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Adidas torna a produrre in Germania e userà i robot

Adidas torna a produrre in Germania e userà i robot

Dopo 20 anni di delocalizzazione in Asia, l’azienda punta sull’automazione in Europa

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Adolf Dassler, 1949

Chissà cosa penserebbe il calzolaio tedesco Adolf Dassler (detto Adi) che nel 1949 fonda la propria personalissima azienda di scarpe e la chiama, con un sapiente acrostico del proprio nome, Adidas. Personalissima perché fino a poco prima Adi lavorava nella fabbrica (sempre di scarpe) fondata insieme al fratello Rudolf, che in breve tempo passa da socio a feroce competitor fondando quasi contestualmente (e con lo stesso gioco lessicale) Ruda, poi ribattezzata in Puma.

L’immagine del temuto felide sembra avere la meglio sul logo del trifoglio e delle strisce parallele, tant’è che nel 1989 Adolf si trova in difficoltà ed è costretto a vendere la società all’industriale francese Bernard Tapie. Che per comprarla si indebita, non riesce più a pagare gli interessi e tre anni dopo la cede alla banca finanziatrice Crédit Lyonnais. È solo nel 1993 che Adidas passa nelle mani (e nella gestione, dato che ne diventa CEO) di un amico di Tapie, l’azionista dell’Olympique Marsiglia Robert-Louis Dreyfus.

Ed è proprio nel 1993 che Adidas chiude 9 delle sue 10 fabbriche in Germania per delocalizzare la produzione nell’allora ben più economia Asia, precisamente in Cina e Vietnam. Un idillio durato oltre vent’anni. Ma oggi, colpa del costo della manodopera asiatica che non è più così conveniente, merito degli sviluppi in tecnologia e automazione, Adidas può permettersi di riportare la produzione a casa propria. Precisamente ad Ansbach, in Baviera. Ma sarebbe azzardato affermare che i disoccupati tedeschi (che in realtà sono pochissimi, neanche 2.7 milioni) possano iniziare a stappare le birre: lo stabilimento, una fabbrica da 6400 metri quadrati, sarà quasi interamente operato da robot. Certo, gli esseri umani saranno necessari, per preparare, gestire e controllare le macchine, e infatti si stima la creazione di 160 posti di lavoro in Oechsler Motion, la società che sta costruendo e che opererà attivamente la fabbrica di Ansbach.

adidas Shoe Production Ahead Of Results

Che non sarà neanche una fabbrica tradizionale. Si tratta dell’innovativo modello della Speedfactory, come spiegato dal CEO Herbert Hainer: “In qualità di azienda basata sullo sport sappiamo che Speed, la velocità, vince. Per questo ne abbiamo fatto un elemento chiave della nostra strategia e del nostro business plan. Il mondo cambia in continuazione, le persone vogliono il nuovo e lo vogliono subito. E la Speedfactory glielo darà”.

La produzione entrerà a pieno regime nel 2017, mentre entro quest’anno sarà testata con la realizzazione delle prime 500 paia di scarpe. I benefici saranno molteplici, come sottolineato da Hainer di concerto con la responsabile della comunicazione Katja Schreiber. Il modello attuale, non solo di Adidas ma dell’intero settore, prevede che la produzione sia esternalizzata in luoghi in cui tipicamente i consumatori non si trovano: l’obiettivo è quello di avvicinare il prodotto al mercato di riferimento, eliminando tempi e costi di trasporto. Questa caratteristica, insieme alla rapidità data dall’automazione, permetterà ai rivenditori di cogliere prontamente i trend e le necessità della clientela, inviando ordini mirati alla casa madre ed evitando di riempire i magazzini con migliaia di scorte dalla destinazione incerta.

Che ne sarà del milione di lavoratori attualmente impiegati in Asia? Rimarranno, almeno per ora. Hainer ha affermato che l’obiettivo non consiste tanto nel raggiungere la totale automazione, quanto nel supportare il lavoro umano con quello robotico. Del resto, nel 2015 l’azienda ha prodotto 301 milioni di paia di scarpe, e deve produrne 30 milioni in più ogni anno se vuole raggiungere i target di crescita che si è imposta per il 2020. Target che con tutta probabilità verrà raggiunto, dato che Adidas intende aprire una seconda Speedfactory nel 2017 negli Usa seguita da altre nell’Europa occidentale. Promettendo prezzi al consumo in linea con quelli applicati al made in Asia.

