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Ero adolescente quando è successo. Sicuramente  ignorante in materia di politica. (anche oggi...). Era sempre  periodo di contestazione studentesca. I ricordi si sovrappongono tra di loro. Era successo a Roma, ma la presenza delle forze dell'ordine, più numerosa del solito,  ricordo di averla  notata anche a Milano.
Erano gli anni di piombo. Ricordo di essere tornata a casa prima quel giorno, e a distanza di così tanto tempo, ricordo anche vi fosse un clima elettrico.  Si è parlato per 55 giorni, giustamente, del rapimento dell'uomo politico, per motivi politici, archiviando in poco tempo il sacrificio di cinque uomini. Persino uno dei brigatisti, Valerio Morucci, come si legge nelle prime pagine del libro di cui vi sto iniziando a parlare, si stupì che si sacrificarono veramente per l'uomo che lo Stato aveva dato loro da proteggere, pensando a coprirlo, a effettuare manovre impossibili per scansare l'assalto.  Lui, Aldo Moro, allora Presidente  della Democrazia Cristiana, quel giorno 16 marzo 1978  fu lasciato vivere. A loro, ai rapitori,   interessava vivo. Speravano di ricavarne scambi di vite. Loro: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi perirono tutti sotto i colpi di pistola di un gruppo terrorististico chiamato Brigate Rosse. Il  9 maggio successivo però, sarà ritrovato il corpo dll'Onorevole, nel baule di una macchina, in via Caetani.
"Gli Eroi di via Fani", è  la storia di questi cinque uomini, il corpo e l'anima sotto la divisa, due dell'arma dei carabinieri e tre del corpo di polizia, che viene raccontata da un giovane scrittore fiorentino, Filippo Boni, giornalista, studioso del novecento e degli anni di piombo, che per una straordinaria coincidenza, intreccia a un certo punto  la sua vita a quella di uno di quegli uomini. Questo punto però, lo svelerà soltanto alla fine della presentazione del libro in una sala dell'hotel Rege, a san Donato Milanese, venerdì primo giugno, in un commovente racconto di circa due ore, nell'assoluto silenzio dei presenti. Tra loro il vice questore di Milano, Francesco Anelli, il Tenente dei Carabinieri Valerio Azzone della Compagnia di San Donato, il sindaco della Città Andrea Checchi e l'Assessore alla Cultura Francesco De Simoni, l'Avv. Massimiliano Annetta, fiduciario in materia penale, per tutto il territorio nazionale, del SIULP (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia). e il Sig.Mauro Guaetta, segretario provinciale del SIULP.
Al.tavolo con Filippo, Giovanni Ricci, figlio di Domenico, che quel giorno era l'autista della FIAT 130 blu che  doveva accompagnare l'uomo politico in Parlamento: era in programma la fiducia a un  Governo Andreotti...
 
Via Fani, 40 anni dopo.
 
La prima foto proiettata è un orologio. Intorno a quell'oggetto è ricostruita la vita e la storia di Domenico Ricci. Giovanni la fa raccontare a Filippo: dice che lui la racconta come una poesia. E il silenzio cala...L'orologio segnava la vita della famiglia Ricci. Quando l'orologio era a casa Domenico era a casa, e poteva giocare con i figli. Era uno Zenith, l'unico "lusso che si era concesso". Ed è stato l'elemento che.....
 
Lo potete ascoltare nel filmato. Confesso di aver spento qualche  attimo prima della conclusione, per la troppa emozione suscitata. Ma poi  il podcast è dell'intero incontro.
A uno a uno racconta aneddoti sconosciuti  ( non li aveva chiesti nessuno prima d'ora ) di ogni uomo.  compreso quello che ha portato lui a macinare migliaia di chilometri nel 2016 per arrivare infine alla stesura del libro.
Tutto cominciò da una promessa, a suo papà, poco tempo  prima che venisse a mancare. Suo papà che per un caso fortuito era stato aiutato da uno di loro, Franco Zizzi. Caduto sotto i colpi delle BR, il suo primo giorno di lavoro nella scorta di Moro. Il suo lavoro era durato  circa 35 minuti. 
Una sera dell'estate 1977, il padre di Filippo, non ancora sposato,  era rimasto in panne in autostrada. Per fortuna sua, un'auto si fermò, e il giovane al volante si offrì di dargli un passaggio, che lui accettò, e in più, quando scese, aveva avuto bisogno di un gettone per telefonare, perchè aveva dimenticato il portafoglio in macchina. Oltre ai gettoni, l'uomo generoso gli lasciò anche 50 lire. Che lui non spese mai. Li aveva conservati con  un ritaglio di giornale, quello deI giornI dopo la strage, con la sua foto.  Ma di quell'incontro, tra due giovani di pari età,  che in un breve tratto di strada si erano raccontati tutta la vita, non ne aveva parlato mai.  Ora suo padre gli racconta la storia che Franco aveva una fidanzata, Valeria, mai menzionata nelle cronache, la donna che doveva sposare due mesi dopo. 

