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Abitiamo la città! è il titolo dato quest'anno alla Festa della Città dal Comitato che ormai da tanti anni si prefigge di arricchire le tante iniziative cittadine con una  parte "culturale". Si organizzano dunque eventi che siano da esso richiamati.
Ed ecco dunque la Mostra in Sala Eposizioni Tapia Radic "Ad Usum Fabriacae". L'affascinante storia della costruzione del Duomo di Milano, e da cui sono scaturiti tanti modi dire. Ma di questa iniziativa ne riparlemo al termine della stessa, che sarà il prossimo 15 ottobre.
Dopo la parte "ludica" della domenica della festa il primo ottobre  con il concerto  dei giovani del Gruppo <SOUND 93>, che accompagnano il pomeriggio della Piazza della Vittoria  già da qualche anno,  mercoledì 4 Ottobre, come anche lo scorso anno nella Festività di San Francesco, la Città è stata ospitata dall'Abbazia di Viboldone, in periferia, ma dove si vive una vita "Piena".    
Già, perchè più il tempo passa, e più si notano in città tanti vuoti: di civiltà, di cultura, di amore verso il prossimo.  Se vivessimo la città come fosse casa nostra, la rispetteremmo di più. Se vivessimo la città, non darebbe l'apparenza di una città dormitorio. Se non ci lamentassimo di continuo che "qui non c'è niente" piuttosto che prendere delle iniziative per invertire la rotta, può darsi che tante cose cambierebbero, a beneficio di tutti.
Qualche spunto per tradurre  "l'abitare la città"  in positivo, lo hanno dato Madre Ignazia Angelini, Badessa della Storica Abbazia, e don Nicola Cateni, parroco in partenza della Parrocchia San Carlo, nei loro interventi, inframmezzati dalle esibizioni al violino dal duo padre-figlio Francesco e Giacomo Borali accompagnati al pianoforte  da Stefania Mormone. 
 
Introduce Madre Ignazia, dopo i saluti,  "Vediamo con stupore e gioia che questo appuntamento pare diventare una sana tradizione: come a sancire un'appartenenza reciproca. Di Viboldone a San Giuliano, e di San Giuliano a Viboldone". Abitiamo in luogo ai margini di una città in inquieta espansione. Margine come soglia che aiuta a custodire la bellezza dell'abitare, dello stesso trovarsi in piazza. E dell'ospitare". Ma che è <anche periferia, così intendiamo il senso del monastero - posto ai bordi, un po' discosti, della città.  Papa Francesco ce ne fa riscoprire qualcosa. Diceva pochi giorni fa ai sindaci: "... bisogna frequentare le periferie; quelle urbane, quelle sociali e quelle esistenziali. (...), è la migliore scuola, ci fa capire quali sono i bisogni più veri e mette a nudo le soluzioni solo apparenti>.

Parla anche  dell'abitare Madre Ignazia: "una modalità molto particolare dell'abitare è la stabilitas monastica. Che non vuol dire essere "chiuse" in monastero ma è  precisamente la figura della relazione. È il tessuto delle relazioni che in monastero costituisce l'abitare - tessuto saldo e delicato, perseguito con lavorìo quotidiano; non facile perché non ci siamo scelte, siamo anzi diversissime, ma tutte convocate qui dall'unico Signore, dalla ricerca di lui. E' questa la tenuta del nostro abitare. 

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Anche l'intervento di don Nicola è incentrato sul termine, che in latino, habitare, è un frequentativo di habeo-avere- dunque letteralmente "continuare ad avere". <La nostra cultura ha progressivamente legato a tale vocabolo il senso fisico del possedere, ma originariamente questo verbo indica una qualità della vita di una persona: avere un certo carattere, avere uno stile; ma anche avere ragione avere rispetto, avere fede. Anche il termine "Abito", da cui il titolo della serata, viene da "habitus"-continuare ad avere- ma in questo caso usanza costante, in italiano diventata "abitudine". L'abito di un monaco, di un prete, di un ufficiale, di un medico...essi vestono sempre allo stesso modo. Nel caso del monaco, ( delle monache) è però la fedeltà nel quotidiano che diventa buona abitudine di vita, cioè quella modalità consueta che "fa", costruisce il monaco, o meglio ancora  la comunità monastica.


Podcast






Potete ascoltare i podcast degli interventi di madre Ignazia e don Nicola (in due parti). Nei filmati la presentazione della serata di don Emanuele Kubler Bisterzo, e un brano eseguito al violino da Francesco Borali acompagnato al piano da Stefania Mormone.
 
Redazione RecSando Angela Vitanza - Foto Luigi Sarzi Amadè


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