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Herbert Hainer, CEO di Adidas

“Con la Speedfactory stiamo rivoluzionando l’industria” ha dichiarato Hainer. E su questo non si può che dargli ragione: è proprio in Germania (precisamente alla fiera dell’elettronica Hannover Messe del 2011) che nasce il concetto di Industria 4.0 o quarta rivoluzione industriale. Quella digitale, quella basata sui dati e sulla loro analisi, quella volta a definire il rapporto tra uomo e macchina e a suggellare quello tra macchina e manifattura. Quella di cui, a tutti gli effetti, Adidas sta diventando il paradigma.

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Dal Politecnico alla Eco Marathon di Londra: vince chi consuma meno carburante

Dal Politecnico di Milano a Londra per la Shell Eco-marathon, giunta alla 31esima edizione, a cui partecipano i giovani delle scuole superiori e università di tutta Europa (è una delle tre tappe mondiali) con veicoli ideati e costruiti per percorrere la maggior distanza possibile con un litro di carburante o con un kWh di energia.

La gara si svolgerà dal 30 giugno al 3 luglio. Dal Politecnico (da diversi corsi di laurea) parteciperà il team Mecc-H2, insieme a veicoli di 2000 studenti da 28 Paesi europei. E' l'undicesimo anno che il "Poli" partecipa alla gara.

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Un milione di immagini antiche tutte gratuite

La British Library ha messo su Flickr un milione di immagini antiche, tutte gratuite

Più di un milione di illustrazioni contenute in 65mila volumi della grande biblioteca inglese, datate dal 1600 a oggi: è tutto liberamente a disposizione degli utenti

di  Lorenzo Grighi

Da un manoscritto del XVII secolo allo schermo ad alta risoluzione di un pc. Un bel po’ di strada, per un’immagine che rischierebbe di essere vista da poche centinaia di persone e che invece arriva, potenzialmente, agli utenti di tutto il mondo. La British Library ha messo a disposizione su Flickr, quindi in forma completamente gratuita, più di un milione di immagini contenute in oltre 65mila volumi, pubblicati dal 1600 ad oggi.

 

British library

Mappe, disegni, illustrazioni, lettere scritte a mano, diagrammi, cartoni, poster. Chiunque può scegliere da questo sterminato catalogo e utilizzare a proprio piacimento il materiale raccolto. Il progetto è partito nel 2013.  La libreria ha creato una sorta di “curatore elettronico” che seleziona le immagini dal catalogo digitale e le pubblica, una ogni ora, sul proprio profilo Twitter. «La risposta degli utenti è stata straordinaria – ha detto Ben O’Steen, a capo della sezione tecnica della British Library e ideatore del sistema di pubblicazione automatica attraverso i social network. Al momento la collezione di immagini è stata visitata da qualcosa come 267 milioni di utenti, con 400mila tag aggiunti su Flickr.

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Siri per Mac, ecco le prime immagini

L’assistente vocale di iPhone e iPad arriverà sui computer Apple con la prossima versione di OS X.
Lo confermano alcuni screenshot che mostrano l’icona dell’applicazione nel Dock e nella barra dei menù

Tim Cook parla di Siri

 
 
 
20/05/2016
 

A cinque anni dal debutto su iOS, Siri è finalmente pronta ad arrivare su Mac. Le voci si rincorrono da un po’ , ma finora le indiscrezioni non avevano trovato conferme concrete. Due nuove immagini ottenute e pubblicate da MacRumors mostrano adesso la nuova icona dell’applicazione Siri per Mac, così come apparirà nel Dock dei computer Apple con il prossimo sistema operativo, e l’icona più piccola che potrebbe apparire in alto, nella barra dei menù, per richiamare l’assistente anche quando il Dock è nascosto.  

 

Quest’ultima icona appare ancora acerba e consta semplicemente del nome “Siri” chiuso in un rettangolo arrotondato. L’ipotesi è che si possa trattare di un prototipo grafico e che Apple non abbia ancora deciso dove far risiedere l’assistente. In termini di usabilità non ha molto senso, infatti, che le due icone risiedano contemporaneamente nel Dock e nella barra dei menù. Anche perché, secondo le solite fonti ben informate, cliccando una delle due si attiva la stessa interfaccia con forme d’onda colorate, che richiama la grafica della modalità di ascolto dell’assistente virtuale su iOS. Anche su Mac, inoltre, sarà possibile usare l’attivazione vocale dell’assistente con il comando “Hey Siri”. 

