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PLANETFUNK – “Blooom”

La rifioritura dell’elettronica italiana tra memoria, eleganza sonora e visione futuribile
PLANETFUNK - BLOOM: La rifioritura dell’elettronica italiana tra memoria, eleganza sonora e visione futuribile
La musica elettronica è una cosa seria. Non è soltanto ritmo, non è soltanto club culture, non è neppure l’ennesima derivazione da playlist algoritmiche o da produzioni ipercompresse pensate per funzionare su TikTok. La vera elettronica – quella che ha costruito un immaginario, una grammatica sonora e una cultura – vive di stratificazioni, di ricerca timbrica, di architetture sonore capaci di sostenere tanto l’emozione quanto il movimento.
In questo senso iPlanetfunkhanno sempre occupato una posizione peculiare nel panorama europeo: unlaboratorio di electronic songwritingdove convivonohouse, synth-pop, techno melodica e suggestioni alternative.Una formula che, sin dall’esordio di Non Zero Sumness (2002) e soprattutto con il seminale The Illogical Consequence (2005), ha dimostrato come l’elettronica italiana potesse competere con la scena anglosassone non solo sul piano produttivo ma anche su quello compositivo.
 
Con“Blooom”, la band firma un ritorno che ha il peso specifico di un manifesto. Non soltanto perché arriva dopo una lunga pausa discografica – l’ultimo lavoro, The Great Shake, risale al 2011 – ma perché questo disco nasce anche nel segno della memoria. La scomparsa di Sergio Della Monica nel 2018 e quella più recente di Domenico Canu, due figure fondamentali nell’identità sonora del progetto, conferiscono a questo album una dimensione emotiva che va ben oltre la semplice operazione revival.
“Blooom” è, letteralmente e simbolicamente, una rifioritura.
 
Dal punto di vista produttivo, il disco dimostra una consapevolezza rara nel panorama contemporaneo. I Planetfunk continuano a lavorare su una sound design strategy estremamente raffinata, dove l’elemento elettronico non diventa mai un fine ma resta sempre un mezzo narrativo.
La traccia d’apertura,“Feel Everything”,è già una dichiarazione di poetica. Il brano si sviluppa su una progressione armonica luminosa, sostenuta da pad analogici stratificati e da una ritmica che richiama certe produzioni deep-house di scuola europea, ma con una dimensione melodica quasi cinematografica. Il risultato è una partenza che suggerisce immediatamente il concept del disco: rinascita, espansione emotiva, apertura sensoriale.
Con “The World’s End”il discorso si sposta su coordinate più decisamente techno-oriented, ma sempre filtrate da una sensibilità compositiva lontana anni luce dalla deriva ipercommerciale della EDM contemporanea. Qui il groove è serrato, quasi ipnotico, costruito su un four-on-the-floor preciso e pulsante, ma arricchito da texture sintetiche che ricordano certe produzioni post-Depeche Mode o la techno melodica berlinese.
Il singolo“Nights in White Satin”, cover deiMoody Blues, pubblicato alla fine del 2025 come anticipazione del disco, segna invece il ritorno di Dan Black, voce già legata alla storia della band. La sua presenza crea un ponte diretto con l’estetica di The Illogical Consequence: timbro elegante, interpretazione controllata, quella capacità tutta britannica di collocarsi tra soul elettronico e synth-pop sofisticato.
 
