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Benedetta Murachelli, nasce a Cemmo, piccolissimo bordo della Valcamonica, ricco di storie scritte sulle pietre. Vive a Peschiera Borromeo dal 2008, ha la responsabilità e il piacere di condurre un efficiente laboratorio di scrittura. Scrive per sé, per la sua grande famiglia, per gli amici, per i suoi ex alunni. Scrive perché le fa compagnia, e la consola.
 
A voi l'intervista di Benedetta, pubblicata sul numero di Aprile dell'Impronta.

Quando nasce in te la passione per la scrittura?
B: Non la definirei passione ma piuttosto il bisogno di tradurre in comunicazione disagi inascoltati e costruirne risorse. Quando ero piccola c'era la guerra, disagi
e sofferenze erano comuni a tutti, la carta era pochissima e preziosa, i bambini "chiacchieroni" mal ascoltati o meglio mal sopportati. Fissare pensierini su
pezzetti di carta racimolati dalla dispensa, era lo sfogo alla miseria. Ecco, lo spazio e la carenza di mezzi imponevano metafore anche se io e nessuno dei
miei coetanei, avevamo anche solo sentito il nome di Aristotele. E mi è rimasto il vizio.
Dopo le elementari era un lusso studiare o, nel mio caso, un rimedio alla vivacità. La scuola superiore però era a Brescia (70 km. dal mio paese) e quindi si
aprirono le pesanti porte di un collegio di monache delle quali preferirei non parlare. Il liceo classico era una cosa per maschi, a me fu concesso l'Istituto
Magistrale. Non ho messo subito a frutto la mia preparazione, per cinque anni feci la segretaria d'azienda. Difficoltà familiari mi costrinsero ad ingrossare le
lunghe graduatorie dei supplenti della scuola e vi rimasi, precariamente fissa, per dieci anni. Poi entrai in ruolo. Erano gli anni della contestazione e mi buttai anima e corpo sulle muffe persistenti  dei quadernini che gli insegnanti "esperti" si trascinavano come modelli di metodo, da un ciclo all'altro. Io e i miei alunni abbiamo fatto grandi cose: dal calcolo multibase e l'aritmetica modulare a metodologie semiotiche per la comprensione del testo. Fuori, dalle grigie aule, per le vie di Milano, in aereo, e perfino una trasmissione in TV.
 
È stato un dare/avere equilibrato?
B:Non si conta il dato o il tolto quando la pratica condivisibile è "il fare" per sperimentare, raccogliere, comunicare, coinvolgere.
Ho partecipato al progetto per il tempo pieno e per la sospirata legge per l'inserimento dei portatori di handicap, fino ad allora rinserrati in scuole differenziali.
Impossibile riassumere lo studio e il lavoro svolto, se ne potrebbe parlare a lungo mostrando e commentando le "esperienze" che ho conservato. Sono in
contatto con alcuni dei miei amici scolari ancora dopo circa cinquant'anni.

Parlami del laboratorio di scrittura...
B: Dal 2008 conduco un laboratorio di scrittura a Peschiera B., ci incontriamo due volte al mese e abbiamo pubblicato tre libri in cui sono raccolti i testi che
singolarmente produciamo: Si scrive a Peschiera o La fortuna di esserci; Parole come panni stesi; Gli occhi della luna. Siamo tutti iscritti all' associazione AuserInsieme.

Hai di recente auto pubblicato la raccolta di poesie “Tra fuorvianti brezze” a cosa ti sei ispirata per il titolo? Che ne pensi dell’auto pubblicazione?
B: "Tra fuorvianti brezze" è il titolo del mio libro di poesie, pubblicato in proprio perché non so sottostare alle imposizioni dell'imprenditoria editoriale. Fare
poesia è un lavoro impegnativo che porta sudore, sangue e mente su scale ripide per poi declinare in quotidianità rassicuranti.
A cosa mi sono ispirata per il titolo? Alla ricchezza che porta con sé ogni cambiamento e alla positiva conquista del piacere dell'incertezza.

Ti capita mai di essere “posseduta dalle parole” che sgorgano a fiotti oppure di avere la paralisi creativa? Chi conduce il gioco nella seduzione della scrittura?
B: No, non mi possiedono le parole ma lo stupore, l'improvvisa scoperta di cose viste ogni giorno e improvvisamente così nuove, l'intensità di una fuggevole 
dilatata emozione. Le parole, sempre di difficile scelta, stanno lì al mio servizio, balzano speranzose ad ogni cenno d'occasione e ricadono imbronciate come lesbiche abbandonate quando finiscono nel cesto dell'attesa.
Dalla poesia Itaca di Kavafis mi piace riportare un frammento
"Non temere i Lestrìgoni o i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l'emozione che ti tocca il cuore
e il corpo"...............
 
Conosco Benedetta da qualche anno, la sua “estrosità” mi ha subito colpito, talvolta mi dimentico di avere a che fare con una donna “matura”, mi sembra che
gli anni per lei si siano fermati da tempo! Forse il segreto è proprio nel “rimanere” fanciulli dentro!
Carla Paola Arcaini
 

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