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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Solimine Giovanni



Il valore aggiunto dell'informazione di N>O>I - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto.

Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.


Intervista al Prof. Solimine Giovanni , ordinario di “Biblioteconomia” e di “Culture del libro, dell’editoria e della lettura” presso l'Università La Sapienza di Roma




DOMANDA:

1 ) Buongiorno  Prof. Solimine, Lei è ordinario di “Biblioteconomia” e di “Culture del libro, dell’editoria e della lettura” presso l'Università La Sapienza di Roma. Partendo da tali premesse, potrebbe essere scontato pensare che, in un momento di tragedia nazionale come quello che stiamo vivendo tutti noi, almeno un piccolo lume possa rivelarsi quello che, dovendo tutti noi essere forzatamente relegati nelle nostre abitazioni, la lettura di un buon libro, anche fruito digitalmente, ci possa allietare mente e spirito. Altresì, partendo sempre da questa reclusione forzata, si sarebbe potuto pensare che l'equazione più tempo in casa più libri letti divenisse un fattore quasi tautologico. Invece ascoltando alcune sue osservazioni fatte a Radio Rai 3 non è stato proprio così ci è parso di capire, giusto?

RISPOSTA:

Nelle prime settimane di distanziamento sociale ci eravamo illusi che la reclusione forzata avrebbe spinto la gente a leggere di più. Pare che ciò non sia avvenuto, per varie ragioni. In primo luogo, perché la produzione editoriale è stata bloccata e quindi non sono uscite le novità annunciate per la primavera, e poi perché le biblioteche erano chiuse e le saracinesche delle librerie erano abbassate. Quindi, la possibilità di leggere era affidata alla presenza di libri in casa. I dati Istat ci dicono invece che una famiglia su dieci non possiede nemmeno un libro e che, anche nei casi in cui è presente una libreria domestica, il numero di libri disponibili è molto basso: un terzo delle famiglie italiane possiede non più di 25 libri. Ma anche il 20% di chi ha oltre 400 libri in casa dichiara di non averne letto nemmeno uno. Quindi, i libri non sono oggetto familiare per una buona parte dei nostri concittadini, non fanno parte della quotidianità e non potevamo aspettarci che da un momento all’altro comparissero e conquistassero uno spazio nella nostra vita. In questa settimane è cresciuta abbastanza la lettura di libri elettronici, ma anche questa è un’abitudine che non si improvvisa.
Nemmeno il modo diverso di fare scuola ha prodotto effetti positivi sulla lettura: potevamo sperare che l’interruzione dell’attività scolastica potesse rilanciare la lettura, essendo il libro un naturale complemento della lezione frontale e il principale strumento per lo studio individuale. Ma la lettura è assente dalla scuola italiana, almeno in gran parte dei casi: la scuola continua a martellare i ragazzi dicendo che leggere è importante, ma poi non trova il tempo per la lettura all’interno della vita giornaliera delle classi, confinandola ai periodi di vacanze o al lavoro da fare a casa, in aggiunta ai compiti. Una proposta di lettura formulata in questo modo non è credibile: se la lettura è importante bisogna trovarle spazio nell’orario scolastico, come si fa con le diverse discipline, con la religione, con la ginnastica. Anche in questo caso, quindi, se molti insegnanti non prevedono nel loro piano di lavoro la lettura come pratica formativa, non potevano poi tirarla fuori come un coniglio dal cilindro nel momento in cui hanno fatto didattica a distanza.
Il vuoto che si è determinato con il blocco o la riorganizzazione delle attività lavorative e di studio in modalità smartworking è stato riempito in altro modo: è cresciuta di molto la navigazione in rete e la visione dei programmi informativi in tv (i canali televisivi generalisti sono quelli che hanno incrementato maggiormente i contatti). La gente si è dedicata anche ad altre attività, più rilassanti, come la cucina, per esempio.

DOMANDA:

2) Riprendendo il senso della prima domanda che Le abbiamo rivolto, possiamo forse aggiungere di essere stati troppo fiduciosi nel credere in un incremento dei lettori proporzionale al maggior tempo trascorso fra le mura domestiche. Questo forse perché quando cambia il paradigma delle nostre esistenze, allora conseguentemente qualsiasi tipo di offerta, e quindi anche il libro e la lettura, andrebbe totalmente ripensata. Può essere questa una spiegazione plausibile?

RISPOSTA:

Il vero problema è questo, infatti. Tutti abbiamo avvertito in queste settimane un senso di straniamento. La nostra vita è cambiata e non sappiamo neppure descrivere come.
Forse certi cambiamenti sono irreversibili e ce li ritroveremo anche quando si tornerà a una certa normalità: non sarà il ritorno alla situazione precedente, a quella normalità cui eravamo abituati, ma una nuova normalità cui dovremo gradualmente adattarci. Cambieranno le relazioni tra le persone.
I diversi operatori del mondo del libro – autori, editori, librai, bibliotecari, anche insegnanti – e le autorità che a livello nazionale o locale hanno la responsabilità delle politiche pubbliche per la cultura e per la lettura, debbono rendersi conto che tutta l’offerta va riprogettata, alla luce di quelli che saranno gli stili di vita e di apprendimento, l’uso del tempo libero e i comportamenti culturali nei prossimi decenni, nel mondo che sarà pesantemente condizionato dalla pandemia da COVID-19. Dobbiamo cominciare col chiederci quale sarà lo spazio per il libro e per la parola scritta in un mondo che improvvisamente si è trovato scaraventato su un’orbita totalmente digitale.
Vedo che ora le associazioni degli editori e dei librai giustamente chiedono al governo di sedersi a un tavolo per concordare gli interventi necessari a sostenere le imprese e incentivare la domanda di libri, per far ripartire il mercato editoriale ed evitare la chiusura delle piccole case editrici e delle librerie indipendenti che guardano al futuro con grande preoccupazione.
Ma non basta, perché questi provvedimenti potrebbero, nella migliore delle ipotesi, riportare il settore alla situazione di partenza, che già non era esaltante prima del lockdown: il fatturato complessivo del mercato librario nel decennio scorso era sceso da circa 3,5 miliardi di euro a 2,7 e solo da un paio d’anni era tornato sopra i tre miliardi; nell’ultimo quinquennio circa 2300 librerie hanno chiuso i battenti; gli utenti delle biblioteche si sono ridotti di circa il 30% quasi ovunque.
Bisogna approfittare di questa crisi per progettare una nuova proposta e fare un salto di qualità: servono investimenti in tecnologie, sperimentazione di nuovi prodotti editoriali e nuovi circuiti distributivi, formazione degli operatori a nuove funzioni. Serve un aiuto dello Stato ma anche un impegno progettuale da parte dei vari soggetti della filiera del libro, se vogliamo che l’editoria possa essere pronta a giocare la partita della rinascita.  