 

 

I comandi che si potranno impartire a Siri su Mac ricalcano quelli disponibili su iOS, ma ci si aspetta che in occasione della conferenza inaugurale della WWDC (prevista per per il 13 giugno) Apple presenti novità importanti, a partire dalla possibilità di integrare l’assistente con applicazioni di terze parti. Ad aprile Apple ha usato proprio Siri per annunciare in anteprima le date della conferenza, come a voler suggerire che l’attenzione sarà concentrata proprio sull’aggiornamento dell’assistente virtuale. 

 

Novità di rilievo saranno necessarie per tenere il passo con Google, che all’evento inaugurale della conferenza I/O , cioè l’equivalente della WWDC per gli sviluppatori Android, ha presentato il nuovo Google Assistant, un assistente virtuale che prenderà il posto di Google Now nei prodotti software di Mountain View e arriverà nelle case grazie a Google Home. Un’intelligenza artificiale ubiqua e capace di recepire comandi impartiti con dialoghi più naturali e astratti, con cui Siri, almeno al momento, non è in grado di reggere il confronto. 

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fonte: La Stampa
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Allo e Duo, le app di Google per chat e video chiamate

Allo e Duo, le app di Google per chat e video chiamate

The Big G risponde a Messenger lanciando l’app Allo, che ha una serie di suoi servizi integrati. Per le video chiamate invece, propone Duo

L’app Duo (Foto: Google)

Google propone due nuove app: una per i messaggi, l’altra per le video chiamate. Allo è il nome della prima, un’app per chattare che si basa sul proprio numero di telefono — ricorda qualcosa? — e mette a disposizione dell’utente adesivi, ed effetti speciali, dall’inchiostro con cui scrivere sulle foto a gli effetti grafici per le parole “urlate”.

Come Google Inbox, Allo offre un sistema di Smart Reply: sfruttando l’intelligenza artificiale studia il pregresso delle conversazioni per strutturare risposte in linea con il vostro stile di scrittura. Il meccanismo funziona anche con le foto, consigliando parole collegate a ciò che il  sistema “vede” nelle immagini (es. Se l’utente ricevesse una foto di una torta, potrebbe suggerire “adoro le torte!”).

E visto che l’integrazione tra app sembra essere un pallino per Google, vedi Tocca per tradurre, Allo contiene l’Assistente di The Big G che trascina con sé Ricerca, Mappe, YouTube e Translate, appunto.

Duo è invece l’app con cui Google offre il proprio servizio di videochiamate. L’app è studiata per tararsi sul livello di qualità di banda su cui può contare, per cui secondo Google non sono da temere le situazioni di scarsa performance delle connessioni.

La funzione più divertente di Duo, che conta anche sulla crittografia end-to-end, è “Knock Knock”, che sarebbe “toc toc”: nella schermata di chiamata in arrivo il destinatario vedrà l’anteprima video, in modo da avere un’idea sulla ragione della videochiamata che sta ricevendo. Allo e Duo saranno disponibili dall’estate sia per iOS che per Android.

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“Milano-Roma in mezz’ora con le capsule supersoniche di Hyperloop”

Intervista a Bibop G. Gresta, vice presidente dell’azienda che vuole rivoluzionare i trasporti sostenibili: “Parliamo con Cameron e Merkel, in Italia ci attaccano il telefono.
Non è un treno, non è un aereo: è Hyperloop. Lo hanno definito in tutti i modi, da “treno supersonico” a “supertreno”, ma in realtà, il sistema di trasporto ultraveloce che promette di cambiare per sempre i trasporti è un’altra cosa ancora. Una terza via. Capsule capaci di contenere 28 passeggeri che sfrecceranno in “tubi” sospesi alla velocità di 1200 chilometri orari. Avviate da motori lineari e fatte levitare da campi magnetici. Più aumenta la velocità, più la capsula è stabile. Velocità e sostenibilità. Che, tradotto, significherebbe da Roma a Milano in meno di mezz’ora

Tre anni fa Elon Musk, padre di Space X e Tesla Motors, riportò alla ribalta questa tecnologia lanciando la sfida per la sua realizzazione. La sfida è stata accettata. «Hyperloop non è più un’azienda, ormai è un movimento e i politici lo devono capire» dice Bibop G. Gresta, vice presidente e direttore operativo di Hyperloop Transportation Technologies, in Italia per qualche giorno. Cinque ore scarse di sonno in media quest’anno (lo dice l’app), un libro in lavorazione, agenda stracolma, ragazzi che lo aspettano quando arriva negli aeroporti, come le rockstar (non in Italia, ancora). 

 

Chi sarebbe la Hyperloop Generation?

