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La notte fra il 23 e il 24 giugno dello scorso anno sono stata “presa per i capelli”.

Dopo due settimane di problemi gastrici e intestinali, quasi senza mangiare nulla, mio marito e mio figlio mi hanno costretta ad andare in Pronto Soccorso, a Vizzolo Predabissi.

Ho elencato i sintomi e mi è stato assegnato un codice giallo.

Fatte le analisi, mi è stato detto che sarei stata ricoverata (a mio marito, e l’ho saputo dopo, è stato detto che ero grave).

E’ partita la macchina organizzativa. Ho perso la conta del tempo ma mi sono ritrovata in una stanzetta con due persone: un medico,  giovanissima, la dott​oressa​ Migotto, e l’infermiera di dialisi, Signora Simona.

Anestesia locale e posizionamento di un catetere  provvisorio (partendo dalla giugulare, l’ho capito dopo) con continui e ripetuti  controlli radiografici ed ecografici (“avrei potuto bucarle il polmone”)

In continuazione mi dicevano “l’abbiamo presa per i capelli” ma non avevo capito il vero significato della frase. Ci ho messo un paio di giorni.

Siamo riuscite a chiacchierare e sorridere; sono state proprio brave e hanno instaurato un clima sereno nonostante la gravità della situazione e la tensione che stavano vivendo: potevo morire da un momento all’altro, e solo io non l’avevo capito.

Alle cinque e trenta ero in dialisi e la signora Simona mi ha “fatto compagnia e vegliata” fino alla fine della seduta.

Alle otto e trenta ero in corsia, in nefrologia, con mio marito e mio figlio davanti a me stupiti di vedermi al telefono con il collega cui comunicavo il mio ricovero: “Caspita, Luisa!” è stato il suo commento.

Alla notte ho chiesto di camminare e un’infermiera paziente mi ha fatto fare una passeggiata per tutto il corridoio, fino all’atrio e fino alla chiesa, aiutandomi con un deambulatore cui aveva attaccato il catetere vescicale e le flebo dei farmaci.

Nei giorni successivi sono stata rivoltata come un calzino: analisi, radiografie, cardiogrammi ed ecocardiogrammi, TC, TAC, RMN, prelievo di rene e midollo fino a giungere alla diagnosi: mieloma multiplo a catene leggere.

Me lo ha detto, con garbo, tanto, tantissimo, il primario, dottor Bracchi. Un colpo. Credendo di non aver capito bene gli ho chiesto se potesse ripetere il tutto a mio marito e mio figlio e la risposta è stata “Oggi sono in ospedale fino alle ventidue; li mandi pure, ma prima dovevo dirlo a lei”.

Ho subito tre trasfusioni e, successivamente, durante la dialisi e la chemioterapia, altre due.

Con una complicazione: sono gruppo 0 Rh negativo e per le prime due sacche non c’era sangue. Ho scoperto che si può avere sangue Rh positivo pur essendo negativa (con tanta apprensione mia e dei miei!).

Successivamente le oncologhe, dottoresse Dezza e  Zenone, mi hanno raggiunto in reparto e mi hanno detto quali cure avrei dovuto sostenere, con quali modalità e gli effetti che ne sarebbero derivati.

Nel frattempo, sotto la vigile sorveglianza e organizzazione della dottoressa Tiboldo, ho intrapreso e continuato, senza rendermi conto dei tempi, quella che sarebbe stata la terapia che mi accompagnerà finché camperò: la dialisi.

Una rivoluzione nella mia vita, che non ho ancora del tutto assimilato, imparato a gestire, imparato a sopportare.

Quante volte, da allora, ho ricordato un passaggio dell’omelia funebre che il Parroco ha dedicato a una conoscente, morta prematuramente un mese prima dell’inizio della mia malattia: “C’è un tempo del fare, un tempo del lasciar fare, un tempo del lasciarsi fare”.

Io ho saltato il passaggio intermedio: sono passata direttamente dal primo al terzo scalino.

Sono rimasta in ospedale quattro settimane. Stavo bene: mi alzavo, giravo, camminavo, non dormivo e osservavo il lavoro del personale che si alternava (non ho mai capito l’organizzazione dei turni!): un’organizzazione perfetta, un personale capace, puntuale, cordiale, affettuoso, attento a tutte le esigenze di noi ricoverate (eravamo in cinque in stanza – per la maggior parte del tempo, io poco più che sessantenne e quattro ultraottantenni) prevenendo, spessissimo, le richieste e “regalando” attenzioni che mai avrei immaginato si potessero rivolgere a delle persone ricoverate.

Al mattino entravano sorridendo (anche un ragazzo, giovanissimo, che arrivava canticchiando) e incominciavano con le rilevazioni di rito (temperatura, glicemia, pressione…) e poi passavano alla toeletta di chi non era autonoma (solo io non mi sono mai fatta lavare da loro, stavo bene!).

Finita la toeletta, cambiata la biancheria, spalmavano crema su gambe e talloni screpolati e, talvolta, mettevano due gocce di profumo: ”Ce li regalano, ne abbiamo tanti, li usiamo!”.

Poi arrivava la colazione e incominciava il giro dell’ospedale per analisi e terapie.

