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Le Foibe

 
 
Sta ritornando alla ribalta il tragico e luttuoso evento che nel dopoguerra ha colpito le popolazioni giuliane: le foibe. Poiché da molte parti su questo evento vengono inscenate speculazioni il più delle volte a carattere nazionalistico e poiché la stampa in genere ha effettuato sistematicamente un’opera di disinformazione, abbiamo pensato che per i giovani che seguono questa rubrica fosse necessario indicare come si sono svolti gli avvenimenti ed il contesto storico - politico che fu alla loro base.
 
Negli ultimi tempi, in una concomitanza certamente sospetta, è tornato alla ribalta il triste e tanto dibattuto problema delle foibe che aveva avvelenato nell’immediato dopoguerra gli animi delle popolazioni delle due etnie che compongono la Venezia Giulia e di quella triestina in particolare.
Il fatto strano della riesumazione da parte dei mass-media di questo angoscioso problema è dovuto indubbiamente alla sua concomitanza con l’apertura del processo al criminale nazista Priebke.
Infatti la stampa nazionale, scritta e parlata, riscoprendo le foibe (definite dal Devoto-Oli come depressioni carsiche, tipo di doline, sul fondo delle quali s'aprono delle spaccature che assorbono le acque) ed avallando, tranne lodevoli e consolanti eccezioni, una campagna reinnescata da destra dal processo Priebke (perché oltre al nazista non si processano anche gli “infoibatori”? si chiedevano i giornali conservatori ignorando i processi istruiti 50 anni fa) si è lanciata a tutto regime in una serie di denuncie e spiegazioni, cariche di notizie infondate o nei casi migliori largamente distorte e faziose.
Sono raffiorate in varie forme le equazioni Resistenza = Foibe, Jugoslavi = nazisti, aggrediti ed aggressori la stessa cosa, italiani = vittime incolpevoli.
Questo “battage” giornalistico svolto con una totale mancanza di informazioni, una totale ignoranza, e quel che è peggio, sposato a forme di superficialità che non dovrebbero essere consentite a giornalisti professionisti ed a un'incredibile noncuranza che ha portato costoro a propinare notizie, supposizioni, travisare fatti, anche quando sarebbe bastata una semplice telefonata all’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste per ottenere dati e informazioni circostanziate.
Da moltissimi anni, direi dagli anni ‘50 in poi, quell’Istituto storico si occupa tra le diverse cose, anche delle foibe.
Sono stati effettuati studi, analisi, ricerche di testimonianze, ricerche anagrafiche per documentare il numero delle vittime, consulenze per la Presidenza del Consiglio, per il Ministero degli Esteri, ecc. Ma di tutto questo lavoro il giornalista impegnato a scrivere il suo articolo non ha mai voluto tenerne conto. Interessava il fatto sensazionale, moltiplicare per un certo fattore il numero delle vittime (20.000, 30.000, meglio se 50.000, fa più effetto!), considerarle ovviamente tutte vittime italiane in modo da creare un sentimento antislavo e dare corpo alla propaganda della destra nazionalistica.
Nei vari articoli sono apparsi, quali monumenti dell’abissale ignoranza dei nostri giornalisti, anche errori storico-geografici.
  Ad esempio: “In Istria le foibe sparse dal fiume Carso alla Dalmazia” quasi esistesse un ponte tra questo INESISTENTE fiume e l’area dalmatica ed ignorando che l’altipiano carsico fra Trieste e Gorizia fu anche il principale e cruento teatro di guerra tra l’Italia e l’Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale.
La gran parte delle informazioni e documenti che l’Istituto invia da anni a vari giornali e riviste italiane e straniere, anche nelle attuali circostanze sono state spesso cestinate. Non si spiegherebbe altrimenti come, con il “Corriere della Sera” in testa, i vari organi di stampa, radio e televisioni parlassero e scrivessero che tutte le vittime (almeno 10.000 secondo alcuni organi, da 20 a 50 mila per altri) sono state infoibate e infoibate vive, che mai un processo è stato istruito contro gli infoibatori e che gli eccidi rispondevano ad un preciso piano di “sterminio etnico” degli italiani.