PODCAST



Così Filippo è partito da Firenze dove abita, alla ricerca dei tasselli di un Puzzle, per troppo tempo dimenticati, alla ricerca delle famiglie di Franco e di Valeria, che da 40 anni non si erano più nè viste nè sentite, aiutato in questo dal fratello di Oreste Leonardi. E grazie a questa storia, la conoscenza di tutte cinque le storie personali, i sogni, le speranze. Oreste Leonardi, con i suoi 52 anni era il maggiore dei cinque,  fedele segretario dal 1963 di Moro, trascorreva più tempo con la famiglia dell'onorevole che con la sua. Avevano comprato casa nelle vicinanze, perchè potesse trascorrere più tempo con loro. Raffaele Iozzino, campano di Castellammare di Stabia, di povera famiglia contadina a  vent'anni andando contro le volontà dei genitori, si arruolò in polizia. Nel 1972 fu inviato a Milano, in piena  rivolta  studentesca, e lui in strada a presidiare manifestazioni e cortei, in mezzo a spedizioni punitive tra rossi e neri..E in uno scontro muore il suo più caro amico, anche lui del sud, Antonio Marino. Ha un tracollo psicologico. L'offerta di andare a un corso per tiratori scelti in Sardegna lo salva. Lo supera e di li a poco si ritrova a  lavorare a Palazzo Viminale al servizio scorte. Quando lo destinarono alla scorta di Moro, dopo aver scortato Colombo, Rumor, Taviani, era felice. Pensava fosse finalmente l'occasione della sua carriera. La mamma lo fu molto meno...
 
Stessa sorte di Raffaele dalla Sardegna in poi, quella di Giulio Rivera. Un bravo e simpatico ragazzo, di buona forchetta. Sempre al centro di battute ilari a causa di questo suo modo di essere. Passavano molto tempo tempo con l'onorevole, ma economicamente avevano molto meno benefit di adesso, e in trasferta per risparmiare e mandare così a casa qualche soldo, dormivano nelle caserme o nei conventi. Rivera era Molisano, aveva abbandonato gli studi ed era emigrato al nord, a Valmadrera, Lecco, in cerca di lavoro, ove già abitava il fratello più grande. A sedici anni, caparbiamente si presentò in una ditta che cercava operai, e li convinse che sarebbe stato capace. Così fu assunto e vi lavorò fino a quando ebbe un piccolo incidente sul lavoro e poco dopo partì per il militare. Non ritornò più alla fabbrica perchè entrò in polizia.
 "Il vento soffia forte e cancella ogni cosa, l'acqua scende rapida silenziosa su ogni fiore, ma la tua immagine vive sempre nei nostri cuori". I tuoi colleghi di Valmadrera. Questo biglietto accompagnava un mazzo di fiori recapitato ai familiari il giorno del suo funerale nel piccolo paese molisano dove ancora vivevano i familiari, e la frase  sarà scolpita su una lastra e posata sulla sua tomba. Malgrado fossero passati degli anni, i suoi colleghi non avevano dimenticato quel bravo ragazzo. 
E' un libro la cui lettura  scorre veloce, ma ci vuole un po' ad andare avanti, perchè la mente fugge spesso lontana. Così come durante durante le due ore, vedendo scorrere le immagini. Si termina con la consegna di pergamene ricordo e doni da parte del sindaco, con la promessa di rivedersi. Per continuare a raccontare. per non dimenticare.
 
Redazione RecSando Angela Vitanza, foto Luigi Sarzi Amadè


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