DOMANDA:

3) Mai come in questo periodo, si è compreso come la scuola italiana presenti grave carenze digitali, unitamente a quelle strutturalmente note. I nostri ragazzi, costretti a casa dal confinamento imposto dalla pandemia in atto, spesso non dispongono individualmente dei dispositivi digitali necessari alla trasmissione del sapere a distanza, e tale presa d'atto del 'digital divide' italiano fotografa una situazione anch'essa talvolta pandemica. Lei ha scritto, assieme al giornalista di Radio Rai Giorgio Zanchini, un libro dal titolo "La cultura orizzontale", pubblicato da Laterza, ove parla di un nuovo che sta prendendo il posto del vecchio. Ma cosa è nello specifico questo Nuovo? E quali effetti sta effettivamente producendo sulla produzione, sulla trasmissione e sul concetto stesso di cultura?

RISPOSTA:

Questo periodo di didattica a distanza ha messo in evidenza tante difficoltà e riproposto i temi del digital divide e della dotazione informatica presente nelle case degli italiani: il 33,8% delle famiglie, rileva l’Istat, non ha computer o tablet in casa; solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet e si sono presentati problemi rilevanti quando i genitori dovevano lavorare da casa e uno o due figli contemporaneamente dovevano seguire le lezioni. Nel Mezzogiorno la quota delle famiglie senza computer sale al 41,6%, un dato che potrebbe ancora di più scavare un solco nel grado di apprendimento scolastico tra le varie aree del Paese. In questi termini si pone un serio problema di diritto allo studio e, di fronte a una parziale chiusura degli istituti scolastici anche nel prossimo anno scolastico, per il quale si annuncia un regime misto, con una didattica metà a scuola e metà online, non si può non constatare come questa situazione rischi di creare ulteriori disparità. Spesso sono intervenuto su questi temi sul mio blog “La conoscenza rende liberi” (www.giovannisolimine.it).
Ma questi problemi sono arrivati nel bel mezzo di una trasformazione profonda avviata già da alcuni anni, di cui Zanchini ed io abbiamo discusso nel libro che lei ricordava. La produzione e la partecipazione culturale nell’era della rete sono caratterizzate da una comunicazione in linea orizzontale – da qui il titolo del libro – che tende a superare ogni forma di mediazione e a stabilire relazioni dirette. Di positivo, in questo, c’è un avvicinamento tra chi produce cultura e chi ne usufruisce, ma questa ‘orizzontalità’ può anche comportare il rischio di un appiattimento. Certo, siamo più liberi di costruire da soli il nostro palinsesto televisivo, la nostra playlist e, più in generale, di affrancarci da un’offerta preconfezionata. Se quantità, velocità e facilità sono i connotati peculiari del modo in cui si produce e si fruisce cultura in rete, si profila all’orizzonte il pericolo di un impoverimento delle pratiche culturali e di una perdita di complessità che non può che preoccupare. Riteniamo che la cultura debba attivare processi di ‘discernimento’, e ciò significa usare l’intelletto per distinguere, valutare criticamente, riflettere, comprendere, rielaborare attraverso un processo di progressivo confronto e arricchimento. Viceversa, se i comportamenti culturali diventano soltanto un consumo, a volte compulsivo, in cui non c’è spazio e non c’è tempo per accostarsi gradualmente e digerire in modo profondo e intimo l’essenza del contenuto che la rete ci offre, il timore di un impoverimento può essere fondato. È vero che il mondo online alimenta l'intelligenza fluida, agile, immediata, ma noi non possiamo fare a meno di quella cristallizzata, di una memoria a lungo termine che permette contestualizzazione e comprensione degli eventi.  Vecchio e nuovo possono convivere, così come la cultura orizzontale non può fare a meno della cultura verticale.


Redazione N>O>I - Network Organizzazione Innovazione - FM-Staff


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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Perotti Cesare Giuseppe



Il valore aggiunto dell'informazione di N>O>I - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto.

Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.


Intervista con il Prof. Perotti Cesare Giuseppe , Direttore del Servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale dell'Ospedale San Matteo di Pavia , Direttore IRCCS Fondazione Policlinico S. Matteo




DOMANDA:

1 ) Buongiorno  Prof. Perotti, alcuni malati hanno già ricevuto il plasma di pazienti guariti dal coronavirus e che quindi hanno sviluppato gli anticorpi: è così entrata nel vivo al Policlinico di Pavia la sperimentazione della plasmaterapia. Il protocollo è stato predisposto dal servizio di immunoematologia e medicina trasfusionale dell'Ospedale San Matteo, in collaborazione con altre strutture come l'Ats di Mantova. I primi due a donare sono stati i medici di Pieve Porto Morone (Pavia), marito e moglie, primi casi di contagio da Covid-19 in provincia di Pavia. Potrebbe meglio chiarirci la definizione di plasma iperimmune ? Chi possono essere i donatori di plasma ?