Un’intera generazione che ha scelto Hyperloop come modello, cioè non solo pensare a come costruire infrastrutture, ma anche a un modo di vedere l’ambiente e l’economia. Abbiamo già le risorse sufficienti per garantire i beni primari a tutti. Bisogna smettere di risolvere un problema e generarne altri dieci: ora finalmente abbiamo la possibilità di mettere insieme i migliori scienziati al mondo. Ci definiscono la più grande startup al mondo, non è vero: secondo me, siamo il più grande progetto di crowdsourcing, con donazioni per 60 milioni di dollari. 

A scanso di equivoci: la Hyperloop Transportation Technologies non è quella del recente test in Nevada.

Loro (Hyperloop One, ndr) hanno fatto quello che noi abbiamo fatto due anni fa, cioè testare il sistema di propulsione che è una montagna russa, e infatti le reazioni sono state “ok, ma che ci hai fatto vedere?”. 

 

La velocità?

Neanche! Fanno HyperloopOne, ma seguono a ruota. Detto questo, io voglio non uno, ma dieci Hyperloop. 

 

E voi, a che punto siete?

Noi siamo al piano esecutivo. Tra due mesi, se arrivano tutti i permessi, si parte con la prima tratta di 8 km a Nord della California, a Quay Valley. 
 

Hyperloop, supertreno da 1100 km/h
 

 

La “città del futuro”: è nata intorno ad Hyperloop?

No, Quay è un signore. Quando mi ha chiamato e mi ha detto «Voglio fare la Quay Valley», io gli ho risposto «sì, e io la Bibopland!». Poi mi è arrivata la documentazione. È al lavoro da 15 anni, ma adesso ci sono già prenotazioni per andare a vedere il primo Hyperloop per il 2019, quando sperimenteremo la prima tratta con passeggeri, con velocità però inferiore a quella del suono. 

 

Il tutto, sostenibile.

Zero costi per muovere e levitare la capsula nel tubo. La frenata produce energia. I piloni saranno efficienti e con giardini verticali, ma non perché siamo hippie, ma per coltivarli e ripopolarli di specie animali. Inoltre, quando hai un tubo e un pannello solare hai un sistema di desalinizzazione: ti serve solo il calore ma, guarda caso, noi generiamo nella capsula 400 gradi. 

 



C’è un problema: la claustrofobia.

Abbiamo pensato anche a questo: “Augmented Windows”, con tecnologie di realtà virtuale. 

 

Dalla prima tratta al 2019, che succede?

Costruzione di 15 capsule (costo medio di ognuna, 2 milioni) con disegno rilasciato con un sistema di creative commons. Stiamo parlando con Cisco, RedBull, Disney, e altri. 

Con la Slovacchia ponti aperti. Dove altro in Europa?

Incontrerò Cameron. 

E in Italia che terreno c’è?

La palude! No, scherzo. 

Chi sono gli interlocutori?

Io sono un po’ sfiduciato. Giriamo per tutto il mondo, il mio socio Dirk Ahlborn l’altro giorno era dalla Merkel. In tutto il mondo ci pagano per parlare: qui riattaccano il telefono. Sono stato alla Maker Faire, ma nessun altro ci ha voluto. 

Quindi niente Hyperloop qui?

Non è cattiveria, vedremo. Faremo una presentazione in autunno. 

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Il 31 maggio sarà il World No Tabacco day

Sorpresa: le sigarette aumentate di 20 centesimi a pacchetto

Alcune tra le più importanti marche hanno alzato i prezzi dal 2 maggio. Si tratta della conseguenza dell’aumento delle accise sui tabacchi deciso a gennaio. Il 31 maggio sarà il World No Tabacco day.

In Italia i fumatori sono il 20 % della popolazione
 
 

Il mese dedicato alla lotta al fumo - il 31 maggio è in programma il World No Tobacco Day - s’è aperto con una spiacevole sorpresa per i fumatori. Il costo di molte marche di sigarette (QUI L’ELENCO COMPLETO E I RELATIVI PREZZI) è infatti aumentato da qualche giorno di venti centesimi. Il rincaro ha interessato diversi marchi. Si tratta di una conseguenza dell’aumento delle accise sui tabacchi entrato in vigore a gennaio e rappresenta un ulteriore giro di vite contro i fumatori, dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo antifumo che impone una stretta sui divieti e l’introduzione di immagini eloquenti circa le conseguenze indotte dal fumo sulla salute. 

 

Tredici anni dopo l’entrata in vigore della Legge Sirchia, che proibì per la prima volta il fumo nei locali pubblici, si preannunciano dunque mesi di «sofferenza» per gli amanti delle «bionde».

