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Franco Baresi – El Piscinin

El Piscinin, un grandissimo campione, di più… un fuoriclasse.

Se ci divertissimo e giocassimo a compilare la top five dei difensori all time lui ci sarebbe. Con Gaetano Scirea, Franz Beckenbauer, Bobby Moore e il cileno Elías Ricardo Figueroa Brander.

Franco Baresi, bresciano di Travagliato e milanese d’adozione non per caso, ma per scelta. Milanese e milanista, a differenza del fratello Beppe, interista doc (anche se da bambini, a quanto pare, Franco era interista e Beppe milanista). Derby continuo in famiglia.

Talento precoce e senza smentite di sorta, senza cedimenti – nemmeno una malattia molto seria aveva potuto tarpargli le ali e compromettere il luminoso futuro e le gloriose sorti che lo attendevano – il Franchino, classe 1960, era già titolare dei rossoneri nella stagione 1978-79, quella della stella e del Barone Liedholm. Un diciottenne di belle speranze e massima concretezza.

Duro e tecnico, piedi buonissimi, visione di gioco e senso della posizione, intelligenza tattica, capace di spezzare il gioco altrui e di uscire palla al piede, a testa alta, costruendo a propria volta, elegante e potente, ispirato. Un califfo, una fonte di gioco, carisma da vendere. Un numero 6 perfetto: libero di ruolo, libero di volare e sognare.

Legatissimo alla maglia, non abbandonò il Milan neanche quando il suo sodalizio sprofondò, due volte addirittura, in serie B. Una fiducia e una fede che sarebbero state ripagate allorché con Tassotti, Maldini e Costacurta andò a costituire una linea difensiva leggendaria – come il rosario Cudicini-Anquilletti-Schnellinger-Rosato di chi lo precedette al Milan o quello eterno dei cugini, alias Sarti-Burgnich-Facchetti-Bedin-Guarneri-Picchi et cetera – conquistando innumerevoli successi nazionali, continentali, mondiali (in oltre 700 presenze nelle svariate manifestazioni). Da Piscinin. a Kaiser Franz il passo è breve.

E poi l’azzurro… Già nei 22 del trionfale Mundial ’82, pur senza mai essere sceso in campo, Franco Baresi sarebbe divenuto una colonna dell’Italia (81 presenze totali). Commovente ed epica la sua gara nella finale del Mondiale USA ’94, quando a Pasadena, nella sognante California, contro il Brasile fu baluardo e muraglia. Una prova eroica a poco più di tre settimane da un’operazione al menisco. Incredibile dictu! Fu una partita di attesa e di ansia, di paura per entrambe le équipes, fino ai fatali rigori. L’Italia ne sbagliò due: uno con Roberto Baggio e uno proprio con Franco. A ben vedere, i due più forti del nostro gruppo, nonché eccellenti tiratori di penalty. Ah, la malasorte! Franco pianse a dirotto, dopo, in quel pomeriggio assolatissimo, quasi surreale.

Resta e perdura negli occhi, tuttavia, la sua prova superlativa. Marinaio solido e solidale, nocchiero di lungo corso, impavido nella tempesta, umile e romantico nella disperazione dell’epilogo.

Non aveva punti deboli il gioco di Franco. Forse avrebbe potuto segnare qualche gol in più, ma quanti ne ha evitati e a quanti ha dato il la, proponendo e suggerendo da sublime direttore d’orchestra (e roccia) quale lui era…

Schivo e di poche parole fuori dal campo, nel rettangolo d’erba era un’aquila reale, di più… un imperatore.

Se in rossonero poteva essere divisivo – l’Italia, in fondo, è il Paese del campanile portato all’estremo (antico lascito storico: limite e, paradossalmente, forza) – con l’azzurro ricompattava tutto e metteva d’accordo tutti. Soprattutto risaltava il suo sopraffino possente intelligente gioco, novello Leonida che non cede il passo né vuol morire, capitano coraggioso, condottiero pronto a sfidare il destino.

È morto troppo giovane il Franchino. Perché gli eroi, a qualsiasi età, muoiono giovani. E sempre rimangono tali nelle tinte morbide e nelle meravigliose suggestioni del ricordo.

Che la terra ti sia lieve, Piscinin.

Alberto Figliolia

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