RISPOSTA:

Il plasma iperimmune è il plasma che si riesce ad ottenere prelevandolo, grazie all'ausilio di un separatore cellulare di ultima generazione, dai soggetti convalescenti che essendo guariti dall'infezione da covid-19 hanno in circolo gli anticorpi neutralizzanti il virus che hanno permesso loro di superare la malattia.
La donazione avviene in circa 45 minuti, è sicura perchè tutto il processo avviene sotto lo stretto controllo di un software che regola con precisione le fasi di raccolta e reinfusione.
I donatori di plasma iperimmune sono appunto i soggetti guariti che devono fornire la documentazione di disporre di un tampone positivo ( segno di avvenuta infezione) e due tamponi consecutivi negativi (segno di guarigione). Aggiungo che il plasma che noi rilasciamo ha un elevato grado di sicurezza perchè non solo è dotato di tutti gli esami di laboratorio richiesti dal Centro Nazionale Sangue (CNS ) ma ha il plus del titolo degli anticorpi neutralizzanti il virus rilasciato dal prof. Baldanti della virologia del nostro Policlinico, test raffinatissimo che dà l'esatta misura del potere virucida di ciò che andiamo ad infondere.

DOMANDA:

2 ) Il protocollo del San Matteo prevede un sistema di condivisione dei dati che può estendersi anche ad altri ospedali. Il San Matteo, attraverso il suo protocollo, potrà svolgere il ruolo di hub per tutti gli altri ospedali che vogliono aderire. E' questa la dimostrazione di come, durante tale vera e propria tragedia nazionale che stiamo vivendo, si possa sottolineare il fatto che il ruolo della scienza è precipuo ed è rivolto alla possibilità di salvare i malati più gravi e non sempre ricadere nella vexata quaestio degli interessi economici da anteporre alla salute ?

RISPOSTA:

Il protocollo ideato dal Policlinico San Matteo, una volta approvato dal comitato etico e ottenuto il via libera alla raccolta da parte dell'organismo centrale di riferimento ,cioè il Centro Nazionale Sangue,  è stato, come a mio parere si deve fare in momenti come questo, messo a disposizione di tutte le Istituzioni interessate a partecipare, senza alcuna preclusione o interesse di parte. Non solo, è stato messo a disposizione anche, dopo loro richiesta, delle autorità statunitensi che l'hanno adattato alla loro realtà sia giuridica che territoriale e immediatamente reso operativo su tutto il loro territorio. Questo per noi è motivo di orgoglio.
A mio parere la scienza ha il dovere in momenti di alta drammaticità di mettere in campo subito tutte le armi di cui dispone senza badare ad interessi lobbistici ed economici.

DOMANDA:

3 ) Il plasma iperimmune era già stato utilizzato anche in passato, per la cura della Sars e dell’Ebola per esempio. Non è quindi un colpo di genio, bensì si tratta, molto più semplicemente, dell’applicazione di una pratica medica che era già presente e che adesso è ulteriormente migliorata. A tal riguardo però, si potrebbe evincere che tale metodologia di intervento sia orientata soltanto a salvare i pazienti in gravi condizioni. E' corretto questo pensiero oppure, come moltissimi si chiedono e desidererebbero sapere, questa tecnica medica potrebbe essere altresì adottata anche come terapia preventiva alla malattia di Covid-19 ?

RISPOSTA:

Certamente nessun colpo di genio, ma un'idea tutto sommato semplice sviluppata con la tecnologia moderna a disposizione. Mi danno fastidio alcune affermazioni vagamente denigratorie che la definiscono " vecchia", allora anche l'eparina, l'aspirina, la tachipirina sono "vecchi farmaci" ma servono eccome.
Il nostro protocollo è sceso in campo con l'idea di fornire un'arma in più alle terapie già in atto senza alcun intendimento di sostituirsi ad esse o di sovrapporsi ed è diretta ad aiutare i pazienti in condizione severa per evitare prima di tutto che finiscano in rianimazione e se ci sono già di farli uscire prima possibile dalla fase di intubazione.
Negli USA è partito anche un protocollo di utilizzo del plasma iperimmune come tentativo di proteggere, quindi preventivo, gli operatori sanitari esposti al virus. Su questo specifico impiego ho qualche perplessità legata al fatto che non sappiamo ancora quanto l'ipotetica protezione di una trasfusione passiva di anticorpi possa durare nel tempo;in Italia nessun Comitato Etico  approverebbe mai tale ardita pratica.



Redazione N>O>I - Network Organizzazione Innovazione - FM-Staff


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Il Decalogo per ripartire: Appello di Bicipolitana Network & BIKEBEE ai Comuni Italiani

IL DECALOGO - Appello ai Comuni Italiani

Esiste un tempo per ogni cosa. Per noi quel tempo era finito da tempo, ma nessuno aveva il coraggio di ammetterlo. Però un giorno la nostra amata Terra ha voluto darci un segnale.
Un colpo forte, di quelli che svegliano testa e cuore. E anche il dolore.
La scossa che solo quando ti viene graffiata l’anima puoi sentire.
Adesso è il momento delle scelte, quelle che l’amore può condurci a comprendere, ma che la vecchia economia potrebbe non volere.
Sta per iniziare il secondo tempo della partita della vita.
Stavolta saremo Noi gli arbitri dei nostri destini.
Bastano piccole grandi decisioni da prendere e da perseguire collettivamente.
Nessuno si salva da solo. Scendiamo in campo. Ora.
L’ Italia intera guarda alla fase 2, quella della ripartenza dopo il lockdown, con molta attesa e speranza. Si potrà ritornare ad una dimensione di socialità, mantenendo le distanze di sicurezza, e con la progressiva ripresa delle attività lavorative e un maggior numero di persone che si sposteranno nelle città e verso le stesse. I mezzi pubblici, e i servizi di bike sharing, car sharing, anche se verranno adottati degli accorgimenti, non garantiranno la necessaria sicurezza.
È arrivato il momento di considerare, per tutti l’utilizzo del solo mezzo di trasporto ecologico che ci garantisce di muoverci velocemente per i nostri spostamenti quotidiani, la bicicletta.
Ognuno deve avere una bicicletta o un monopattino elettrico oppure una cargobike, non solo per l’uso casa-lavoro, ma per andare a scuola, per andare a fare la spesa, per scoprire luoghi a noi vicini, irraggiungibili con qualsiasi altro mezzo di trasporto