Con “Any Given Chance”i Planetfunk entrano nel territorio della sperimentazione ritmica. Il brano è costruito su una drum programming serrata, quasi motorik, su cui si innestano tastiere che richiamano l’estetica degli anni ’80 – ma senza alcuna deriva nostalgica. Piuttosto, sembra un esercizio di retro-futurismo sonoro, dove l’eredità synth-pop viene reinterpretata con una sensibilità contemporanea.
Subito dopo arriva“There’s a stranger”, uno dei momenti più sorprendenti dell’album. Dan Black gioca con la metrica vocale fino a sfiorare il rap e la filastrocca pop, creando una linea melodica che si imprime con facilità nella memoria. È uno di quei brani che dimostrano come la band abbia sempre avuto un talento particolare per il crossover tra club culture e songwriting radiofonico.
Ma il cuore emotivo del disco arriva con“Two Lost Souls”.
Qui i Planetfunk rallentano il tempo e costruiscono una delle composizioni più intense della loro carriera recente. La base elettronica si fa più scura, quasi glacialmente minimale, mentre la melodia si sviluppa con una delicatezza quasi orchestrale. Nel finale, l’ingresso degli archi introduce una dimensione epica che amplifica il senso di sospensione del brano.
È musica elettronica che guarda alla dimensione cinematica del suono, qualcosa che potrebbe convivere senza difficoltà con le colonne sonore più eleganti del cinema contemporaneo.
 
Dopo questo momento contemplativo,“I Get a Rush”riporta il disco su territori più dinamici. Qui emerge con forza la componente brit-oriented della vocalità di Dan Black: una linea melodica che sembra dialogare con certo britpop evoluto, ma traslato in una struttura techno-pop ampia e ariosa.
“Rolling Dice”sorprende invece per l’introduzione quasi da carillon, una scelta timbrica che apre a un brano dalle suggestioni quasi orientaleggianti. È una parentesi atmosferica che dimostra quanto il gruppo continui a ragionare in termini di soundscape e non soltanto di canzoni.
Con“You Are Not Alone”i Planetfunk giocano apertamente con la dimensione dance. È probabilmente il momento più leggero del disco, quasi un divertissement che richiama la loro anima più clubbing.
Ma la chiusura del cerchio arriva con“Leaving Into the Light”e“Nowhere Nowhere”, due brani che sembrano dialogare direttamente con il passato glorioso della band. Le strutture ricordano quelle di The Illogical Consequence: elettronica elegante, groove calibrato, melodie che si espandono senza mai perdere controllo.
 
Sono passati oltre vent’anni dall’epoca in cui i Planetfunk ridefinivano il concetto di elettronica pop italiana. Eppure, ascoltando “Blooom”, si ha la sensazione che il tempo non abbia scalfito né la qualità del loro sound design né la lucidità della loro visione artistica.
La produzione mantiene una pulizia cristallina, segno di una competenza tecnica che rifiuta gli standard ipercompressi della musica contemporanea. Qui ogni frequenza ha il suo spazio, ogni layer sintetico dialoga con gli altri con una precisione quasi architettonica.
Ma soprattutto c’è qualcosa che oggi appare sempre più raro: la volontà di fare musica elettronica emotiva senza cadere nel cliché commerciale.
E questo rende “Blooom” un disco necessario.
Per i fan storici rappresenta una conferma: i Planetfunk sono ancora una delle realtà più eleganti dell’elettronica europea.
Per i nuovi ascoltatori può essere una porta d’ingresso verso un modo diverso di intendere la musica digitale: meno algoritmo e più visione artistica.
 
Il finale è affidato a“Family Reunion”, titolo che suona quasi programmatico. Il brano ha la struttura di un epilogo cinematografico: atmosfere luminose, progressioni armoniche aperte, un senso di chiusura che somiglia a un lungo abbraccio.
È la sintesi perfetta del significato di questo disco.
“Blooom” non è soltanto un ritorno.
È un atto di memoria, una dichiarazione di resilienza creativa e soprattutto la dimostrazione che l’elettronica – quella vera – può ancora essere melodica, visionaria, emotiva.
In un panorama spesso dominato da formule prefabbricate, i Planetfunk ricordano che la musica elettronica può ancora essere artigianato sonoro di alta classe.
E se questo disco è davvero una rifioritura, allora vale la pena fermarsi ad ascoltare il momento esatto in cui il fiore si apre.
 
Simone Sollazzo – RadioCodaRitorta
 
 
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