Tornata, trovavo il pranzo, e, anche se non avevo ordinato nulla, mai una volta che arrivasse qualcosa che non mi piaceva: in un paio di giorni la signora che se ne occupava aveva memorizzato ciò che non gradivo.

Ho ricevuto, nel frattempo, visite di tantissime persone: in certi giorni avevo, nella saletta apposita, anche più di dieci amici o conoscenti. E questa è stata la parte “non medica, non scientifica” della terapia.

Quattro chiacchiere, due risate, visi che mai avrei pensato di vedere, colleghi nuovi, colleghi vecchi, persone che “volevo vedere come stai”. Mi sono ricordata di una delle sette opere di misericordia corporale: visitare gli infermi.

Mi sono proposta di metterla in pratica ogni volta che se ne presenti la necessità e, dimessa il venerdì, la domenica mi sono fatta accompagnare a visitare la Signora Anna, unica rimasta in ospedale in agosto, e mancata una decina di giorni dopo. E sono stata confortata da un’accoglienza e un sorriso che non dimenticherò mai.

Ricordiamocene, quando qualcuno sta male, non facciamoci vincere dal timore di passare per curiosi o inopportuni: un viso noto ti rasserena, ti infonde fiducia e allegria, ti fa stare meglio, se non guarire.

Dopo quattro settimane di degenza sono stata dimessa: il piacere di tornare a casa, trovare le mie cose, usare il mio bagno, dormire nel mio letto mi hanno confortata anche se non riuscivo a usare le mani tremanti e rattrappite (disequilibrio elettrolitico, è stato definito): non ero in grado nemmeno di spalmare un po’ di marmellata o di scrivere e, dopo pochi giorni, è incominciato il ciclo di chemioterapia con tutti i timori e le incognite che mi trovavo ad affrontare.

E da lì è partita la girandola della mia nuova vita: tre giorni di dialisi a settimana, un giorno di chemioterapia: l’ospedale è diventata la mia seconda  casa.

Nei reparti, dopo un paio di giorni, tutti ti conoscono, tutti sanno cosa ti serve e come fornirtelo: medici, infermieri, personale ausiliario. Ho scoperto un mondo che non immaginavo esistesse.

Un ottimo servizio di trasporto, organizzato in dialisi e gestito dall’ASST tramite una cooperativa, mi porta in ospedale per la dialisi e mi riporta a casa sollevando così mio marito da parte del gravoso compito di badante che si è ritrovato sulle spalle dall’oggi al domani: sono autonoma, sto bene, ma non posso ancora, per esempio, uscire da sola o guidare;  mi colgono debolezze improvvise e le gambe non mi reggono oltre un certo tragitto: San Giuliano stazione FS – Viboldone, una domenica mattina, per me è stata un’impresa!

Ma è passato un anno, durante il quale ho cercato di condurre una vita il più normale possibile: ho incominciato a usare le mani ricamando, cucinando, facendo bucati; ho ripreso a leggere e riletto libri dopo trent’anni, ho mantenuto contatti con le amiche, con i colleghi, sono sempre andata a fare la spesa, appoggiandomi, ovviamente, al carrello e accompagnata da mio marito.

Certi giorni mi dimentico persino di essere ammalata e in certi altri mi assale una tristezza infinita: so che non guarirò dal mieloma “la malattia cronicizza e si ripresenterà sotto altre forme che tratteremo comunque” e la paura che la nuova manifestazione sia letale è sempre lì, in un angolo, pronta a presentarsi nei momenti di debolezza. Poi mi dico che, comunque, potrebbe capitarmi qualsiasi cosa in qualsiasi momento della giornata  e mi fermo a ripassare la mia vita, come mi ha suggerito mia figlia, e mi rallegro al pensiero delle belle cose che ho vissuto e delle belle opportunità che ho avuto e, perché no, dei momenti terribili passati, affrontati e superati.

E allora ricomincio daccapo.

Un grazie a tutti coloro (in nefrologia, dialisi, oncologia e, via via tutti gli altri reparti in cui sono stata visitata e analizzata) che mi hanno permesso di festeggiare un “compleanno nuovo” e che, perchè no,​ mi aiuteranno a festeggiarne altri.

Luisa Ferrari – San Giuliano Milanese.


 


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Inviato: 24/07/2017 21:07 da Mirco Rainoldi #4468
Avatar di Mirco Rainoldi
Sono rimasto particolarmente colpito da questa emozionante testimonianza. Soprattutto per il fatto che in un contesto attuale dove ci si lamenta per ogni piccolo inconveniente che si incontra quando si ha a che fare con la sanità ci siano strutture adeguate e soprattutto persone che portano avanti con passione il loro lavoro in ambito ospedaliero. Quando ci si trova ad affrontare problemi di salute importanti che fanno precipitare in depressione anche le persone che appaiono forti e sicure ci si trova circondati da una professionalità e da una disponibilità che mai ci saremmo aspettati. Questo dimostra che, nonostante l'attuale situazione di disagio economico/sociale che porta spesso al qualunquismo, ci sono fortunatamente anche tante persone che si spendono per gli altri dimostrando con il proprio lavoro, a volte oscuro e spesso anche poco considerato, facendoci sentire ancora parte di una società non chiusa in se stessa. Mi associo al ringraziamento che la Signora Luisa con questa sua toccante lettera ha voluto esternare a tutte queste persone.

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