La bici, il monopattino elettrico, la cargo-bike sono infatti i mezzi di trasporto che più di ogni altra cosa possono limitare la vicinanza tra le persone, da un lato, e contribuire alla riduzione dell’inquinamento, dall’altro. È questa la giusta miscela, la soluzione che ci permette di ridurre le polveri sottili, che ha detta di esperti possono essere state la causa che ha contribuito al diffondersi del contagio. Non a caso la Lombardia, è la regione più inquinata d’Italia.
Occorre pertanto ripensare gli spazi, con un ampliamento della rete ciclabile, ogni Comune deve garantire la connessione con il Comune confinante, le grandi arterie stradali devono essere ripensate e diventare delle ciclovie, con corsie dedicate alla bicicletta, con segnaletica smart che indichi la distanza tra un punto e l’altro del percorso, una rete di cartelli di Marketing Territoriale.
Ma chi può garantire che la bicicletta privata non sia rubata ? Occorre pensare da subito a sistemi di protezione innovativi, facili da applicare, con un sistema di tracciamento innovativo, con l’utilizzo di app che ci permettano di sapere in tempo reale dove si trova la nostra bicicletta.
Ci sono alcune associazioni che hanno pensato di punzonare la bicicletta con il codice fiscale, ma questo è un sistema primitivo, non garantisce la privacy, e per marchiare la bicicletta occorre recarsi in centri appositi e venire meno alle regole dettate dalla fase 2. Per punzonare la bicicletta, occorre senza ombra di dubbio avere incontri ravvicinati che non ci garantiscono di entrare in contatto con persone infette. La soluzione non può essere questa. Ogni cittadino deve poter mettere in sicurezza il proprio mezzo privato, in modo autonomo. Per fare questo è necessario agire dal basso, ogni nostro #BikePoint esistente sul territorio nazionale e altri che vorranno aderire, saranno dotati di accessori forniti da BIKEBEE per poter mettere in sicurezza la bici, il monopattino, la cargo-bike
È indispensabile in questa fase e anche nel futuro garantire agli esercizi commerciali, di poter riprendere la propria attività, incentivare quindi il consumo al chilometro zero.
Per la bicicletta privata è arrivato il momento di sostituirsi ai mezzi inquinanti, entrare pesantemente nel quotidiano e attuare quella rivoluzione che doveva essere compiuta da tempo e che grazie a questa fase post emergenza #coronavirus, non può più essere rimandata.
Abbiamo preparato un “manifesto”, in accordo con BIKEBEE, una start up Italiana innovativa con
10 punti per ripartire. un appello che Bicipolitana Network e BIKEBEE, rivolgono a tutti i Comuni Italiani
Diffondetelo, rendetelo virale,
I nostri sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi e resistenti. E i vostri ?

I nostri 10 punti

 
 

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Affermazione pericolosa: Idea anni 50 per rilanciare Melegnano


Abbiamo letto la dichiarazione del sindaco di Melegnano sul Cittadino del 17 aprile: la rivoluzione industriale con il colosso delle patatine San Carlo potrebbe fare da volano per il rilancio di Melegnano dopo l’emergenza coronavirus.

Un’affermazione alquanto pericolosa, non solo perché promuove un intervento che avrà un impatto molto pesante sul territorio, ma anche, e soprattutto, perché si fa passare l’idea che l’unica via per risollevare il nostro paese dalla crisi che stiamo vivendo sia lo sviluppo incontrollato, senza tenere conto dell’ambiente. Nella fase 2 Liberi tutti.

Un approccio da anni Cinquanta, inaccettabile allora e ancor più inaccettabile in questo contesto. Spiace leggere che la riqualificazione di interi quartieri della città venga fatta a spese del suolo, un prezzo di cui le future generazioni ci chiederanno conto.

Ricordiamo che Melegnano è la maglia nera del Sud Est Milano, il comune più pesantemente cementificato. Questi interventi ruberanno un ulteriore 10% di suolo disponibile, portando al 70% le aree urbanizzate.

Ricordiamo che si ipotizza che una delle cause per le quali la nostra regione è stata così pesantemente attaccata dal virus sia da ricercarsi nell’inquinamento. E allora fa stupore l’esultanza con cui si accoglie nel territorio nuovo traffico, nuovi fumi e nuove logistiche. Già perché mentre il sindaco ribadisce un secco no alle logistiche ci informa anche che la logistica ci sarà.

È innegabile che il blocco imposto alla maggior parte delle attività economiche dal COVID-19 avrà pesanti conseguenze per l’economia e che molte persone si troveranno in condizioni lavorative difficili, ma dobbiamo sfruttare questa occasione, questa pausa obbligata, questo tempo sospeso, per pensare ad un modello di sviluppo che si faccia carico della tutela dell’ambiente.

Solo così potremo risolvere i mille problemi che abbiamo creato con lo sviluppo incontrollato, il costante assalto alla natura, la distruzione di biodiversità, la negligente disattenzione alla bellezza e l’indifferenza alle condizioni di salute nostre e dell’ambiente. Ben altro ci saremmo attesi, altre riflessioni avremmo voluto ascoltare: l’iter progettuale è già avviato, ma ci impegniamo a far sì che questi insediamenti siano il meno impattanti possibili e per raggiungere questo obiettivo useremo ogni accorgimento a disposizione, pretenderemo e verificheremo che il processo produttivo sia virtuoso e non inquinante, chiederemo opere di compensazione e mitigazione ambientale anche oltre il massimo dovuto.

