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Polveri, sabbie e agenti inquinanti, ci aiuta un super radar

Polveri, sabbie e agenti inquinanti, ci aiuta un super radar

Uno speciale radar messo a punto dagli scienziati del Cnr analizzerà in modo preciso la qualità dell’aria che si respira in città

 
 
 
di veronica ulivieri
 

Arrivano a portata del nostro naso dal deserto del Sahara, trasportate dal vento e poi anche dalle «piogge rosse».
Le polveri dal Nordafrica si sommano all’inquinamento delle città: se la loro concentrazione aumenta, crescono anche i tassi di mortalità e i ricoveri per patologie respiratorie e cerebrovascolari. Non solo: quando si depositano a terra il traffico motorizzato le risolleva nell’aria, funzionando da amplificatore.

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Allarme Unesco, il clima impazzito minaccia i monumenti Patrimonio dell’Umanità

Allarme Unesco, il clima impazzito minaccia i monumenti Patrimonio dell’Umanità

Per l’agenzia Onu, entro il 2030 il cambiamento climatico mette in pericolo 31 siti tra i più celebri siti turistici del Pianeta. A rischio oltre a Venezia anche Stonehenge, la Statua della Libertà e Yellowstone

 
 
 
di giorgia marino
 

Immaginate un mondo in cui Venezia abbia perso il suo secolare duello contro le acque della Laguna e la Statua della Libertà sia stata affondata da un uragano. Un mondo in cui i moai di Rapa Nui crollino uno dopo l’altro, erosi alla base dal mare che fissavano enigmatici da quasi due millenni, e le barriere coralline scompaiano, portandosi via il loro tesoro di biodiversità, uccise dall’acidità degli oceani. Un mondo senza Mont Saint Michel e senza Stonehenge, senza i gorilla di montagna dell’Africa centrale, i draghi di Komodo e gli orsi grizzly di Yellowstone. Non è un incubo fantascientifico buono per il prossimo colossal hollywoodiano: è lo scenario (il peggiore, certo) paventato dall’ultimo rapporto Unesco sui cambiamenti climatici e i loro effetti sui siti Patrimonio dell’Umanità. 

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A Milano in mostra tutti i segreti di Diabolik

A Milano in mostra tutti i segreti di Diabolik

La storia del ladro più affascinante del fumetto dal 18 giugno al 18 settembre

 
 
 
 

Al Museo del Fumetto di Milano prosegue la rassegna espositiva dedicata ai grandi personaggi del fumetto italiano. Dopo il successo dalla mostre dedicate a Dylan Dog e Tex Willer, è il turno di Diabolik altro grande protagonista indiscusso. 

 

Creato nel 1962 dalle sorelle Giussani, da sempre pubblicato dalla casa editrice Astorina, Diabolik ha affascinato intere generazioni di lettori riscuotendo ancora oggi un successo incredibile che lo ha portato a diventare protagonista, oltre che delle consuete avventure mensili, di volumi illustrati, saggi, spot televisivi, video musicali, film, merchandising e molto altro.

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Car Sharing Elettrico, si decolla anche in Italia

Car sharing elettrico, si decolla anche in Italia

Sharen’go, oltre 2.500 cinquecento noleggi al giorno e mille macchine in servizio a Milano, Roma e Firenze, lancia un appello al governo per potenziare l’uso dell’auto elettrica condivisa

 
02/06/2016
 

Con oltre 2mila e cinquecento noleggi al giorno solo a Milano, Roma e Firenze e mille macchine in servizio di car sharing a flusso libero, la diffidenza verso l’utilizzo dell’auto elettrica in Italia sembra stia venendo meno, aprendo nuovi scenari e permettendo di avvicinarci agli standard internazionali, un tempo visti come irraggiungibili. 

 

Sharen’go, che ha raggiunto oltre 27mila iscritti, ha aumentato notevolmente gli investimenti, promuovendo la mobilità condivisa elettrica soprattutto con la realizzazione di convenienti “pacchetti-minuti” a basso costo. L’offerta prevede una spesa di sei euro l’ora (0,10€ al minuto) per noleggiare un auto elettrica e si presenta letteralmente come la più conveniente al mondo per car sharing a flusso libero. Una possibilità di risparmio energetico ed economico invitante, che ha spinto all’acquisto di oltre un milione di minuti in soli sei mesi.