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Il sistema Airbnb vale 3,4 miliardi di euro in Italia (e chi affitta guadagna in media 2.300 euro)

Il sistema Airbnb vale 3,4 miliardi di euro in Italia (e chi affitta guadagna in media 2.300 euro)

Uno studio commissionato dall’azienda della sharing economy traccia l’impatto sull’economia italiana: l’indotto equivale allo 0,22% del Pil
 
di marco tonelli
 - La Stampa

Il sistema Airbnb, ovvero gli incassi per gli affitti e l’indotto connesso, contribuisce all’economia italiana per 3,4 miliardi di euro all’anno, lo 0,22% del prodotto interno lordo del nostro Paese. Si tratta dell’equivalente di 98.400 posti di lavoro. È quanto emerge da uno studio commissionato da Airbnb che traccia per la prima volta l’attività in Italia. 

 

Per chi affitta un appartamento o una stanza nel portale online, il guadagno medio annuale è stato di 2.300 euro. Un reddito che cresce se si guarda alle città prese in esame nello specifico: a Firenze si arriva a 6.300 euro l’anno, a Roma 5.500, mentre a Milano 2.700.

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Audible, arrivano anche in Italia gli audiolibri di Amazon

 

Con 9,99 euro al mese si avrà accesso a oltre dodicimila titoli, di cui duemila già in italiano.
E come Netflix, anche Audible produrrà serie “sonore” in esclusiva per la piattaforma


12/05/2016  di dario marchetti
 - La Stampa

A pensarci bene, il racconto orale è stata la prima forma di intrattenimento della storia. Niente di strano quindi se un’azienda decide di puntare tutto sulla narrazione attraverso la voce. Parliamo di Audible, una piattaforma nata nel 1995 per la diffusione di contenuti vocali e acquistata nel 2008 da Amazon che, finalmente, oggi fa il suo debutto anche in Italia. 

 

COME FUNZIONA

Un po’ come Netflix, Spotify e Kindle Unlimited, Audible si basa su un’offerta «all you can listen»: con 9,99 euro al mese (i primi 30 giorni sono gratuiti) si può accedere in maniera illimitata all’intero catalogo composto da circa 12mila libri, di cui duemila in lingua italiana. I contenuti possono essere ascoltati via web oppure attraverso l’app scaricabile gratuitamente su dispositivi Android e iOS. 

 

COSA C’È DENTRO

Il catalogo di Audible è in continua evoluzione, e contiene non solo gli audiolibri pubblicati da editori indipendenti italiani ma anche produzioni a nome Audible Studios, l’etichetta che, un po’ in stile Netflix, si occupa di creare contenuti pensati appositamente per questa piattaforma. Tra i duemila titoli già disponibili in italiano ci sono La ragazza del treno di Paula Hawkins, I racconti di Nené di Andrea Camilleri, La regola dell’equilibrio di Gianrico Carofiglio, i primi tre capitoli della celebre quadrilogia di Elena Ferrante, Alessandro Baricco, Isabell Allende, Banana Yoshimoto, William Stoner, George Simenon e tanti, tantissimi altri. 

 

 

 

UN AMBASCIATORE D’ECCEZIONE

In tutto il mondo Audible collabora con professionisti del teatro, della radio e del cinema per rendere unici i propri contenuti. In Italia il compito è stato affidato a Claudio Bisio, che per inaugurare il suo ruolo di ambasciatore ha realizzato la lettura de La Piuma, una favola morale scritta da Giorgio Faletti pubblicata solo dopo la sua morte. «Per un attore, abituato a lavorare non solo con la voce ma con tutto il corpo, leggere un audiolibro rappresenta una bella sfida - racconta Bisio a La Stampa -. Contenuti come questi non servono solo a sostituire un libro, ma sono complementari: uno dei miei audiolibri preferiti è la lettura che Giuseppe Battiston ha fatto di Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, che mi ha aiutato a vedere sotto una nuova luce un titolo che avevo già letto. L’audiolibro che vorrei fare io? Mi piacerebbe leggere Benni, che fino ad ora si è raccontato attraverso la sua stessa voce» 

 