Ci impegniamo inoltre a bloccare ogni ulteriore consumo di suolo e metteremo dunque mano in quest’ottica al piano delle opere. Ci saremmo aspettati un sindaco lungimirante, attento al benessere dei suoi concittadini. Purtroppo, così non è e presto ci troveremo a contestare nuovo consumo di suolo su aree comunali che si ipotizza di vendere e lasciar cementificare. 


L’Osservatorio permanente contro il consumo di suolo e per la tutela del paesaggio del Sud Est Milano è un organismo composto da Italia Nostra, Legambiente, WWF, Slow Food, DESR, Libera, Amici di Carlotta, Comitato Tilt Vizzolo, Greensando, Comitato Stop alla logistica Sordio-San Zenone, Vivai ProNatura e Associazione per il Parco Sud Milano.
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Ricordare Antonio Gramsci oggi è più attuale di quanto si creda




Antonio Gramsci, nome completo, così come registrato nell'atto di battesimo, Antonio Sebastiano Francesco Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937), è stato un politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario italiano.
Nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia, divenendone segretario e leader dal 1924 al 1927, ma nel 1926 venne ristretto dal regime fascista nel carcere di Turi. Nel 1934, in seguito al grave deterioramento delle sue condizioni di salute, ottenne la libertà condizionata e fu ricoverato in clinica, dove trascorse gli ultimi anni di vita.

Considerato uno dei più importanti pensatori del XX secolo, nei suoi scritti, tra i più originali della tradizione filosofica marxista, Gramsci analizzò la struttura culturale e politica della società. Elaborò in particolare il concetto di egemonia, secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con l'obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle subalterne.
A N>O>I piace ricordarlo così, con un suo pensiero, oggi più che mai attuale:
  "Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza"

83 anni fa moriva Antonio Gramsci

Adesso, se no quando ? Stiamo attraversando oggi un momento epocale, che ha fermato tutto il mondo. In poco tempo, il nostro pianeta terra ha dato un grande segnale. Il nostro sistema , che ha sempre basato la sua politica sulla corsa sfrenata agli armamenti, si è armato fino ai denti per difendersi da un nemico “inventato”, pronto a combattere e ad annientare popoli, a distruggere intere razze, in nome della guerra giusta. Non ha mai considerato che un piccolo, microscopico e invisibile nemico avrebbe potuto metterci nella condizione di porci dinnanzi a delle scelte urgenti per arginare il contagio, per fermare una pandemia che all’inizio del 2020 è riuscita, con tutti i suoi aspetti negativi a creare una nuova consapevolezza.

Ora più che mai le sue parole sono importanti, al di là del credo politico di ognuno di noi, il suo pensiero deve giungere forte, per dettare il nuovo passo dei tempi, occorre ricordare il passato per vivere in armonia il presente, per pensare ad un futuro orientato alla conoscenza, alla condivisione del sapere, dove l’istruzione sia la base del cambiamento. In questo periodo in cui il #coronavirus ha dettato le regole, il nuovo ritmo di vita, le nuove misure di sicurezza, siamo stati costretti a scegliere nuovi modelli di vita. In poco tempo il mondo si è organizzato: quello che da sempre abbiamo voluto rimandare è diventato la quotidianità.
Molti oggi stanno lavorando da casa, anche le aziende più piccole si sono organizzate per consentire ai propri dipendenti di lavorare da casa: la socializzazione, i momenti di incontro sono ora dettati dall’uso delle tecnologie.

Chi di voi, non ha in questo momento continuato a vedere amici, parenti, a organizzare incontri collettivi di lavoro; riunioni, lezioni, frequentare corsi, utilizzando le nuove tecnologie messe a disposizione nel “mondo digitale” ?

Gli spostamenti casa-lavoro si sono ridotti all’osso, le strade, le piazze, i musei, i luoghi di aggregazione sono vuoti, senza la presenza dell’uomo. Il tempo guadagnato, che quotidianamente impiegavamo per recarci al lavoro, ci ha messo nella condizione di ripensare il nostro vivere quotidiano.

Tutti noi abbiamo più tempo. Il nostro invito è quindi rivolto a tutti, sfruttiamo il nostro tempo per imparare, per crescere, per istruirci, per ascoltare, per divertirci.
Iniziamo da qui, rendiamo virale il sapere.

E qui risiede l'attualità del pernsiero di Antonio Gramsci, e del suo invito ad istruirsi.
 
Redazione N>O>I - Network Organizzazione Innovazione - FC-Staff


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Coronavirus: Intervistiamo il Sindaco di San Donato Milanese, Andrea Checchi

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Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.

 


INTERVISTA AL SINDACO DI SAN DONATO MILANESE, ANDREA CHECCHI



DOMANDA:

1 ) Sindaco Checchi, siamo ormai immersi mente e corpo nella tragedia Covid-19, anche e soprattutto per quell'aspetto dell'interconnessione globale che oggigiorno possiamo chiamare infodemia, vale a dire la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili. Una di queste fonti dovrebbe essere la sua pagina Facebook, attualmente l'unica modalità ufficiale utilizzata dall'amministrazione sandonatese per comunicare ai cittadini l'effettiva situazione sanitaria nel Comune di San Donato Milanese da Lei amministrato. Proprio a tal proposito, ci chiedevamo come mai, in uno dei Comuni più tecnologicamente avanzati d'Italia anche per la presenza di primarie società operanti in settori privati del terziario avanzato, vi sia questa evidente discrasia funzionale e tecnologica quando invece, come testè riferito, le aziende ivi presenti quasi a tempo zero hanno istituito lo smart working, le videoconferenze e sistemi innovativi per facilitare il lavoro quotidiano e la presa di decisioni anche da casa. Davvero a San Donato Milanese non vi è o non vi è ancora stata la possibilità di rendere operativo un canale di output maggiormente fruibile e interattivo per tutta la popolazione sandonatese? Ci riferiamo per esempio a dibattiti in videoconferenza attraverso tecnologie innovative quali l'App Zoom o all'apertura di un canale di comunicazione Telegram per informare e altresì ricevere riscontri immediati dai suoi concittadini.