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Enea vuole “rinverdire” le città coltivando specie autoctone

TANTA VOGLIA DI #PRATTETO
Enea vuole “rinverdire” le città coltivando specie autoctone

Ci sono giorni in cui se si guarda in alto, il cielo è più grigio di un film in bianco e nero. Allora si spera che girandosi intorno si trovi un po’ di colore. E invece niente, quelle tonalità si sprecano dai palazzi alla strada. Chi abita in alcune metropoli ha presente questi scorci da cementificazione. Che ci siano margini di miglioramento non è una notizia, e che il verde sia il benvenuto è un dato di fatto. Ma c’è ancora tanto da fare.

E c’è chi ci pensa, come il progetto Anthosart, lanciato da Enea  (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e finanziato dal MIUR – in collaborazione con la Società Botanica Italiana e il Forum Plinianum. Se questo progetto si potesse tradurre in immagine, sarebbe quella di città colorate di verde, in cui non mancherebbero i giardini, viali, palazzi, tetti, perennemente coltivati e ricchi di piante. Che adesso, per come si vive in alcune zone della penisola, sembrerebbe una visione utopica.

Ma mai perdere le speranze.

In cosa consiste? “L’obiettivo principale – si legge nel comunicato di Enea – è quello di collegare e di trasferire l’expertise scientifica di orti botanici e banche del germoplasma – vere e proprie casseforti che custodiscono il nostro patrimonio vegetale – al settore florovivaistico (moltiplicatori, vivaisti, garden center, progettisti) per la progettazione e la gestione a basso impatto ambientale del verde urbano e per la creazione di greeninnovative e sostenibili“.

In pratica, come spiegato da Patrizia Menegoni, responsabile del progetto, verrebbero utilizzate all’interno delle città le specie adatte a quel clima e a quell’ecosistema. Perché sarebbe utile? Innanzitutto “porterebbe alla creazione di polmoni metropolitani, quindi riduzione dell’accumulo di calore, contrasto dell’iquinamento acustico, da Co2 e da polveri sottili, e contribuire al deflusso delle acqua piovane“. E solo questo basterebbe per ricordare che siamo in una situazione in cui il clima ha assunto una certa rilevanza. Inoltre “usare piante coerenti con i territori significa minimizzare la spesa di gestione ordinaria“. Che per certe amministrazioni, credo non sarebbe una cattiva idea.

Vogliamo porre l’attenzione del pubblico, anche di quello specializzato, sul patrimonio della flora spontanea italiana, composta da migliaia di specie. Che vengono parzialmente utilizzate privilegiando un’attitudine legata alla moda del momento“. Quali ostacoli? “C’è bisogno di progettazione che tenga conto oltre che degli aspetti estetici anche delle caratteristiche delle specie e possibilità di vivere in quelle condizioni. Un’esigenza è trovare queste specie nei garden center e vivai. Normalmente contengono specie che pronvengono da territori che non sempre sono compatibili con il clima. La nostra idea è costruire gruppi di aziende vivaistiche, progettisti, ricerche, creare tavoli in cui discutere della messa in atto di questo. Ci sono già aziende che hanno chiesto di collaborare“.

C’è da considerare che in questi anni non mancano i gruppi di cittadini e associazioni che si adoperano per migliorare le città con iniziative che mettono al primo posto il verde . Come dire che le forze non mancano, i progetti pure. Ma credo serva ancora una comunicazione costante sotto questo aspetto, una maggiore presa di coscienza e linee guida in grado di dare respiro a determinate necessità.

Inoltre credo che con la conoscenza delle specie del proprio territorio, aumenterebbe l’interesse di cittadini e aziende verso questo settore e le sue problematiche. “Altra questione – spiega Menegoni – è che ci siamo abituati a un’idea di bellezza molto standardizzata, in cui gli oggetti sono tutti uguali, i fiori devono essere grandi o la pianta è bella solo se fiorita. Vorremmo far capire che la bellezza è la regola della natura. Dobbiamo attivare strumenti in modo che questa bellezza sia funzionale e che permetta agli ecosistemi di vivere nelle città. Questo permetterebbe di vivere meglio a un costo molto più basso“.


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Adidas torna a produrre in Germania e userà i robot

Adidas torna a produrre in Germania e userà i robot

Dopo 20 anni di delocalizzazione in Asia, l’azienda punta sull’automazione in Europa

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Adolf Dassler, 1949

Chissà cosa penserebbe il calzolaio tedesco Adolf Dassler (detto Adi) che nel 1949 fonda la propria personalissima azienda di scarpe e la chiama, con un sapiente acrostico del proprio nome, Adidas. Personalissima perché fino a poco prima Adi lavorava nella fabbrica (sempre di scarpe) fondata insieme al fratello Rudolf, che in breve tempo passa da socio a feroce competitor fondando quasi contestualmente (e con lo stesso gioco lessicale) Ruda, poi ribattezzata in Puma.

