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di Paolo Rausa
Già nel film ‘La messa è finita’ del 1985 Nanni Moretti aveva introdotto la figura della madre, che non sopporta l’abbandono del marito per una giovane donna e decide di togliersi la vita. In ‘Mia madre’ riprende quel filo interrotto, ampliandolo. Tutto confluisce nella vicenda della esistenza  materna che, ormai vecchia e malata, si avvia a concludere la sua esperienza terrena. Questa condizione interseca la vita dei figli, orfani del sentimento e in difficoltà nel districarsi dai fallimenti dei rapporti affettivi. Alter ego di Moretti è Margherita, che nel ruolo di regista sovrappone i piani esistenziali a quelli professionali, confusa e insoddisfatta della vita. Ricorre così ad un grande attore americano, John Turturro, per dare valore al film sulla occupazione della fabbrica decisa dagli operai per rispondere alle minacce di licenziamenti, ma neppure questa scelta rasserena l’animo. Anzi. La regista fatica a imporre la sua visione sullo svolgimento delle scene e sul ruolo che devono ricoprire gli attori, incapaci di comprendere il senso delle sue raccomandazioni: non confondere il ruolo del personaggio con quello di attore. ‘Lucrezio, Tacito… che ne faremo di tutti quei libri, che ne sarà di tanti anni di studi?’ – così riflette sulla vita spesa dalla madre mentre si preoccupa delle riprese sul set. Il riferimento è alla attività di docente della madre, benvoluta dagli allievi e maestra di vita. Margherita esprime il senso di abnegazione e di incrollabile fede nella volontà di lotta per affermare le ragioni della vita. L’affetto e la tenerezza verso la madre restano le uniche modalità di fronte alla incomprensione della realtà. Il film, come rivela la regista durante una conferenza stampa, non  si pone l’obiettivo di dare risposte alle domande della società, né indica soluzioni di fuoriuscita dalla crisi economica ed esistenziale. Il grande attore americano incespica beffardamente sull’italiano e dimentica le battute, cosicché in uno scatto d’ira impreca di voler uscire dalla finzione del film per essere riportato alla realtà. Ma quale realtà? Sullo sfondo ecco la grande umanità della madre sofferente, che conserva fino alla fine la lucidità, infonde  alla giovane nipote barlumi di traduzioni dal latino ed è capace di leggere nel cuore  irrequieto di una adolescente. La vediamo lì, ‘mia madre’, nel letto di malattia, mentre dispensa parole di ingenuità e di amore  senza chiedere contropartite. Il film è un grande omaggio a chi ci ha generato e ci ha insegnato a donare senza nulla pretendere. Questa è la lezione del film, l’amore, come speranza di salvezza dell’umanità forse non ancora irrimediabilmente perduta.

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