RISPOSTA:

I dati relativi alla situazione sanitaria a SDM sono stati messi a disposizione del Sindaco da metà marzo, non prima; in questo lasso di tempo (dal 23 febbraio fino al 14 marzo) il Comune ha provveduto a tenere aggiornata l’intera popolazione tramite tutti i canali di comunicazione già attivi (sito ufficiale e pagina fb dell’Ente). Quando sono stati messi a disposizione del sottoscritto i dati relativi ai singoli cittadini colpiti dal virus, ho ritenuto necessario metterli a conoscenza dell’intera cittadinanza, concentrando l’attenzione sui dati numerici dell’epidemia, e lo strumento più idoneo è parso la pagina fb del Sindaco [Andrea Checchi Sindaco], voce ufficiale in quanto investito anche del ruolo di “Autorità Sanitaria Locale”. Questa scelta pare essere valutata dai cittadini molto positivamente.
Per quanto riguarda informazioni tecniche o aggiornamenti normativi (i cosiddetti D.P.C.M. oppure le Ordinanze Regionali), li stessi vengono puntualmente pubblicati sul sito in un apposito spazio/area dedicata.

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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Stefano Merigliano




Il valore aggiunto dell'informazione di N>O>I - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto.

Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.

 

INTERVISTA  AL  PROF. STEFANO MERIGLIANO , PROFESSORE DI CHIRURGIA GENERALE II PRESSO L’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PADOVA




DOMANDA:

1 ) Buongiorno Prof. Merigliano, Lei a buon dire può essere considerato il vero artefice di quel successo veneto nel contrasto all’epidemia causata dalla ‘malattia da nuovo CoronaVirus’, chiamata Covid-19 e provocata dal virus SARS-CoV-2. Una pandemia rivelatasi devastante per il nostro paese e sviluppatasi in esso non in maniera omogenea, bensì attraverso un’accentuata diversità regionale che ha visto le ricche regioni del Nord quali Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna come principali epicentri di diffusione del contagio. Da qui però prendono il via 3 differenti vicende che sarebbe bene analizzare nell’ottica di poter meglio comprendere cosa ha funzionato e cosa no, visto che in Italia la Sanità è gestita a livello regionale e che quindi si son manifestati approcci diversi nel contrasto a un nemico comune, che si è compreso essere stato fino a ora spietato e terribile. Ma forse anche per colpe ed errori ben precisi e riscontrabili, ne conviene?

RISPOSTA:

Io partirei da una considerazione che può sembrare banale quanto si vuole, ma che a mio avviso rispecchia ciò che è accaduto in Veneto e che invece non si è verificato in Lombardia: le regole per il contrasto alle epidemie non sono regole moderne, bensì sono regole molto antiche e ben codificate fin dall’800. Posso riassumerle in un modo soltanto, citando in successione ciò che si deve fare nei casi di scoperta di contagio, ovvero: identificare – isolare – contenere. Ed è proprio questo che abbiamo fatto nel Comune di Vo’ Euganeo fin dai primi momenti successivi alla scoperta del primo paziente Covid-19 del Veneto, individuato a meno di 48 ore da quello di Codogno, nel lodigiano. Dopo tale individuazione infatti il Comune di Vo’ è subito divenuto Zona Rossa ( anche qui come successo a Codogno nei giorni addietro ) e la struttura sanitaria di riferimento è stata individuata nell’Ospedale di Schiavonia. Tali procedure, e posso dirlo senza possibilità di essere smentito, sono state fondamentali per il contenimento della prima ondata del virus. Altresì, un’altra importantissima decisione è stata quella di chiudere agli studenti l’Università di Padova, un polo di studio e ricerca fondamentale per tutto il Veneto il quale fa sì che ogni giorno arrivino in stazione in centro città 60 mila persone. Bloccare da un momento all’altro quel flusso è stata una scelta che a posteriori possiamo definire vitale per la buona riuscita delle misure attuate. Tornando alla sua domanda, in Veneto ove è iniziata l’emergenza si è subito istituita una zona rossa, mentre in Lombardia, dopo aver immediatamente contenzionato Codogno, non si è stati egualmente reattivi e proattivi in altre zone, quali il bergamasco. E i successivi risultati di tale non scelta sono evidentemente sotto gli occhi di tutti.

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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Fabio Sbattella


Il valore aggiunto dell'informazione di N>O>I - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto.

Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.

INTERVISTA AL PROF. FABIO SBATTELLA, DOCENTE DI PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA PRESSO L’UNIVERSITÀ CATTOLICA DI MILANO, PSICOLOGO E PSCICOTERAPEUTA



DOMANDA:

1 ) Buongiorno Prof. Sbattella, stiamo indubbiamente vivendo un periodo di grande tensione emotiva, un periodo del quale oltretutto non si riesce a vedere la fine. Durante ogni crisi si sprigionano mancanze e richieste di natura diversa, unitamente a problematiche multistratificate che possono avere un’eziologia indefinita e quindi di più difficile risoluzione. A quasi 2 mesi dall’inizio di questa vera e propria tragedia nazionale, possiamo arrivare a dire che, almeno dal punto di vista temporale, per gli effetti che il protrarsi di una situazione come questa comporta, si sta arrivando verso il punto di non ritorno ?