L’immagine del temuto felide sembra avere la meglio sul logo del trifoglio e delle strisce parallele, tant’è che nel 1989 Adolf si trova in difficoltà ed è costretto a vendere la società all’industriale francese Bernard Tapie. Che per comprarla si indebita, non riesce più a pagare gli interessi e tre anni dopo la cede alla banca finanziatrice Crédit Lyonnais. È solo nel 1993 che Adidas passa nelle mani (e nella gestione, dato che ne diventa CEO) di un amico di Tapie, l’azionista dell’Olympique Marsiglia Robert-Louis Dreyfus.

Ed è proprio nel 1993 che Adidas chiude 9 delle sue 10 fabbriche in Germania per delocalizzare la produzione nell’allora ben più economia Asia, precisamente in Cina e Vietnam. Un idillio durato oltre vent’anni. Ma oggi, colpa del costo della manodopera asiatica che non è più così conveniente, merito degli sviluppi in tecnologia e automazione, Adidas può permettersi di riportare la produzione a casa propria. Precisamente ad Ansbach, in Baviera. Ma sarebbe azzardato affermare che i disoccupati tedeschi (che in realtà sono pochissimi, neanche 2.7 milioni) possano iniziare a stappare le birre: lo stabilimento, una fabbrica da 6400 metri quadrati, sarà quasi interamente operato da robot. Certo, gli esseri umani saranno necessari, per preparare, gestire e controllare le macchine, e infatti si stima la creazione di 160 posti di lavoro in Oechsler Motion, la società che sta costruendo e che opererà attivamente la fabbrica di Ansbach.

adidas Shoe Production Ahead Of Results

Che non sarà neanche una fabbrica tradizionale. Si tratta dell’innovativo modello della Speedfactory, come spiegato dal CEO Herbert Hainer: “In qualità di azienda basata sullo sport sappiamo che Speed, la velocità, vince. Per questo ne abbiamo fatto un elemento chiave della nostra strategia e del nostro business plan. Il mondo cambia in continuazione, le persone vogliono il nuovo e lo vogliono subito. E la Speedfactory glielo darà”.

La produzione entrerà a pieno regime nel 2017, mentre entro quest’anno sarà testata con la realizzazione delle prime 500 paia di scarpe. I benefici saranno molteplici, come sottolineato da Hainer di concerto con la responsabile della comunicazione Katja Schreiber. Il modello attuale, non solo di Adidas ma dell’intero settore, prevede che la produzione sia esternalizzata in luoghi in cui tipicamente i consumatori non si trovano: l’obiettivo è quello di avvicinare il prodotto al mercato di riferimento, eliminando tempi e costi di trasporto. Questa caratteristica, insieme alla rapidità data dall’automazione, permetterà ai rivenditori di cogliere prontamente i trend e le necessità della clientela, inviando ordini mirati alla casa madre ed evitando di riempire i magazzini con migliaia di scorte dalla destinazione incerta.

Che ne sarà del milione di lavoratori attualmente impiegati in Asia? Rimarranno, almeno per ora. Hainer ha affermato che l’obiettivo non consiste tanto nel raggiungere la totale automazione, quanto nel supportare il lavoro umano con quello robotico. Del resto, nel 2015 l’azienda ha prodotto 301 milioni di paia di scarpe, e deve produrne 30 milioni in più ogni anno se vuole raggiungere i target di crescita che si è imposta per il 2020. Target che con tutta probabilità verrà raggiunto, dato che Adidas intende aprire una seconda Speedfactory nel 2017 negli Usa seguita da altre nell’Europa occidentale. Promettendo prezzi al consumo in linea con quelli applicati al made in Asia.

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Herbert Hainer, CEO di Adidas

“Con la Speedfactory stiamo rivoluzionando l’industria” ha dichiarato Hainer. E su questo non si può che dargli ragione: è proprio in Germania (precisamente alla fiera dell’elettronica Hannover Messe del 2011) che nasce il concetto di Industria 4.0 o quarta rivoluzione industriale. Quella digitale, quella basata sui dati e sulla loro analisi, quella volta a definire il rapporto tra uomo e macchina e a suggellare quello tra macchina e manifattura. Quella di cui, a tutti gli effetti, Adidas sta diventando il paradigma.

