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Meno neve, più cemento: San Donato Milanese e il fallimento di una promessa ambientale
Il clima cambia sotto gli occhi di tutti, ma la politica locale continua a costruire come se nulla stesse accadendo. A San Donato Milanese le promesse su ambiente e mobilità sono state disattese, mentre il territorio paga il prezzo di scelte miopi. La neve che non cade più non è una suggestione nostalgica. È un indicatore climatico chiaro, misurabile, visibile. Racconta di inverni sempre più miti, di un territorio che si scalda e di città sempre meno capaci di assorbire e mitigare gli effetti del cambiamento climatico. San Donato Milanese è uno dei casi più emblematici di questa contraddizione.
Staff RecSando
Mentre il clima cambia, l’attuale amministrazione comunale ha disatteso il proprio programma elettorale, presentato come ambientalmente avanzato e orientato alla qualità della vita. Si parlava di trasporto pubblico gratuito, di mobilità sostenibile, di riduzione del traffico privato. Nulla di tutto questo è diventato realtà. Non per mancanza di tempo, ma per mancanza di volontà politica.
Sul fronte della mobilità non si è visto alcun cambio di paradigma. Nessuna strategia strutturale, nessuna estensione significativa dei servizi, nessun investimento capace di rendere il trasporto pubblico una reale alternativa all’auto privata. Le periferie restano dipendenti dal traffico, mentre emissioni e isole di calore continuano ad aumentare.
Ancora più grave è quanto accaduto sul territorio.
Il Parco Gustavo Hauser non è stato abbandonato: è stato gestito male.
Il progetto è stato avviato, ma affrontato con una logica miope, concentrata più sulla rapidità e sui costi che sulla solidità delle scelte. L’appalto è stato affidato a una società priva delle necessarie garanzie, senza adeguate verifiche sulla sua reale affidabilità economica. Sarebbe bastato poco: visure camerali, controlli minimi, un approccio prudente.
Non è stato fatto.
La società incaricata è fallita, le risorse pubbliche sono state sprecate e il parco è rimasto incompiuto. Quella che era un’ex campagnetta almeno attraversabile e fruibile è oggi un’area imprigionata da transenne, cantieri fermi e percorsi interrotti, sottratta alla cittadinanza.
Il Parco Gustavo Hauser avrebbe dovuto essere l’elemento centrale di un corridoio ecologico e culturale tra l’Abbazia di Chiaravalle e l’Abbazia di Viboldone, un’infrastruttura verde capace di raffreddare il territorio, favorire la mobilità lenta e valorizzare il patrimonio storico-paesaggistico. Oggi non svolge alcuna di queste funzioni e, paradossalmente, impedisce persino la fruizione spontanea che esisteva prima dell’intervento pubblico.
E mentre questo progetto resta bloccato, l’amministrazione ha concentrato energie politiche e amministrative per rendere possibile la costruzione dello Stadio del Milan nell’area di San Francesco, un’area sottoposta a vincoli ambientali che sono stati progressivamente aggirati o svuotati di significato. Un’area che avrebbe dovuto essere valorizzata come porta verde verso il sistema delle abbazie, non sacrificata a un’operazione ad alto impatto.
Qui non si parla di sviluppo.
Si parla di consumo di suolo, aumento del traffico, impermeabilizzazione del terreno, ulteriore stress climatico su un territorio già fragile.
Lo stesso schema si ripete sulla mancanza di volontà politica di dire stop al cemento e di spostare le volumetrie previste sul Pratone, scelta che avrebbe potuto ridurre l’impatto ambientale complessivo. Anche in questo caso la risposta è stata l’inerzia, giustificata con la solita formula: “era stato deciso in passato”.
Ma le scelte si possono cambiare.
I piani si possono correggere.
Le priorità si possono riscrivere.
Continuare a costruire non è inevitabile: è una decisione politica precisa.
E non è una decisione neutra. Gli oneri di urbanizzazione non compensano i danni reali della cementificazione: aumento delle temperature urbane, maggiori costi di manutenzione, interventi straordinari per far fronte a eventi meteorologici sempre più intensi. Costi che ricadono su tutti i cittadini, oggi e domani.
La neve che non cade più è solo il segnale più evidente.
Il resto lo paghiamo con città meno vivibili e territori sempre più vulnerabili.
Continuare a pianificare come se il clima non fosse cambiato non è neutralità amministrativa.
È una responsabilità politica.
E San Donato Milanese, oggi, ne è un esempio che non può essere ignorato.
La neve che non cade più non è un problema romantico.
È un avvertimento.
Dice che il clima è già cambiato, che il territorio è più fragile, che ogni metro quadrato di suolo consumato rende le città più calde, più vulnerabili, più costose da mantenere. E dice anche un’altra cosa, altrettanto chiara: continuare a costruire come se nulla stesse accadendo è una scelta politica consapevole.
A San Donato Milanese non siamo di fronte a errori isolati o a sfortunati incidenti di percorso. Siamo di fronte a una sequenza coerente di decisioni: promesse ambientali disattese, mobilità sostenibile rimasta uno slogan, parchi gestiti male, cemento favorito, vincoli aggirati, visione sacrificata sull’altare delle operazioni immobiliari.
Il prezzo non lo pagheranno gli amministratori di oggi.
Lo stanno già pagando i cittadini, con quartieri più caldi, spazi verdi sottratti, cantieri abbandonati, servizi inadeguati. E lo pagheranno ancora di più domani, quando gli eventi meteorologici estremi renderanno evidente ciò che oggi si finge di non vedere.
Governare un territorio nel 2026 come se fossimo nel 1995 non è prudenza.
È irresponsabilità.
Il clima non aspetta i tempi della politica.
E il cemento, una volta colato, non lo si cancella con un voto.
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