NON SOLO LIBRI

Audible però non vuol dire sono libri sonori: «Siamo al lavoro per fare accordi con editori come Feltrinelli e Newton & Compton - spiega Marco Azzani, a capo di Audible Italia -, ma non vogliamo limitarci alla sola letteratura. Con Audible Studios siamo al lavoro su contenuti un po’ più brevi, di tipo seriale, sullo stile di quanto fatto dal podcast Serial negli Stati Uniti. E poi anche sport, informazione e self-help, insieme al grande mondo dei podcast che all’estero hanno molto successo ma in Italia devono ancora diventare un fenomeno. L’obiettivo è comunque offrire contenuti premium, di altissima qualità, adatti ad essere ascoltati in ogni momento della giornata, dal viaggio in auto all’allenamento in palestra». E che spazio avranno gli utenti? Potranno pubblicare qualcosa come succede con il self-publishing di Kindle? «Negli Stati Uniti esiste già ACX, una piattaforma che serve a far incontrare autori di libri e talenti vocali o del doppiaggio. Ma per ora la nostra offerta si concentrerà solamente su contenuti prodotti in maniera professionale - conclude Azzani -: questo primo anno in Italia ci servirà soprattutto per sperimentare e capire cosa vogliono gli utenti del nostro Paese». 

 

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Unioni civili, cosa fare se il sindaco si rifiuta

Tra i primi a tuonare contro la legge sulle unioni civili ci sono molti sindaci, chiamati ad applicarla senza opposizioni.
Ecco quali misure adottare per vedere soddisfatti i propri diritti

Unioni civili 600x335La legge sulle unioni civili è realtà. L’Italia, 27esimo Paese a dotarsi di una normativa, da oggi ha un nuovo tema su cui dividersi in più parti, tra chi festeggia e chi trova pochi o zero motivi per lasciarsi andare all’entusiasmo. Alcuni sindaci hanno già espresso perplessità e hanno dichiarato di non volere celebrare le unioni tra persone dello stesso sesso. E altri, come Matteo Salvini, ha addirittura spronato i sindaci leghisti a disobbedire.

Per comprendere quali sono gli strumenti a disposizione dei cittadini, abbiamo chiesto il parere dell’ avvocato Roberto Cataldi che dirige un sito di informazione e approfondimento giuridico: “il ddl Cirinnà non ha previsto specifiche sanzioni, restano validi i principi generali del nostro ordinamento giuridico, le norme di carattere penale come quelle che puniscono il rifiuto e l’omissione di atti d’ufficio da parte di pubblico ufficiale”.

Si può quindi chiedere l’applicazione dell’articolo 328 del codice penale che “prevede la reclusione da sei mesi a due anni per il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio”.

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300 eventi per celebrare il verde in città

A Milano torna Green City dal 13 al 15 maggio: 300 eventi per celebrare il verde in città

 

Milano 12 Maggio – Dal 13 al 15 maggio 2016, torna Green City Milano, la manifestazione partecipata e diffusa dedicata al verde, che quest’anno vedrà circa 300 eventi in programma in tutta la città, realizzati da oltre120 enti organizzatori tra privati cittadini, associazioni, comitati e aziende.

Un’edizione che, ispirandosi al fil rouge tematico “La Natura entra in città” per evidenziare l’importanza del verde nella dimensione urbana, punta ancora di più sulla formula del festival diffuso, coinvolgendo tutte le zone di Milano con moltissimi eventi legati al mondo del green e dedicati a chi ogni giorno se ne prende cura. Parchi, giardini condivisi, orti, cascine, cortili privati verranno aperti al pubblico. Saranno realizzati laboratori per bambini, itinerari in bicicletta, passeggiate, incontri, yoga nei parchi e tanti altri appuntamenti educativi e di intrattenimento alla scoperta di nuovi luoghi della città.

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Olio di Palma e tumori, 10 cose che dobbiamo sapere

Olio di palma e tumori, 10 cose che dobbiamo sapere

L’ultimo rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha raccolto tutti i dati sui principali contaminanti dei grassi vegetali sottoposti ad alte temperature. Un esperto dell’Istituto superiore di sanità ci aiuta a fare il punto, soprattutto sul famoso olio tropicale

palma

Durante il processo di lavorazione degli oli vegetali e delle margarine, e in particolare nel corso delle raffinazioni che portano i materiali di partenza ad alte temperature, possono formarsi alcune sostanze indesiderate, definite contaminanti da processo. Si tratta di un piccolo gruppo di molecole presenti in tutti i grassi vegetali lavorati a caldo, così come nei loro derivati, la cui percentuale più abbondante è quella riscontrata nell’olio di palma, che conosciamo come ingrediente di molti dolci, prodotti da forno e cibi pronti del supermercato.

