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Un breve racconto di una paziente (io...) riguardo la propria vita salvata dal Prof. Alessandro Frigiola



Tutti noi, sin da bambini, dedichiamo un angolo del nostro cuore ad un eroe. Alcuni si rivolgono ai supereroi dei cartoni animati, altri a quelli dei film, ed altri ancora agli eroi della letteratura.

Poi c’è una piccola parte di mondo (“piccola” per modo di dire) che alla domanda “chi è il tuo eroe?” risponde “il mio cardiochirurgo”. Il mio eroe si chiama Alessandro Frigiola ma non è il mio unico eroe, insieme a lui c’è tutta l’equipe cardiochirurgica dell’ IRCCS Policlinico San Donato, ed io ho la fortuna di conoscerne la maggior parte. Per rendere meglio l’idea, vi riporto un esempio che può essere alla portata di tutti: l’equipe di cui vi sto parlando è un po’ come gli Avengers…
La mia cardiopatia è definita Atresia polmonare a setto intatto; in parole semplici la mia valvola polmonare era costituita da un diaframma imperforato che separava il ventricolo destro dall'arteria polmonare. Non c'era quindi comunicazione tra queste due cavità per cui il sangue che entrava dal ventricolo veniva rigurgitato nell’ atrio destro attraverso la valvola tricuspide insufficiente. Giusto per raccontarvi un po’ i fatti miei, studio lettere moderne, quindi non sono molto in grado di spiegarvi cosa ha fatto Frigiola per salvarmi; so solo che adesso, ogni volta che faccio i controlli cardiologici, mi dicono sempre che 20 anni fa sul mio cuore è stato fatto un capolavoro e che in futuro, molto probabilmente, non avrò bisogno di sostituire la valvola.


Ovviamente in mezzo al petto mi porto la mia bella cicatrice che io chiamo sfrigiolata (in onore di colui che me l’ha donata ridandomi la vita) e ne vado fiera sin da quando ero piccola. Ogni volta che mi guardo allo specchio e la vedo, mi fermo a fissarla e per un millesimo di secondo (il tempo che intercorre tra un attimo e l’eternità) penso sempre che senza di lei ora non sarei qui. Quando ero bambina, i miei genitori mi raccontavano il mio intervento e per me la sfrigiolata era come una parte del mio corpo che c’era da sempre ed ero talmente convinta di questa cosa che quando al mare vedevo gli altri bambini senza cicatrice al petto pensavo che quelli “strani” erano loro. Con gli anni ho iniziato a prendere più consapevolezza in merito a tutta la mia storia, e una volta adolescente, qualcosa dentro di me è scattato

Era l’estate del 2015, da pochi mesi avevo iniziato a fare volontariato presso l’associazione AICCA Onlus (Associazione Italiana Cardiopatici Congeniti Adulti, presieduta dai dottori Massimo Chessa e Alessandro Giamberti dell’IRCCS Policlinico San Donato) e insieme alle fedeli psicologhe dell’associazione, Giovanna, Adelaide e Sara, andavo al III B nel reparto di Cardiochirurgia pediatrica per far “svagare” i bambini con l’arte terapia. Ovviamente questa non è solo uno svago, dietro ai disegni e ai lavori dei bambini, c’è un mondo pieno di colori che sostituisce il grigiore della realtà da sopportare. Il giorno che sempre mi ricorderò è il 17 giugno 2015.
Non ricordo esattamente che lavoretto avessimo concordato con i nostri piccoli pazienti, ma aveva a che fare con la pittura. In braccio avevo un bambino curdo di circa sette anni che era stato portato a San Donato dal suo paese senza l’accompagnamento dei genitori perché il viaggio per loro era insostenibile economicamente. Stava tracciando sul foglio il contorno di un cuore usando il dito indice della mano destra, e ad un certo punto si è voltato verso di me, ha guardato la mia cicatrice che usciva un po’ dal collo della maglietta e ci ha passato sopra il dito tinto di tempera rossa.

Poi, sorridendo, si è leggermente aperto la maglietta e mi ha indicato il cerotto che copriva la sua. L’istinto era quello di uscire dalla sala e scoppiare in lacrime, ma ero all’inizio e dovevo imparare a fare delle emozioni un coraggio da trasmettere ai bambini. Allora ho preso la mia mano e l’ho accostata alla sua (era talmente piccola che poteva starci dieci volte), dopo averle tenute palmo contro palmo le ho strette a pugno ed entrambi ci siamo scambiati un sorriso. E’ stato il sorriso di quel bambino che mi ha fatto mettere da parte l’idea di fare il cardiochirurgo e di mettermi invece a raccontare.



Ma tutti i grandi scrittori passano prima per la lettura dei grandi libri, e i grandi libri sono tali se raccontano grandi storie, e tutti i bambini e i pazienti che ho conosciuto in ospedale hanno grandi storie da raccontare. Decisi così che non sarei diventata come Frigiola (da piccola dicevo così) mascherandomi da eroina con la divisa del cardiochirurgo, ma avrei fatto del foglio uno scudo e della penna una spada. Ancora adesso faccio volontariato in AICCA, ancora adesso mi capita di vedere i bambini in reparto e qualche volta mando indietro le lacrime quando la commozione prende il sopravvento. Ed ora che non sono più ancorata all’idea di fare medicina (non sono così brillante nelle materie scientifiche) riesco a seguire tutto ciò che riguarda questo campo da fuori, emozionandomi ancora un po’.

Personalmente, il Maestro lo vedo spesso, e quando non lo vedo leggo gli articoli su di lui e seguo le sue interviste, e di tante esperienze che ha raccontato, di tante perle di saggezza che ha detto, come la famosa Ogni bambino salvato è un sorriso regalato all’umanità, quella che sempre mi aiuta a rispondere alla mia domanda “ma che valore ha tutto questo?” è la sua Più vite salvo, più ha valore la mia vita. E la vita, mi hanno insegnato questi anni, si può salvare anche solo raccontando e raccontandosi. E sapete cosa vedo quando lui arriva al Policlinico San Donato rifugiandosi nel suo studio? Non vedo il mio eroe, non vedo uno dei migliori cardiochirurghi al mondo, vedo quel bambino che si era sfiorato la cicatrice e aveva sorriso.

Redazione RecSando - Federica Perdoncin


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