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Redazione Recsando – Luciano Monti

Il mondo di Primo Levi

Giovedì 12 febbraio, presso Cascina Roma a San Donato Milanese, si è svolto l'ultimo degli eventi promosso dall'Amministrazione culturale in collaborazione con il Liceo Primo Levi, la Commissione Biblioteca e l'associazione Lodi Città Film Festival. Il ciclo completo nel periodo fra gennaio e febbraio ha ricordato con diversi appuntamenti sia la Giornata della Memoria, sia il Giorno del Ricordo.

Nella serata di giovedì, curata da Fabio Francione, si è conversato con lo scrittore Aldo Nove sul mondo di Primo Levi ed in particolare sul suo libro “Se questo è un uomo”.

Primo Levi nel 1941 si laureò con lode all'Università di Torino con una tesi in chimica, dopo avere superato non poche difficoltà causate dall'entrata in vigore in Italia, nel 1938, delleleggi razziali. Si trasferì poi a Milano per lavorare presso un'azienda farmaceutica svizzera.

Alla data dell'8 settembre 1943 il Levi, che era già entrato in contatto con alcuni membri del Partito d'azione (Pd'A) e del Comitato di liberazione nazionale (CLN), lasciò Milano per unirsi alla resistenza ed entrò a far parte di una banda partigiana in Val d'Aosta.
Fu arrestato dalle milizie fasciste e, dopo essersi dichiarato ebreo al momento dell'arresto, a fine gennaio 1944 fu trasferito nel campo di internamento e concentramento di Carpi-Fossoli. A febbraio il campo fu preso in gestione dai Tedeschi, che organizzarono subito il trasferimento dei prigionieri verso i territori del Reich. Con altri seicentocinquanta ebrei italiani fu deportato verso il campo di sterminio di Auschwitz, dove trascorse circa un anno, riuscendo a sopravvivere fino al 27 gennaio 1945, quando i soldati sovietici entrarono nel campo.
Nel libro “Se questo è un uomo”, scritto subito dopo il ritorno a Torino, Levi ha voluto fare opera di testimonianza della condizione inumana subita dagli internati in un lager, un luogo dove tutti i principi umani venivano aboliti. Ha sentito il bisogno di raccontare fatti a cui nessuno voleva credere e questo è stato per lui un impegno etico irrinunciabile.
Ha inoltre narrato le circostanze grazie a cui riuscì a non essere condotto nelle camere a gas o a trovare la morte per malattia o per fame, ma fu impiegato come lavoratore e internato in quella parte del campo di Auschwitz che si trovava nella località di Monowitz. Da qui ogni mattina si recava al lavoro presso la Buna, una fabbrica di gomma. La conoscenza di un tedesco elementare, appreso su un manuale di chimica negli anni dell'università, lo facilitò soprattutto nella possibilità di comprendere gli ordini che gli venivano impartiti.

Pur avendolo terminato nel 1946, Levi dovette però attendere ancora fino al 1958 per vedere pubblicare il suo libro.

Se vi siete persi la serata, potete riviverla grazie alla
Redazione RecSando che mette a disposizione l'intero podcast della conversazione con Aldo Nove “Il mondo di Primo Levi”

 

Il mondo di Primo Levi, conversando con Aldo Nove in Cascina Roma #sandonatomilanese by Recsando on Mixcloud

 

Per chi invece vuole captare l'essenza del raccontare questi anni bui della storia dell'umanità, riportiamo la poesia:
Se questo è un uomo.
Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi


Alcune frasi tratte dal libro, possono aiutarci a comprenderlo meglio.

 
  •  A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
  • Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
  • Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.
  • Essi [gli altri prigionieri di Auschwitz] popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
  • Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.
  • La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo [...]
  • La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.
  • Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza: ma è certo che in quell'ora il ricordo dei salvamenti biblici nelle avversità estreme passò come un vento per tutti gli animi.
  • Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti.
  • Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.
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