Sotto richiesta della Commissione europea, cui spetta il ruolo normativo rispetto alla commercializzazione e il consumo dei nostri cibi, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha avuto il compito di condurre negli ultimi anni un’ampia analisi dei dati disponibili su questi composti, con l’obiettivo di comprenderne più a fondo la tossicità, ma anche di valutare con la migliore approssimazione possibile i livelli di esposizione a cui siamo sottoposti con la nostra alimentazione, comprensiva di tutte le fonti vegetali.

Nell’ultima settimana il parere scientifico degli esperti di contaminanti alimentari dell’Efsa è stato reso pubblico: un resoconto di ben 160 pagine, dove sono raccolte tutte le informazioni presenti in letteratura riguardo a questo tipo di contaminanti, come composizione chimica e tipo di tossicità, ma anche le stime sull’esposizione della popolazione europea in base al consumo dei vari grassi vegetali, diversificata in base alle fasce d’età.

Trattandosi di un documento indirizzato agli addetti ai lavori della Commissione e, in questa fase, non ai consumatori, la sua interpretazione non è affatto semplice e, in ragione della presunta cancerogenicità di una delle sostanze, ha già generato le prime paure. Così come anche i primi fraintendimenti, in primis il collegamento automatico tra olio di palma e insorgenza di tumori. Per questo, con l’obiettivo di chiarire gli interrogativi più immediati del grande pubblico, abbiamo consultato un esperto di salute e nutrizione, il ricercatore Marco Silano dell’Istituto superiore di sanità, con l’aiuto del quale abbiamo sviluppato 10 punti utili per chi volesse inquadrare meglio la questione.

1. Quali sostanze indesiderate sono state trovate negli olii vegetali, e quindi anche in quello di palma?
Il rapporto dell’Efsa si riferisce in particolare a tre tipi di sostanze: il 3- e il 2-monocloropropandiolo, i loro derivati nella forma di esteri degli acidi grassi e i glicidil esteri degli acidi grassi. “In termini più semplici, si tratta di derivati del glicerolo che si formano negli olii vegetali quando questi vengono portati a temperature al di sopra dei 200 °C nei processi di raffinazione”, spiega Silano.

Sono stati individuati in tutti gli oli per uso alimentare analizzati: oltre a quello di palma, quelli di cocco, arachidi, colza, mais e girasole e, poiché non è desiderabile ottenerli nel prodotto finale, sono considerati dei contaminanti alimentari. I loro effetti sull’organismo, tra cui le eventuali forme di tossicità, sono legati strettamente all’ingestione: vengono infatti assorbiti a livello intestinale durante la digestione e quindi distribuiti a livello sistemico, e in questo modo raggiungono i diversi organi e distretti del corpo.

2. Perché ne veniamo a conoscenza solo ora? Prima sono mancati controlli?
Se il grande pubblico viene a conoscenza di questi composti solo oggi non è per una mancanza nel monitoraggio, o per una precisa volontà di tenerli nascosti. “Che gli olii vegetali, quando raffinati, diano luogo al loro interno a queste sostanze non è una novità, è un fatto noto da tempo”, spiega il ricercatore: “Sono anni che questi composti sono stati attenzionati e si studia la loro presenza. E non solo nell’olio di palma, bensì in tutti gli olii vegetali raffinati.

Insomma, non siamo dinanzi a una scoperta, bensì a un’analisi basata proprio sui dati scientifici raccolti negli ultimi anni su sostanze che erano già da tempo nel mirino delle autorità e degli scienziati, e delle quali oggi si è deciso di approfondire la conoscenza.

3. È provato che le molecole trovate siano cancerogene? Ma allora l’olio di palma è cancerogeno e chi ne consuma di più si ammala più facilmente di tumore?
Il documento dell’Efsa riprende dati sperimentali su animali da laboratorio che evidenziano il potenziale effetto genotossico e cancerogeno del glicidolo, il composto nel quale, durante la digestione, i glicidil esteri (che, ricordiamo, sono presenti non solo nell’olio e nel grasso di palma, bensì in tutti gli olii vegetali raffinati) potrebbero trasformarsi.

“Tuttavia, nonostante gli effetti sugli animali” aggiunge Silano, “va precisato che non esistono a oggi dati che correlino l’uso dell’olio di palma all’insorgenza di tumori nell’uomo”. Al di là degli allarmismi, non vi sono insomma prove che dimostrino che chi consuma molto olio di palma sia esposto a un rischio più elevato di sviluppare tumori.

4. Tutto l’olio di palma contiene questi contaminanti o solo quello di bassa qualità?
Quello dell’Efsa è un discorso generale sugli olii vegetali, comprensivi di olio e grasso di palma, ma che non fa un distinguo tra olio di alta o bassa qualità, come non prende in considerazione la qualità degli altri oli in esame.