RISPOSTA:

Credo sia utile iniziare a spiegare la diversità che intercorre tra urgenza ed emergenza, per meglio comprendere la gravità della situazione che stiamo attualmente vivendo. Definiamo urgenza la situazione in cui le gravi difficoltà vengono affrontate rapidamente. Emergenza invece una situazione in cui le risorse predisposte per affrontare le gravi difficoltà non sono sufficienti. Facciamo l’esempio di un pronto soccorso. Un buon servizio, magari abituato ad accogliere e porre rimedio quotidianamente a 5 casi in codice rosso (condizione che definiamo di urgenza quotidiana) da un momento all’altro si vede investito da 50 e più casi gravissimi (questa la chiameremo invece emergenza ). Cosa accade? Il personale dovrà chiedere aiuto, perché diventa rapidamente consapevole che non può farcela a salvare tutti.  Ecco, noi stiamo attualmente vivendo in Lombardia, una emergenza.  La professionalità e la buona volontà degli operatori sanitari si è trovata a contrastare una vera e propria tempesta umanitaria. Una situazione, ove cioè le sole forze in campo non bastano. Per questo, in molti punti esse sono state travolte,  pur combattendo strenuamente e dando tutto ciò che poteva essere dato e forse di più. Da qui però inizio a trattare la questione sottopostami tramite la professionalità che più mi compete, vale a dire quella inerente l’aspetto psicologico delle vicende. Molto spesso, anzi, troppo spesso, l’attenzione è posta esclusivamente alla necessità di difendere la salute fisica delle persone, dimenticando che essa non puo’ essere separata da quella mentale.  I danni che una pandemia provoca alla mente, alle relazioni, alla capacità di reagire e sperare vengono molto sottovalutati.  Proprio questo modus operandi è alla base di un’impressionante casistica di sofferenze: malesseri e disagi dell’umore e delle relazioni che già hanno portato ad un aumento del 40% del consumo di psicofarmaci in Italia. Tali sofferenze si dilateranno ancora di più nelle fasi successive al dramma che stiamo oggigiorno vivendo. Io ho partecipato a campagne di aiuto quali il post-terremoto di Haiti ( gennaio 2010 ) e sono ben conscio di quanto tempo necessiti prima l’elaborazione del lutto e poi il tentativo di compiere una difficilissima risalita. L’essere umano, infatti, non è né solo corpo né solo mente, bensì un connubio indissolubile tra soma e psiche. E infatti l’obiettivo dichiarato per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità ) è, secondo la sua costituzione, “il raggiungimento, da parte di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute", definita come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”. Ecco quindi che, focalizzandosi per esempio sugli operatori socio – sanitari, la nostra principale attenzione dovrebbe essere non solo la loro integrità fisica, ma anche e soprattutto la protezione da eventi che possono generare disturbi post traumatici da stress, o burnout. Perché si debba intervenire al fine di non portare a rottura questa categoria di persone, è più che logico: crollando loro infatti, crollerebbe il baluardo più importante da frapporre alle conseguenze della circolazione del virus. Senza la barriera di medici, infermieri, Oss e operatori sanitari in genere, i problemi da risolvere sarebbero decuplicati. Ma le cosiddette categorie a rischio non sono di certo soltanto queste, sia chiaro.

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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Gilberto Corbellini



Il valore aggiunto dell'informazione di N>O>I - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto.

Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.

INTERVISTA AL PROF. GILBERTO CORBELLINI, DOCENTE DI STORIA DELLA MEDICINA
& PROF. DI BIOETICA PRESSO L'UNIVERSITA' LA SAPIENZA DI ROMA



DOMANDA:

1 ) Prof. Corbellini, il suo primario campo di interesse è la storia della medicina. Stiamo vivendo giorni difficili, che in realtà sono mesi e che potrebbero divenire anni, sentendo ciò che si legge e si ascolta. Ma davvero siamo immersi in un unicum che non si è mai precedentemente verificato nella storia dell’umanità? Per meglio intenderci, facciamo lo storico esempio del provare a comparare il CoronaVirus all'influenza spagnola, altrimenti conosciuta come la spagnola o la grande influenza, la quale fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo, la prima delle pandemie del XX secolo che coinvolgono il virus dell'influenza H1N1. Ebbene, ciò che si è verificato esattamente 100 anni fa ci potrebbe far pensare che, senza lo 'spegnimento' pianificato delle normali attività umane durante la comune socialità che eravamo soliti condurre e al quale siamo stati e siamo sottoposti, ne saremmo usciti egualmente e che però, con le conoscenze scientifiche attuali e le conquiste in termini di valore della vita umana, sarebbe stato inaccettabile ( pur se con evidenti differenze morali, se andiamo a giudicare, per esempio, i casi svedese e americano ) ? Le rivolgiamo questa domanda sapendo che Lei è altresì un docente di bioetica.

RISPOSTA:

E' abbastanza corretto l'argomento illustrato nella domanda. Nel senso che una malattia come Covid-19 non si sarebbe diffusa o sarebbe passata inosservata un secolo fa. Gli anziani, i diabeti e i cardiopatici erano di meno, non c'erano le strumentazioni per la terapia intensiva e non si sarebbe stati in grado di identificare l'agente causale. La circolazione di altre malattie respiratorie, come influenza e tubercolosi, avrebbe altresì reso difficile il passaggio di un coronavirus con queste caratteristiche all'uomo. Se in questo frangente non avessimo fatto nulla, adottando una strategia tipo quella svedese, ne saremmo usciti con molti morti (in proporzione molti di più di quelli svedesi che sono forse i meglio organizzati al mondo sul fronte sanitario), dell'ordine probabilmente di alcune centinaia di migliaia, ma senza danni così gravi all'economia. Forse si sarebbe arrivati a un equilibrio tra specie umana e parassita nell'ordine di un paio di anni o prima. Così di solito finisce con questo tipo di malattie emergenti. Dopodiché, abbiamo una medicina e una scienza che sono oggi molto potenti e viviamo in società dove il valore indefinito delle vite umane forse impedisce un'attenzione anche le conseguenze che potrebbe avere accanirsi per difendere una ridotta indifendibile. Voglio dire che è stata presa la strada più incerta, cioè quella di giocare a scacchi con il virus senza capire che le regole a cui risponde il virus sono diverse dalle nostre, che sono o cercano di essere razionali, mentre lui usa quelle dell'evoluzione darwiniana. 