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Dal Politecnico alla Eco Marathon di Londra: vince chi consuma meno carburante

Dal Politecnico di Milano a Londra per la Shell Eco-marathon, giunta alla 31esima edizione, a cui partecipano i giovani delle scuole superiori e università di tutta Europa (è una delle tre tappe mondiali) con veicoli ideati e costruiti per percorrere la maggior distanza possibile con un litro di carburante o con un kWh di energia.

La gara si svolgerà dal 30 giugno al 3 luglio. Dal Politecnico (da diversi corsi di laurea) parteciperà il team Mecc-H2, insieme a veicoli di 2000 studenti da 28 Paesi europei. E' l'undicesimo anno che il "Poli" partecipa alla gara.

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Un milione di immagini antiche tutte gratuite

La British Library ha messo su Flickr un milione di immagini antiche, tutte gratuite

Più di un milione di illustrazioni contenute in 65mila volumi della grande biblioteca inglese, datate dal 1600 a oggi: è tutto liberamente a disposizione degli utenti

di  Lorenzo Grighi

Da un manoscritto del XVII secolo allo schermo ad alta risoluzione di un pc. Un bel po’ di strada, per un’immagine che rischierebbe di essere vista da poche centinaia di persone e che invece arriva, potenzialmente, agli utenti di tutto il mondo. La British Library ha messo a disposizione su Flickr, quindi in forma completamente gratuita, più di un milione di immagini contenute in oltre 65mila volumi, pubblicati dal 1600 ad oggi.

 

British library

Mappe, disegni, illustrazioni, lettere scritte a mano, diagrammi, cartoni, poster. Chiunque può scegliere da questo sterminato catalogo e utilizzare a proprio piacimento il materiale raccolto. Il progetto è partito nel 2013.  La libreria ha creato una sorta di “curatore elettronico” che seleziona le immagini dal catalogo digitale e le pubblica, una ogni ora, sul proprio profilo Twitter. «La risposta degli utenti è stata straordinaria – ha detto Ben O’Steen, a capo della sezione tecnica della British Library e ideatore del sistema di pubblicazione automatica attraverso i social network. Al momento la collezione di immagini è stata visitata da qualcosa come 267 milioni di utenti, con 400mila tag aggiunti su Flickr.

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Siri per Mac, ecco le prime immagini

L’assistente vocale di iPhone e iPad arriverà sui computer Apple con la prossima versione di OS X.
Lo confermano alcuni screenshot che mostrano l’icona dell’applicazione nel Dock e nella barra dei menù

Tim Cook parla di Siri

 
 
 
20/05/2016
 

A cinque anni dal debutto su iOS, Siri è finalmente pronta ad arrivare su Mac. Le voci si rincorrono da un po’ , ma finora le indiscrezioni non avevano trovato conferme concrete. Due nuove immagini ottenute e pubblicate da MacRumors mostrano adesso la nuova icona dell’applicazione Siri per Mac, così come apparirà nel Dock dei computer Apple con il prossimo sistema operativo, e l’icona più piccola che potrebbe apparire in alto, nella barra dei menù, per richiamare l’assistente anche quando il Dock è nascosto.  

 

Quest’ultima icona appare ancora acerba e consta semplicemente del nome “Siri” chiuso in un rettangolo arrotondato. L’ipotesi è che si possa trattare di un prototipo grafico e che Apple non abbia ancora deciso dove far risiedere l’assistente. In termini di usabilità non ha molto senso, infatti, che le due icone risiedano contemporaneamente nel Dock e nella barra dei menù. Anche perché, secondo le solite fonti ben informate, cliccando una delle due si attiva la stessa interfaccia con forme d’onda colorate, che richiama la grafica della modalità di ascolto dell’assistente virtuale su iOS. Anche su Mac, inoltre, sarà possibile usare l’attivazione vocale dell’assistente con il comando “Hey Siri”. 

 

 

I comandi che si potranno impartire a Siri su Mac ricalcano quelli disponibili su iOS, ma ci si aspetta che in occasione della conferenza inaugurale della WWDC (prevista per per il 13 giugno) Apple presenti novità importanti, a partire dalla possibilità di integrare l’assistente con applicazioni di terze parti. Ad aprile Apple ha usato proprio Siri per annunciare in anteprima le date della conferenza, come a voler suggerire che l’attenzione sarà concentrata proprio sull’aggiornamento dell’assistente virtuale. 