Pochi sono stati i giornali che hanno tenuto conto delle ricerche e degli interventi dell’istituto storico triestino e tutti di una chiara tendenza progressista (“la Repubblica”, “L’Espresso”, “Il Manifesto”, “Liberazione”). Adesso è sperabile che anche la RAI abbia preso coscienza delle stupidaggini che durante tutti questi anni ha trasmesso e si decida a rivolgersi a chi può fornirle documenti e testimonianze.
Circa la “tecnica” dell’infoibamento è vero invece che le vittime civili e militari sono state fucilate e gettate in foiba, che in alcuni casi - come è stato possibile documentare - furono precipitate nell’abisso non colpite o solo ferite.
 E’ pure vero che la maggior parte degli arrestati, persone che sono state date per infoibate, sono stati inviati nei campi di concentramento jugoslavi dove molti perirono per malattie epidemiche, stenti o condanne a morte senza processo.
Per gli infoibatori, veri o presunti, vennero istruiti processi a Trieste nel periodo in cui era governata dagli anglo-americani (1945-1954). I processi, con le condanne comminate dalla Corte d’Assise presieduta da magistrati italiani, dall’ergastolo a pene intermedie ed assoluzioni, occuparono per anni i servizi giornalistici.
E’ falso invece lo scrivere che manchi una bibliografia sulle violenze jugoslave nella regione. Dai primi anni ‘60 ad oggi l’istituto storico ha pubblicato libri e saggi sul problema, trattato anche dagli storici triestini Elio Apih e Raoul Pupo che fanno parte entrambi della Commissione di studio Italo-slovena creata in base ad accordi tra i due governi.
A Trieste, purtroppo, le foibe sono all’ordine del giorno da più di 50 anni. Dobbiamo precisare che dagli studi dell’istituto triestino emerge in modo chiaro che non ci fu un piano di “sterminio etnico” come viene sistematicamente sbandierato dalla stampa e non solo da quella di destra. Le direttive allora (1945) emanate dal partito comunista sloveno e dal suo leader Kardelj, secondo solo a Tito per prestigio ed influenza, erano di “prelevare i reazionari e di condurli qui, qui giudicarli, là (Trieste e zone finitime) non fucilare... epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, ma del fascismo”.
Su quest’ultima parte delle direttive del partito comunista sloveno si giocò pesante: per loro, e per i loro colleghi croati, con la parola fascismo venivano inglobati non solo i collaborazionisti del regime nazista e fascista, fossero essi italiani, sloveni o croati, ma anche tutti gli oppositori politici, nazionali, ideologici ed anche i dissenzienti del regime comunista jugoslavo che in fondo furono i bersagli più importanti.
Venne data la caccia agli uomini del CLN di Trieste, che venne definito “famigerato” e di Gorizia in quanto oppositori delle pretese annessioni jugoslave e nello stesso tempo non comunisti. Va anche detto che sia durante la guerra che a guerra finita furono perseguitati anche antifascisti e comunisti italiani di Fiume e dell’Istria.
Nel maggio 1945, durante l’occupazione jugoslava di Trieste e della regione che gravitava su di essa, questi metodi tipicamente stalinisti furono dettati anche dall’esigenza di consolidare rapidamente il potere jugoslavo nei territori occupati in vista della Conferenza della pace. Si riteneva, da parte jugoslava, che i territori sui quali essa poteva in quella sede dimostrare il possesso pacifico, senza opposizioni di carattere nazionale, le sarebbero stati assegnati - in sede di conferenza - senza alcuna difficoltà e che difficilmente il governo di un paese che sino all’altro giorno era alleato del nazismo, anche se capeggiato da un rappresentante della Resistenza, poco avrebbe potuto opporre di fronte ad uno Stato che da solo aveva resistito e cacciato le forze naziste.
Nonostante tutto, “la discriminante etnica costituisce un elemento secondario” dichiarò il prof. Diego de Castro, istriano, difensore dei diritti italiani e consigliere politico del governo italiano presso il Governo Militare Alleato a Trieste. Le foibe, disse, oltre ad essere un prodotto della barbarie seguita al 1918 “sono un fatto prevalentemente politico mirante ad eliminare i non comunisti”. Le spietate uccisioni in un solo colpo di 12.000 loro compatrioti in Slovenia, furono “il doppio o il triplo degli italiani uccisi in tutta l’area che va da Zara a Gorizia che secondo fonti angloamericane dovrebbero essere dai 4 ai 6 mila”.
A conclusioni analoghe sono pervenuti nei loro studi e ricerche il prof. Elio Apih e Raoul Pupo.
 
