museo luisa carminatiMILANO, L’ACQUA e LA CAMPAGNA Milano deve molta della sua ricchezza all’agricoltura del Basso Milanese. La rete irrigua ha permesso la coltura di cereali esigenti come il mais e il riso, mentre il foraggio di prati stabili e marcite ha consentito gli allevamenti bovini da cui l’abbondanza di latte che ha portato alla nascita del grana padano nell’Abbazia di Chiaravalle.

L’acqua aveva anche un uso domestico e religioso (acqua benedetta).

A questi usi dell’acqua è dedicata questa mostra curata dal Museo della Civiltà Contadina “Luisa Carminati” con disegni, oggetti (chiuse, reti per la pesca, ghiacciaia, mastelli…) e memorie della fondatrice Luisa Carminati (1927/1986)

VISITE E ORARI:

le visite alla mostra sull’acqua sono tutti i weekend, gli orari vengono aggiornati di mese in mese e si possono controllare sia sulla pagina facebook 

https://www.facebook.com/mulinodichiaravalle/?ref=settings 

che sul sito web http://www.mulinochiaravalle.it/eventi/

  L’INVENZIONE DELLE MARCITE

Forse un monaco, osservando che l’erba bagnata dalle acque di un fontanile cresceva verdeggiante anche se intorno tutto era seccato dal gelo, deve aver pensato a come riprodurre quella situazione in larga scala.

Da qui l’idea di far scorrere un velo d’acqua sui prati guidando l’acqua in piccoli canali a fondo cieco da cui sarebbe debordata sul terreno in leggera pendenza.

Non si conosce il nome dell’inventore delle marcite, ma sappiamo che a lui dobbiamo molto della ricchezza dell’agricoltura del Basso Milanese con i suoi allevamenti e l’abbondanza di latte.

Le marcite garantivano tagli di erba a partire da fine febbraio quando il primo taglio nei prati stabili si faceva a maggio e fino alla fine di novembre contro l’ultimo taglio negli altri prati a settembre.

La loro presenza ha caratterizzato fino a pochi decenni fa il paesaggio della zona con il loro verdeggiare anche in pieno inverno. Il costante lavoro manuale che richiedono per mantenere una perfetta irrigazione ha portato al loro progressivo abbandono in favore di colture compatibili con la lavorazione con i trattori agricoli.

L'ACQUA PER GLI USI DOMESTICI

Nelle abitazioni non c'erano le tubature che portavano l'acqua in casa. Bisognava prenderla fuori, alla “trumba”, pompando l'acqua manualmente perché salisse dal pozzo. Si teneva sempre un secchio (sidel o sidèla) appeso ad un portasecchi vicino alla porta.

Per lavarsi, l'acqua, riscaldata col fuoco, si metteva nel catino del lavabo che si trovava in un angolo della cucina. Poi si bagnava una pezzuola e con questa ci si puliva il corpo. I bambini si lavavano nel secchio o nel mastello (“sigion”).

I piatti si lavavano fuori con un mastello e si riportavano in casa in una cesta di metallo chiamata “canestrin”. Se vicino alla casa scorreva un fosso, i piatti venivano sciacquati direttamente nel fosso. L'acqua sporca di cibo veniva recuperata per fare, con l'aggiunta di crusca, il pastone al maiale. Per Pasqua tutte le pentole venivano tirate a lucido

Il bucato si faceva nel mastello lasciando i panni immersi nell’acqua bollente passata attraverso un telo con la cenere. Si sciacquavano al fosso e, dopo averli strizzati a mano, si stendevano su una corda al sole

I pavimenti venivano lavati di sabato. Con la bella stagione, si gettavano dei secchi d'acqua sul pavimento e con una scopa di saggina si spazzava fuori l'acqua sporca che andava a perdersi nel cortile.

Non c'era il gabinetto e bisognava andare nei campi. Di notte si utilizzava l'”urinari” (il vaso da notte) che stava nel comodino e poi il tutto finiva nella “rudera” (concimaia).

Scritti di Luisa Carminati

FEDE E ACQUA BENEDETTA

La gente era devota e tutte le sere si recitava il rosario. Accanto al letto o sopra il comò c’era un’acquasantiera con l’acqua benedetta per fare il segno della croce ogni giorno. Il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio, il sacerdote si recava nelle cascine a benedire le stalle e i pollai. Le massaie si recavano nel cortile con un piatto di farina che il sacerdote benediceva. Con questa farina si faceva il pastone ai polli con l’intento di tenere lontano da loro le malattie.

In primavera si usava benedire la campagna. Per tre giorni cantando salmi dietro a una croce sorretta dal chierichetto o da una donna e preceduti dal sacerdote, si andava in processione verso i campi. Per tenere lontano la tempesta e il fulmine, il sacerdote, alzando verso il cielo la croce, faceva tre segni e benediva la campagna con l’acqua.

Al Venerdì Santo che precedeva la Pasqua, le campane venivano legate. Allora alcuni ragazzi attraversavano le vie del paese e a turno battevano una specie di tamburo, la “barloca”, o delle latte per annunciare sia il mezzogiorno o il vespro o l’ora di alcuni riti religiosi.

Quando al Sabato Santo suonavano a distesa le campane per annunciare la Resurrezione, tutti correvano a bagnarsi gli occhi con l’acqua perché in quell’istante si diceva che tutta l’acqua fosse benedetta, anche quella dei fossati e le donne si recavano in chiesa con un fiasco a prendere l’acqua per le acquasantiere.

 

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