 

Novità di rilievo saranno necessarie per tenere il passo con Google, che all’evento inaugurale della conferenza I/O , cioè l’equivalente della WWDC per gli sviluppatori Android, ha presentato il nuovo Google Assistant, un assistente virtuale che prenderà il posto di Google Now nei prodotti software di Mountain View e arriverà nelle case grazie a Google Home. Un’intelligenza artificiale ubiqua e capace di recepire comandi impartiti con dialoghi più naturali e astratti, con cui Siri, almeno al momento, non è in grado di reggere il confronto. 

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fonte: La Stampa
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Allo e Duo, le app di Google per chat e video chiamate

Allo e Duo, le app di Google per chat e video chiamate

The Big G risponde a Messenger lanciando l’app Allo, che ha una serie di suoi servizi integrati. Per le video chiamate invece, propone Duo

L’app Duo (Foto: Google)

Google propone due nuove app: una per i messaggi, l’altra per le video chiamate. Allo è il nome della prima, un’app per chattare che si basa sul proprio numero di telefono — ricorda qualcosa? — e mette a disposizione dell’utente adesivi, ed effetti speciali, dall’inchiostro con cui scrivere sulle foto a gli effetti grafici per le parole “urlate”.

Come Google Inbox, Allo offre un sistema di Smart Reply: sfruttando l’intelligenza artificiale studia il pregresso delle conversazioni per strutturare risposte in linea con il vostro stile di scrittura. Il meccanismo funziona anche con le foto, consigliando parole collegate a ciò che il  sistema “vede” nelle immagini (es. Se l’utente ricevesse una foto di una torta, potrebbe suggerire “adoro le torte!”).

E visto che l’integrazione tra app sembra essere un pallino per Google, vedi Tocca per tradurre, Allo contiene l’Assistente di The Big G che trascina con sé Ricerca, Mappe, YouTube e Translate, appunto.

Duo è invece l’app con cui Google offre il proprio servizio di videochiamate. L’app è studiata per tararsi sul livello di qualità di banda su cui può contare, per cui secondo Google non sono da temere le situazioni di scarsa performance delle connessioni.

La funzione più divertente di Duo, che conta anche sulla crittografia end-to-end, è “Knock Knock”, che sarebbe “toc toc”: nella schermata di chiamata in arrivo il destinatario vedrà l’anteprima video, in modo da avere un’idea sulla ragione della videochiamata che sta ricevendo. Allo e Duo saranno disponibili dall’estate sia per iOS che per Android.

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“Milano-Roma in mezz’ora con le capsule supersoniche di Hyperloop”

Intervista a Bibop G. Gresta, vice presidente dell’azienda che vuole rivoluzionare i trasporti sostenibili: “Parliamo con Cameron e Merkel, in Italia ci attaccano il telefono.
Non è un treno, non è un aereo: è Hyperloop. Lo hanno definito in tutti i modi, da “treno supersonico” a “supertreno”, ma in realtà, il sistema di trasporto ultraveloce che promette di cambiare per sempre i trasporti è un’altra cosa ancora. Una terza via. Capsule capaci di contenere 28 passeggeri che sfrecceranno in “tubi” sospesi alla velocità di 1200 chilometri orari. Avviate da motori lineari e fatte levitare da campi magnetici. Più aumenta la velocità, più la capsula è stabile. Velocità e sostenibilità. Che, tradotto, significherebbe da Roma a Milano in meno di mezz’ora

Tre anni fa Elon Musk, padre di Space X e Tesla Motors, riportò alla ribalta questa tecnologia lanciando la sfida per la sua realizzazione. La sfida è stata accettata. «Hyperloop non è più un’azienda, ormai è un movimento e i politici lo devono capire» dice Bibop G. Gresta, vice presidente e direttore operativo di Hyperloop Transportation Technologies, in Italia per qualche giorno. Cinque ore scarse di sonno in media quest’anno (lo dice l’app), un libro in lavorazione, agenda stracolma, ragazzi che lo aspettano quando arriva negli aeroporti, come le rockstar (non in Italia, ancora). 

 

Chi sarebbe la Hyperloop Generation?