Il gruppo di lavoro dell’Efsa non si propone di approfondire nello specifico gli effetti dell’olio di palma, ma piuttosto il margine di esposizione della popolazione a questo tipo di contaminanti (che, ricordiamo, sono solo alcuni nel complesso della nostra catena alimentare), in modo tale da poterne possibilmente valutare l’intervallo di sicurezza.

5. I dati del dossier significano che se mangio alimenti che contengono olio di palma potrei ammalarmi più facilmente di cancro rispetto che consumando altri oli e grassi?
È una delle domande più frequenti dei consumatori, tuttavia non abbiamo in mano dati sufficienti per rispondere, “mancando dati epidemiologici sulla correlazione tra il consumo di oli vegetali e sviluppo di tumori nell’uomo”, ci spiega Silano.

Occorre poi sempre considerare che l’insorgenza di un tumore è la conseguenza di più fattori in causa: genetici, ambientali e tra questi anche alimentari.

6. Ci sono categorie di prodotti più rischiose di altre e che è meglio evitare?
Il parere dell’Efsa non fornisce raccomandazioni di questo tipo ma si imita a indicare i prodotti nei quali è verosimile che la presenza di olii contenenti le sostanze in questione sia maggiore: latte in formula, grassi, olii vegetali e margarine, prodotti da forno, patatine.

7. Qual è il margine di sicurezza di questi contaminanti?
Come sempre nel valutare le sostanze genotossiche e cancerogene presenti accidentalmente nella catena alimentare, l’Efsa calcola per la tutela dei consumatori un cosiddetto margine di esposizione.

In questo caso, il gruppo ha stabilito che i derivati genotossici e cancerogeni degli olii vegetali rappresentano un potenziale problema di salute per tutte le fasce d’età più basse e allo stesso tempo mediamente esposte, più i consumatori di tutte le età e allo stesso tempo fortemente esposti“Nello specifico, quello che l’Efsa intende per ‘fortemente esposto’ è l’esposizione oltre al 95esimo percentile all’interno della popolazione, cioè il livello di esposizione di quel 5% della popolazione europea che, tra tutti, ne ingerisce di più”, precisa Silano.

8. Chi è più esposto e perché?
I bambini, anche i più piccoli e soprattutto i lattanti, come conseguenza della loro alimentazione (se non nutriti al seno), costituita esclusivamente dal latte di formula.

In particolare, perché il latte il polvere e altri alimenti per la prima infanzia contengono acido palmitico, a mimare il latte materno che lo contiene, e quest’aggiunta comporta quella di olio di palma.

9. Il rapporto Efsa ci sta dicendo di smettere di consumare prodotti che contengono olio di palma?
No, il gruppo di lavoro non ha rivolto alcun avviso ai consumatori, tantomeno in relazione a un singolo tipo di olio o grasso. D’altronde (come anche lo stesso Istituto superiore di sanità) l’Efsa è un organo tecnico-scientifico e non normativo, mentre le decisioni regolatorie e le raccomandazioni spettano esclusivamente alla Commissione europea.

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha sottoposto proprio in questi giorni la richiesta di avviare con urgenza l’esame della questione all’interno dei gruppi tecnici al Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare per accelerare i tempi.

10. Che conseguenze potrebbe avere questo studio?
Dobbiamo aspettarci nuove raccomandazioni sui nostri consumi, l’abolizione degli olii vegetali e dell’olio di palma raffinati, oppure nuovi limiti per i produttori e le aziende?

Innanzitutto, saranno gli stati membri della Commissione europea a stabilire quali provvedimenti prendere sulla base del parere dell’Efsa e altre informazioni eventualmente disponibili.

In secondo luogo, è poco plausibile che le raccomandazioni riguardino in prima persona i consumatori. Di fatto, quando un prodotto giunge sullo scaffale del supermercato, non è possibile limitare l’accesso a quell’alimento alla popolazione: deve essere sano e non tossico. “È più plausibile piuttosto pensare a nuove ricerche e nuove considerazioni sui limiti nel tasso di contaminanti, da rivolgere ai produttori”, commenta lo scienziato: “Lo stesso resoconto dell’Efsa mette in luce come negli ultimi anni, tra il 2010 e il 2015, la concentrazione dei glicidil esteri negli alimenti con olio di palma sia stata dimezzata, segno che vi sono stati sforzi da parte dei produttori e che questa potrebbe essere una via percorribile”. 

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