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Milano città spugna: rivoluzione climatica o grande illusione?
Il nodo ignorato del consumo di suolo
Indice

Il suolo scomparso: il vero problema di Milano
l Piano Spugna di Milano viene presentato come una risposta al cambiamento climatico, ma si tratta davvero di una soluzione?
In realtà questi interventi migliorano la gestione dell’acqua urbana, senza affrontare le cause strutturali come consumo di suolo e impermeabilizzazione. Analisi basata su dati ISPRA, ARPA e IPCC.
Piano Urbano Integrato “Spugna”
Attorno a Milano stanno nascendo piazze drenanti, parcheggi permeabili, giardini della pioggia. Il cosiddetto Piano Urbano Integrato “Spugna” viene presentato come una svolta: usare la natura per rendere la città capace di resistere ai nubifragi e agli effetti del cambiamento climatico. La narrazione è potente, quasi salvifica. Ma quando si scende sotto la superficie, il quadro diventa più complesso. E meno rassicurante.
Analisi ISPRA: la Pianura Padana e il punto di non ritorno del consumo di suolo
Il dato più importante, quello che dovrebbe guidare qualsiasi riflessione, è anche quello che passa quasi in secondo piano: a Milano e nell’hinterland oltre il 95% del suolo è già urbanizzato o agricolo intensivo. Il suolo naturale, quello capace di assorbire acqua e regolare il clima, è praticamente scomparso.
SecondoISPRA, il consumo di suolo in Italia continua a crescere e la Pianura Padana è tra le aree più compromesse.
Impermeabilizzazione e fisica del suolo: perché l’acqua non penetra più
"Questa saturazione del 95% del territorio non è solo una statistica urbanistica, ma un limite fisico insuperabile: senza suolo naturale, la città perde la sua funzione di spugna, trasformando ogni pioggia intensa in un immediato deflusso superficiale."
Questo significa una cosa molto concreta: quando piove, l’acqua non penetra. Scorre, si accumula, allaga. È vero che il clima sta cambiando. I dati di ARPA Lombardia e del IPCC mostrano una tendenza chiara: meno giorni di pioggia, ma eventi più intensi. Piove meno spesso, ma quando succede, l’acqua cade tutta insieme. Eppure questo è solo metà del problema.
L’altra metà è costruita dall’uomo: una città impermeabile, densa, rigida, che ha perso quasi completamente la capacità di assorbire.
È qui che entrano in gioco le cosiddette “soluzioni basate sulla natura”: aiuole drenanti, superfici permeabili, piccoli sistemi di raccolta e infiltrazione. Interventi intelligenti, riconosciuti anche dall’ IPCC, che possono ridurre il ruscellamento, limitare gli allagamenti locali e abbassare le temperature nelle zone circostanti.
Funzionano. Ma fino a un certo punto.
Adattamento o mitigazione: i limiti strutturali e narrativi del Piano Spugna

l Piano Spugna prevede circa 88 interventi distribuiti su 32 comuni, per un investimento complessivo di 51 milioni di euro.
Tradotto: poco più di mezzo milione per progetto. Una cifra che racconta già la natura dell’operazione: interventi puntuali, diffusi, ma necessariamente limitati.
Nel frattempo, sempre secondo ISPRA, il costo ambientale del consumo di suolo in Italia si misura in miliardi ogni anno, tra perdita di servizi ecosistemici, aumento del rischio idrogeologico e impatti climatici.
Il confronto è inevitabile. Da una parte micro-interventi di adattamento, dall’altra un problema strutturale costruito in decenni.
Lo stesso vale per il tema delle isole di calore. Le città come Milano possono registrare temperature anche di 4–6 gradi superiori rispetto alle aree rurali circostanti. Il verde urbano aiuta, certo. Ma solo se è esteso, continuo, integrato. Non basta inserire qualche spazio drenante o piantare alberi in punti isolati per compensare una superficie urbana quasi interamente asfaltata o cementificata.
C’è poi un’assenza che pesa più di tutte: nel racconto del progetto non compare mai una vera strategia di riduzione del consumo di suolo. Non si parla di fermare la cementificazione, né di riportare porzioni significative di territorio a una condizione naturale o semi-naturale. Eppure è proprio questo, secondo ISPRA, uno dei nodi centrali del rischio idrogeologico in Italia.
Al contrario, il progetto investe anche nella comunicazione: totem informativi, spiegazioni per i cittadini, racconto diffuso degli interventi. Un segnale chiaro che non si sta lavorando solo sulla trasformazione fisica della città, ma anche sulla sua percezione.
Il punto, allora, non è negare l’utilità del Piano Spugna. Sarebbe sbagliato. Questi interventi servono, migliorano concretamente la gestione dell’acqua e rendono alcuni spazi urbani più vivibili.
Il punto è un altro:come vengono raccontati.
Perché c’è una differenza sostanziale tra adattarsi e risolvere.
L’IPCC lo distingue chiaramente: l’adattamento serve a gestire gli effetti del cambiamento climatico, la mitigazione ad affrontarne le cause. Il Piano Spugna appartiene alla prima categoria. Non riduce le emissioni, non cambia il modello urbano, non incide sul consumo energetico o sulla densità edilizia. Interviene sugli effetti, non sulle radici. Ed è qui che la narrazione rischia di diventare fuorviante.
Perché quando interventi locali, utili ma limitati, vengono presentati come una strategia climatica complessiva, si crea un’illusione di soluzione.
Milano non diventa resiliente con qualche piazza drenante.
Diventa resiliente quando affronta le proprie contraddizioni strutturali: il consumo di suolo, la quantità di superfici impermeabili, il modello di sviluppo urbano che ha progressivamente eliminato ogni spazio naturale.
Tutto il resto è adattamento. Necessario, intelligente, ma insufficiente. E continuare a raccontarlo come una svolta rischia di essere, più che una soluzione, un modo per non affrontare il problema fino in fondo.
Temi e luoghi che definiscono questo articolo
Ogni voce rappresenta un contesto del territorio o dell’argomento trattato: esplorala per scoprire altri contenuti collegati.
Tipologia:Approfondimento
Territorio:Milano
TAG:urbanistica
CATEGORIA:Notizie dal mondo
Ambiente:Consumo di Suolo,Suolo e Territorio
Magazine:Idee per la Città
Dipartimento: N>O>I - Network Organizzazione Innovazione

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