Un’intera generazione che ha scelto Hyperloop come modello, cioè non solo pensare a come costruire infrastrutture, ma anche a un modo di vedere l’ambiente e l’economia. Abbiamo già le risorse sufficienti per garantire i beni primari a tutti. Bisogna smettere di risolvere un problema e generarne altri dieci: ora finalmente abbiamo la possibilità di mettere insieme i migliori scienziati al mondo. Ci definiscono la più grande startup al mondo, non è vero: secondo me, siamo il più grande progetto di crowdsourcing, con donazioni per 60 milioni di dollari. 

A scanso di equivoci: la Hyperloop Transportation Technologies non è quella del recente test in Nevada.

Loro (Hyperloop One, ndr) hanno fatto quello che noi abbiamo fatto due anni fa, cioè testare il sistema di propulsione che è una montagna russa, e infatti le reazioni sono state “ok, ma che ci hai fatto vedere?”. 

 

La velocità?

Neanche! Fanno HyperloopOne, ma seguono a ruota. Detto questo, io voglio non uno, ma dieci Hyperloop. 

 

E voi, a che punto siete?

Noi siamo al piano esecutivo. Tra due mesi, se arrivano tutti i permessi, si parte con la prima tratta di 8 km a Nord della California, a Quay Valley. 
 

Hyperloop, supertreno da 1100 km/h
 

 

La “città del futuro”: è nata intorno ad Hyperloop?

No, Quay è un signore. Quando mi ha chiamato e mi ha detto «Voglio fare la Quay Valley», io gli ho risposto «sì, e io la Bibopland!». Poi mi è arrivata la documentazione. È al lavoro da 15 anni, ma adesso ci sono già prenotazioni per andare a vedere il primo Hyperloop per il 2019, quando sperimenteremo la prima tratta con passeggeri, con velocità però inferiore a quella del suono. 

 

Il tutto, sostenibile.

Zero costi per muovere e levitare la capsula nel tubo. La frenata produce energia. I piloni saranno efficienti e con giardini verticali, ma non perché siamo hippie, ma per coltivarli e ripopolarli di specie animali. Inoltre, quando hai un tubo e un pannello solare hai un sistema di desalinizzazione: ti serve solo il calore ma, guarda caso, noi generiamo nella capsula 400 gradi. 

 



C’è un problema: la claustrofobia.

Abbiamo pensato anche a questo: “Augmented Windows”, con tecnologie di realtà virtuale. 

 

Dalla prima tratta al 2019, che succede?

Costruzione di 15 capsule (costo medio di ognuna, 2 milioni) con disegno rilasciato con un sistema di creative commons. Stiamo parlando con Cisco, RedBull, Disney, e altri. 

Con la Slovacchia ponti aperti. Dove altro in Europa?

Incontrerò Cameron. 

E in Italia che terreno c’è?

La palude! No, scherzo. 

Chi sono gli interlocutori?

Io sono un po’ sfiduciato. Giriamo per tutto il mondo, il mio socio Dirk Ahlborn l’altro giorno era dalla Merkel. In tutto il mondo ci pagano per parlare: qui riattaccano il telefono. Sono stato alla Maker Faire, ma nessun altro ci ha voluto. 

Quindi niente Hyperloop qui?

Non è cattiveria, vedremo. Faremo una presentazione in autunno. 

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Il 31 maggio sarà il World No Tabacco day

Sorpresa: le sigarette aumentate di 20 centesimi a pacchetto

Alcune tra le più importanti marche hanno alzato i prezzi dal 2 maggio. Si tratta della conseguenza dell’aumento delle accise sui tabacchi deciso a gennaio. Il 31 maggio sarà il World No Tabacco day.

In Italia i fumatori sono il 20 % della popolazione
 
 

Il mese dedicato alla lotta al fumo - il 31 maggio è in programma il World No Tobacco Day - s’è aperto con una spiacevole sorpresa per i fumatori. Il costo di molte marche di sigarette (QUI L’ELENCO COMPLETO E I RELATIVI PREZZI) è infatti aumentato da qualche giorno di venti centesimi. Il rincaro ha interessato diversi marchi. Si tratta di una conseguenza dell’aumento delle accise sui tabacchi entrato in vigore a gennaio e rappresenta un ulteriore giro di vite contro i fumatori, dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo antifumo che impone una stretta sui divieti e l’introduzione di immagini eloquenti circa le conseguenze indotte dal fumo sulla salute. 

 

Tredici anni dopo l’entrata in vigore della Legge Sirchia, che proibì per la prima volta il fumo nei locali pubblici, si preannunciano dunque mesi di «sofferenza» per gli amanti delle «bionde».

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