Le foibe del settembre-ottobre 1943 in Istria dopo il crollo dello stato italiano (fra le 4 e 500 persone uccise in maggioranza italiane, ma anche slovene e croate) ebbero invece alcuni aspetti diversi rispetto a quelle che seguiranno nel 1945. Quelle foibe furono una reazione, una resa dei conti, dopo un ventennio di persecuzioni di ogni tipo culminate negli anni di guerra (1940-1943) in esecuzioni collettive, in deportazioni anche di vecchi, donne e bambini e distruzioni di interi villaggi. Parliamo sempre di fatti avvenuti nei territori del regno d’Italia.
Il terrorismo fascista, scatenato nella regione ancor prima della marcia su Roma, aveva creato dove non esisteva un odio antitaliano e mai, negli animi si era sopito il rancore della minoranza slovena per l’incendio fascista dell’Hotel Balkan, avvenuto a Trieste per opera dei fascisti, per lo scioglimento dell’organizzazione culturale Cirillo e Metodio con l’incameramento delle sue proprietà, per i pestaggi di donne slovene che scendevano in città e parlavano sloveno tra di loro sui mezzi pubblici e, in tempi vicini all’inizio del conflitto, per l’archiviazione dell’inchiesta sulla sciagura mineraria avvenuta nel febbraio 1940 nel bacino carbonifero dell’Arsia che provocò 185 morti tra i minatori italiani e slavi e ben 147 feriti.
La società mineraria apparteneva all’IRI e le cause della sciagura ricadevano sulla direzione del complesso. Venne tutto messo a tacere; lo scoppio della guerra fece cadere nel dimenticatoio dell’opinione pubblica la tragedia, le sue cause, i morti ed i feriti, ma nelle popolazioni croate della zona, che dovettero piangere i loro morti senza aver ottenuto quella giustizia che faceva parte delle loro attese, sorse un rancore che non investì solo lo Stato fascista, ma lo Stato italiano che loro identificavano con lo Stato fascista.
Il motto fascista che veniva strombazzato per le contrade dell’Istria e del Carso sloveno diceva: “Chi non è fascista non è italiano”. Nel 1943 da partigiani ci sentimmo apostrofare con quel motto completamente rivoltato: “Chi è italiano è fascista”.
Immediatamente dopo il crollo dello Stato italiano, nel settembre 1943, emersero tra le improvvisate formazioni degli insorti croati, sull’onda di una rivalsa nazionalistica e sociale anche torbidi ”giustizieri” di contrasti e faide paesane ed autentici criminali.
Contro questi sistemi protestò sdegnato il comunista italiano Pino Budicin, tra i primi organizzatori della Resistenza in Istria poi torturato ed ucciso dai fascisti di Rovigno. La devastante e sanguinosa controffensiva tedesca in Istria indusse alcuni dei carcerieri a liberarsi dei prigionieri, uccidendoli.
 
Quello che è sempre mancato nella stampa italiana che ha trattato il tragico problema delle foibe, non si sa se per ignoranza o per malafede, è stato un serio ed approfondito esame del contesto storico-politico in cui quegli avvenimenti ebbero luogo. Non ricordo di aver mai letto negli articoli i nomi dei paesi distrutti, bruciati, dai fascisti o dalle nostre forze armate, i nomi dei numerosi Lager italiani dove vennero deportati uomini, donne e ragazzi sloveni e croati, di veder ricordato il vergognoso campo di concentramento da noi italiani istituito nell’isola di Arbe, dove di stenti e malattie sloveni e croati colà internati morirono come le mosche.
Nella “grande” stampa italiana è apparso quasi inesistente quel contesto storico, altrimenti minacciava di far franare tutto il castello che considerava gli italiani sempre “brava gente”.
Chi si è mai ricordato di citare l’occupazione della Jugoslavia ed il suo smembramento avvenuto nel 1941? Chi mai ha ricordato che da quello smembramento lo Stato italiano approfittò per crearsi le nuove province di Lubiana, Spalato, Cattaro e per ingrandire territorialmente quelle di Zara e Fiume? Chi nei suoi articoli ha ricordato l’incorporazione del Montenegro, le rappresaglie e le fucilazioni?
Si è sempre parlato delle foibe astraendo in modo assoluto dal contesto storico in cui quella tragedia vide accomunate vittime slovene, croate e soprattutto italiane.
Sia ben chiaro che questo scritto non vuole in alcun modo giustificare le violenze jugoslave (ma quanti sono gli italiani infoibati perché denunciati all’autorità jugoslava di occupazione come fascisti o collaborazionisti ed invece erano vittime di denunce   per questioni futili come gelosie, vendette personali, questioni di interesse, rivalità commerciali, ecc.?), ma vuole fare storia, che significa capire e far capire a chi è interessato all’argomento su come andarono veramente le cose.