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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Giacomo Rossi

Il valore aggiunto dell'informazione di N>O>I - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto.

Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.

 

INTERVISTA AL PROF. ROSSI GIACOMO, UNIVERSITÀ DI CAMERINO, Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria




DOMANDA:

1 ) Buongiorno  Prof. Rossi, Lei è un medico veterinario e forse sembra strano, a una prima lettura, chiedere a una figura come la Sua delle informazioni rassicuranti circa la lotta al CoronaVirus. E invece la terapia messa a punto nei laboratori dell'Università di Camerino dal gruppo di ricerca da Lei coordinato è già stata prenotata da alcuni ospedali del Nord America e altresì canadesi. Ci vuole raccontare come è andata nello specifico tutta questa vicenda che apre una breccia di speranza nel buio di una tragedia collettiva e sociale che stiamo vivendo ?
Cosa c'entrano i nostri amati amici gatti nella lotta alla ormai famigerata malattia Covid-19 ?

RISPOSTA:

Buongiorno a lei e grazie per qusta domanda che peraltro mi è stata spesso rivolta anche da molti colleghi medici! Da circa due anni mi sto interessando della risposta immunitaria del gatto affetto da FeCov, il coronavirus felino, con particolare riguardo alla risposta mediata dai macrofagi, le cellule che sono deputate a "mangiare" gli agenti patogeni che ci infettano. Vede nel gatto con FeCoV ci siamo accorti che se la funzione di queste cellule non è perfetta o è incompleta, il virus  può attraversare l'intestino, sede dove normalmente risiede, generalizzare nell'organismo e causare una grave malattia, per la quale con c'è vaccino nè terapia specifica ed il cui esito è praticamente quasi sempre la morte dell'animale infetto. Anche in questa malattia del gatto negli ultimi mesi si stanno provando alcuni farmaci inibitori della polimerasi e dealla proteasi virali, ma anche alcuni particolari integratori che sembrano aprire speranze terapeutiche.  Bene studiando il meccanismo con cui il virus FeCoV entra nelle cellule, appena sono stati resi noti i risultati della struttura del recettore Covid-19 dai colleghi Cinesi, ho fatto le debite comparazioni nella struttura proteica ed aminoacidica ed ho visto che il coromavirus Covid-19 differisce da altri coronavirus, avendo vari siti di glicosilazione in più. Questi siti sono quelli i cui alcuni zuccheri semplici si legano all'amminoacido Asparagina terminale di una proteina trans-membrana. Ho pensato quindi che questa differenza potesse essere alla base della maggiore virulenza del virus. Ho anche pensato che, eliminando questi siti, si possa ridurre in maniera veramente importante il legame del coronavirus Covid-19 alle cellule dell'ospite, e quindi in pratica ridurre in maniera sensibile l'impatto dell'infezione e dei segni clinici di malattia.

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Coronavirus: Intervistiamo il Prof. Vittorio Agnoletto

Il valore aggiunto dell'informazione di NOI - RecSando è sempre stato il territorio. Nel mondo di oggi, globalizzato e totalmente interconnesso, il discutere di ciò che ci accade accanto è davvero un plus spesso dimenticato. Ma viviamo giorni veramente difficili, nei quali l'informazione che ci giunge dall'altra parte del mondo può essere facilmente assimilata a quella della porta accanto. Partendo da questo assunto, abbiamo ritenuto di compiere un'operazione importante andando a intervistare esperti e personalità che nella crisi sanitaria, economica, politica e sociale attuale hanno ognuna qualcosa da dire e da dare. Crediamo, sempre dicendolo modestamente, di esserci riusciti. Ma a Voi la parola finale. Buona lettura.


INTERVISTA A VITTORIO AGNOLETTO, PROFESSORE PRESSO L’UNIVERSITA’ DI MILANO DI GLOBALIZZAZIONE E POLITICHE DELLA SALUTE



DOMANDA:

1 ) Buongiorno  Prof. Agnoletto, Lei per anni è stato medico del lavoro per una nota azienda ubicata nel Comune di San Donato Milanese. Altresì il Suo legame con il nostro territorio, quello del Sud-Est Milano, è rimasto forte e ben strutturato. A questo proposito, vorremmo iniziare questa intervista col provare a domandarLe una Sua valutazione circa ciò che è successo nella RSA - Residenza per anziani ubicata a Mombretto di Mediglia, visto che già a inizio aprile, quindi pochissimo tempo fa, Lei durante la trasmissione 37 e 2 di Radio Popolare ( trasmissione da Lei diretta assieme a Elena Mordiglia ogni giovedì mattina dalle ore 10.35 sino alle 11.30 ) aveva approcciato questo argomento. Si possono fare delle valutazioni a riguardo o, nel pieno della tragedia, forse è ancora troppo presto entrare nei fatti in maniera così specifica ?

RISPOSTA:

Come Lei riferisce, noi a inizio aprile abbiamo affrontato in trasmissione quanto stava accadendo nella RSA di Mombretto di Mediglia; oggi la magistratura è scesa finalmente prepotentemente in campo, facendo ciò che le compete su quella triste e drammatica vicenda. Credo che sia bene lasciar lavorare i magistrati, mi auguro che vengano individuate precise responsabilità e che chi non ha avuto rispetto per la vita umana sia chiamato a risponderne.

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