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clicca per ingrandireChe mondo sarebbe senza 25 Aprile o meglio, che mondo sarebbe stato? Forse nelle sempre più tiepide commemorazioni che accompagnano questa ricorrenza dimentichiamo quest’aspetto. Grazie a una guerra di sacrificio come fu quella partigiana siamo stati liberati dal male più atroce che abbia mai colpito la nostra patria. Questa data è l’emblema perpetuo della forza dell’Italia,  della forza dello spirito italiano che ha riconquistato le città occupate una ad una per poi entrare vittorioso in una Milano, già insorta, contro il giogo nazifascista. E sarebbe importante ricordarlo che giunte, 5 giorni dopo,  le truppe alleate i “liberatori”, queste non trovarono che una città già libera,  festante, che mostrava fiera bandiere fino ad allora bandite.   Il 25 Aprile è simbolo della Resistenza del nostro popolo, è il simbolo di una speranza accesa anche nel momento più buio. Ma oramai della memoria cosa resta? Una grandissima quantità d’individui si sono gettati in una lotta impari, quasi senza possibilità di vittoria, mossi dalla rabbia e dalla fiducia verso un futuro diverso, più libero, più umanamente sano. Molti di loro hanno dato la vita. Ragazzi spesso sui vent’anni che lottavano per il loro, ma soprattutto per il nostro domani. Il sacro ricordo di questi eroi del nostro paese  è confinato oggi, stigmatizzato, nei tanti monumenti che popolano le nostre città. Non sono più appese bandiere ai balconi, quasi anche le corone di fiori lasciate per ricordare paiono nate in mezzo al fango, il fango dell’oblio. Stiamo rinnegando il sangue partigiano versato in sacrificio per Noi. Noi che sempre con minor attenzione guardiamo  a quei movimenti di estrema destra che operano nella penisola e fuori. Noi che proponiamo l’abolizione della legge Scelba del 20 giugno del 1952, come se alla fine l’apologia del fascismo non fosse un qualcosa di così grave. Questa legge per quanto possibile limitava l’agire di movimenti che fin subito dopo la guerra sono sopravvissuti sul territorio e hanno sicuramente contribuito a macchiare di sangue la storia repubblicana. Anzi sarebbe, forse, persino necessario stimolare l’apologia della Resistenza di cui i delatori raccontano le più impudenti menzogne, svilendo lo spirito di lotta di un intero popolo.
Antonio Gramsci morto il 27 aprile del 1937 si era come già espresso sulla questione con uno straordinario senso profetico. Il fondatore del Pci nei suoi scritti affermava: “ Sono partigiano perché odio chi non parteggia, odio gli indifferenti” ed è questa la malattia che ammala il nostro paese, l’indifferenza che ci porta a chiudere gli occhi ed  ad ignorare con quella quiete di chi ha tutto, forse troppo. Nel ristagnare generale e nella profondo distacco da celebrazioni e ricordi, non ci si dovrebbe stupire che la Resistenza è divenuta priorità quasi esclusiva della Sinistra che non si può negare abbia avuto un ruolo fondamentale in quei difficili anni. Ma sarebbe bene che quel biennio di eroismo fosse preso nella sua universalità e, con i suoi valori, ritornasse ad  essere pilastro fondante del nostro stato.  Dovremmo ricordar come la costituzione fu quel patto quasi ideale, un primo “compromesso storico” tra il “russo e il Latino” (cit. da Pietro Calamandrei). Una Costituzione Democratica ora nelle mani di dirigenti che la distruggono in nome dell’utilitarismo più sfrenato e dell’opportunismo economico.  Non lasciamo appassire senza memoria “il fiore del partigiano morto per la libertà” come recita il popolare inno “Bella ciao”. Quel fiore è la nostra libertà che sottilmente, in modo subdolo, viene attaccata e sottratta.
Ma soprattutto vorrei  sfruttare l’occasione per lanciare un proclama. Se ci sono giovani ora, lì, al  di là dello schermo, e se non ci sono , chiamate i vostri figli o nipoti. Ricordate resistere è nostro dovere. Informarsi, essere attivi, è necessario per rimanere padroni di un futuro prossimo che non deve rappresentare per Noi una condanna, ma una speranza. Usciamo dal qualunquismo, dall’indifferenza, diamo inizio a un futuro diverso. Siamo il motore del cambiamento. Resistere è una necessità oltre che un dovere, una necessità che è nostro dovere sentire.
 
Redazione RecSando: Alessandro Sicignano
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