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Lo sconvolgimento arriva l’ultimo giorno. Auschwitz - Birkenau

Il penultimo era di relativo relax: Ci ha portati in giro per la Città, al Castello di Wavel che raccoglie i fasti delle presenze reali nei secoli passati, ma anche la Dama con l’Ermellino di Leonardo da Vinci; alla Cattedrale, per poi allungare fino al quartiere ebraico e fotografare il ristorante dove ha mangiato Spielberg quando ha girato Schindler ’List…La nota dolente, di quest’ultima parte, è stata la poca pulizia del quartiere, pur trovandosi a pochi passi dal centro pulito e ordinato. Per non parlare poi della decadenza e proprio della mancanza di cura del vecchio cimitero ebraico. Desolante è dir poco.

Ma torniamo all’ultimo giorno. Il meteo credo abbia voluto farci provare mezza goccia dell’oceano delle pene provate dai deportati. E la visita incominciava sotto il sole, alle 14.30!!!.

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La guida, signora splendida, ci ha parlato con una voce ferma e dolce delle più grandi atrocità, impossibili da immaginare, ma che sono state veramente perpetrate in quei luoghi dal 1940 al 1945, ai danni di popolazioni inermi e incolpevoli, dalle SS.

E così ci spostiamo, passando sotto quella beffarda dicitura famosa fin dai libri di scuola “Die Arbeit macht Frei” Il lavoro rende liberi, da una baracca all’altra, con letti a castello (!!!) per decine di persone tutte insieme, alle latrine x i bisogni, sempre tutti insieme, alle docce dove ci sono appesi i vestiti….alle vetrine con i barattoli della morte…e poi le valigie, i pettini, gli occhiali, le scarpe, le scarpine, i capelli, i numeri, le foto, con le date di nascita…di arrivo al campo e della morte (spesso pochi giorni dopo). Al muro della morte, alle forche.. Alle celle dove si poteva stare solo in piedi, alla cella del Beato Massimiliano Kolbe, che ha dato la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia…per finire con le camere a gas e i forni crematori, che i tedesci non son riusciti a distruggere per l’arrivo delle forze armate russe.

Ogni pensiero che ci può passare per la mente, sarà sempre lontano da quello che passa per la mente dei sopravvissuti a quell’orribile, inutile, mostruoso genocidio, fino al loro ultimo giorno.

 Il ritorno in albergo è un sollievo. Ma sono consapevole che quel binario, quella carrozza chiusa, quel filo spinato, lo ricorderò tutta la vita.

Redazione Recsando a.v.

 

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