale lavoro, era disperato: “E poi, chi sarà capace di cacciare le donne dai loro posti? Maledetta la volta che ho messo al mondo quei tre piccoli”! mormorava spesso con la testa tra le mani.

Questo problema del lavoro, che era sorto dopo oltre due mesi dalla nostra liberazione, divenne tra il gruppo dei ricoverati italiani il tema dominante di tutte le discussioni, di tutti i discorsi che venivano fatti nell’attesa che ci imbarcassero sul treno ospedale che ci avrebbe riportati a casa.

Una sera, mentre ritornavamo in baracca dopo esser stati ad ascoltare la trasmissione di Radio Lussemburgo, unica emittente in lingua italiana che riuscivamo a captare, due siciliani padri di famiglia, si fecero coraggio ed all’alpino friulano chiesero se tutto quel lavoro di manovalanza che avevano fatto in Germania nell’ultimo anno li potesse avvantaggiare o meno nella ricerca di un posto di lavoro nel Nord Italia. L’alpino, che aveva un cuore d’oro, una volta giunti nella nostra baracca fece loro un discorsetto del genere:” Ci scambiamo gli indirizzi, voi andate a casa riabbracciate la vostra famiglia e poi mi scrivete. Nel frattempo io avrò trovato un lavoro, ne parlo all’impresa e vi scrivo che il posto ve l’ho trovato e voi mi raggiungete.”

Non vi racconto la felicità di quei due siciliani. Ormai si consideravano detentori di un posto di manovale nell’Italia del Nord!

In quei giorni una sera venne a visitarci un ufficiale di quello che potremo definire il comando tappa di Braunschweig, cioè quel comando che aveva fra le altre incombenze il compito di farci rientrare con il treno ospedale. Eravamo arrivati a metà agosto e si profilava vicino il nostro rientro: il tenente veniva a farci le raccomandazioni di rito. Conservare con assoluta cura i documenti medici che avrebbero servito all’atto del nostro rientro per iniziare una pratica per la pensione di invalidità, portare con sè tutte le carte ed i documenti relativi al lavoro effettuato durante quei 18 mesi in Germania, ricordarsi che se era vicina, a dove eravamo, la fabbrica per cui si era lavorato ci avrebbe messo a disposizione una macchina che ci avesse portato alla direzione per richiedere un attestato, ecc. ecc.  Parlando poi delle difficoltà in cui si dibatteva il loro ufficio per il nostro rientro causa la carenza di treni e di treni ospedale in particolare, buttò lì, senza conoscere i discorsi che noi avevamo fatto, la frase che dalla sola Germania fra quelli già rimpatriati e quelli da rimpatriare gli italiani ammontavano ad oltre mezzo milione secondo le stime che erano state effettuate. Ma, soggiunse che il problema non esisteva solo in Germania, si trasferiva anche in Italia, dove accanto a noi bisognava provvedere ai reduci delle prigionie inglesi, americane, ai soldati italiani che provenivano dai Balcani dove avevano combatuto a fianco di Tito o dei partigiani greci eccetera, eccetera.  

Ripartito quel tenente, il morale degli italiani precipitò; non si trattava più di trovare una volta ritornati a casa la concorrenza di duecentomila persone, come aveva calcolato il toscano: ormai tutte le nostre ipotesi e congetture arrivavano a quasi il milione di persone che si sarebbero dati da fare per la ricerca di un posto di lavoro, quando noi saremmo stati ancora sotto cura nei sanatori italiani.

Strano a dirsi, ma per quello che ricordo l’idea della pensione di guerra non ebbe alcuna presa fra di noi. Nemmeno nessuno pensò al fatto che un domani, come invalidi di guerra, avremmo avuto a disposizione una certa percentuale di posti a noi riservati.

Uno solo tra di noi ricordava, ma senza successo, che ad un suo zio che aveva perduto un occhio sul Carso durante la prima guerra mondiale gli avevano riservato un posto di bidello. Ogni volta che cercava di spiegare questo fatto veniva zittito. Ricordo una frase.”Non vorrai che mettano dei tubercolotici a fare i bidelli col rischio di contagiare tutta una scuola!”

Questo problema, della ricerca di un posto di lavoro, della concorrenza che avremo trovato una volta ritornati in Italia fra tutti i reduci ed ex prigionieri, come traspare da questi miei ricordi, dominò l’ultimo periodo della nostra permanenza in Germania creando abbattimenti e demoralizzazioni a non finire. Direi che anche la serietà della malattia e il lungo periodo di degenza in un sanatorio italiano, prospettato dai nostri medici tedeschi, divenne un elemento secondario nei discorsi che si facevano a Vechelade.

 

 Alberto Berti