| Connessi: 10 - Chi c'è OnLine? - Utente Attivo: Anonimo (Collegati) |
sabato 31 luglio 2010 Ore: 22.31 |
|
Per non dimenticare Per non dimenticare ...Tino
Il
viaggio. L’incontro avvenne casualmente nella confusione che
precedette la formazione della colonna davanti al cancello del Lager di
Auschwitz. Si ritrovarono in quattro, tutti giovani, di nazionalità diverse, ad
attendere che l’ordine di incolonnarsi e partire venisse dato da quella SS che
sembrava di grado più elevato. L’italiano, Pio, un torinese, disse: “dato che
noi siamo giovani, cerchiamo di stare assieme”. Furono tutti d’accordo. Luis,
l’olandese e il francese Jean, entrambi ebrei si conoscevano da tempo avendo
lavorato assieme nella fabbrica di gomma sintetica, la famigerata Buna
emanazione del grande colosso chimico IG Farben. L’italiano ed un belga, ebreo
anche lui, non si erano mai visti. Facevano parte dell’immenso universo che il
Lager di Auschwitz conteneva e che rappresentava tutta l’Europa. Luis, l’olandese, il più giovane di tutti, cominciò a
guardarsi le scarpe e quelle dei suoi improvvisati compagni. Storse un po’ la
testa e dichiarò al belga: “speriamo che non ci sia molta strada da fare,
perché camminare con i tuoi scarponi con la suola di legno sulla neve sarà
dura”. L’italiano che non comprendeva alcuna delle lingue parlate nel Lager, ma
che aveva assorbito durante quei mesi di deportazione la “lingua” del Lager, si
fece spiegare cosa avesse detto Luis. Cosa che dovrà fare ogni volta che ci
sarà un discorso impegnativo, cioè che non tratterà parole come pane, acqua,
incolonnarsi per cinque, levarsi il berretto, ecc. Finalmente, dopo aver patito
tutto il freddo possibile dietro il cancello del Lager, la colonna si mosse,
oltrepassò il cancello e prese una direzione che per quei quattro amici ed
anche per la stragrande maggioranza dei deportati che componevano la colonna
era completamente nuova. Non era né la strada che portava alla Buna, né quella che
portava a Monowitz; era per loro una direzione sconosciuta e cominciarono ad
interrogarsi tra di loro per capire qualcosa. Erano in fondo alla colonna e non
avevano potuto udire le spiegazioni che il sottufficiale delle SS aveva dato poco
prima di oltrepassare il cancello del Lager. La cosiddetta “radio Lager”, già
da alcuni giorni faceva circolare la voce che causa l’avanzata dell’Armata
Rossa il Lager sarebbe stato evacuato e tutti i deportati sarebbero stati
inviati nei Lager del centro della Germania. A queste voci non ci avevano fatto
caso: le notizie sul corso della guerra ad Auschwitz, come negli altri Lager
del resto, le potevano apprezzare solo gli iniziati, quelli che avevano
contatti particolari, che conoscevano la geografia e potevano rendersi conto
dove in quel momento si trovavano. Per i nostri quattro amici e compagni di
sventura, quelle voci dicevano ben poco: non sapevano nemmeno in quel momento
dove si trovavano. In Polonia, d’accordo,
ma dove con precisione? Un deportato tedesco, col triangolo rosso dei politici, che
indossava un cappotto pesante e di buona fattura, raccontò loro esprimendosi in
un buon francese che da giorni circolavano voci nel Lager che l’Armata Rossa si
stava avvicinando e che le SS nell’ufficio dove lui lavorava erano agitate,
qualcuno sembrava addirittura impazzito dalla paura di venire catturato dai
russi. Continuò il suo racconto dicendo
che in un blocco erano riusciti a costruire una radiolina ed il suo amico
capoblocco lo aveva consigliato di nascondersi perché l’arrivo dei russi era da
considerarsi imminente. Lui lo aveva fatto, si era sistemato bene in un
bugigattolo dietro l’ufficio in cui lavorava, ma era dovuto uscire per andare
nelle latrine ed all’uscita dalle latrine un sottufficiale della SS l’aveva
veduto e lo aveva inserito a suon di nerbate nella colonna che si stava
formando. Parlava il francese, disse, perché era stato deportato
dalle autorità francesi nel campo di Vernet, quando, dopo la caduta della
repubblica spagnola, i combattenti repubblicani per sfuggire alle truppe del
generale Franco varcarono il confine e si rifugiarono in Francia. Aveva
partecipato alla difesa della repubblica spagnola contro il nazifascismo di
Hitler, Mussolini e Franco nelle file del battaglione Andrè, formato quasi
esclusivamente di volontari tedeschi come l’altro battaglione il Thaelmann. Ascoltavano attentamente le parole di quel tedesco che
poteva essere, dagli anni che dimostrava, loro padre, continuando a marciare in
quella maledetta neve. Camminare, o meglio
marciare incolonnati su quella neve fresca ed alta, era estremamente faticoso,
anche per coloro che essendo in fondo alla colonna trovavano la strada già
battuta come una pista da sci da quelli - ed erano qualche migliaio - che li
precedevano. Dopo solo qualche centinaio di metri, si accorsero che la
previsione di Luis era purtroppo vera. Quei poveri loro compagni che calzavano
gli zoccoli o gli scarponi con le suole di legno facevano una fatica terribile
a marciare. La neve fresca si incollava alle suole di legno, formava un altro
strato, un’altra suola con la neve ghiacciata e il povero proprietario di
quelle calzature era continuamente soggetto a perdere l’equilibrio rischiando
di cadere. Chi non è mai stato costretto a camminare in quelle condizioni,
difficilmente comprenderà la fatica che il belga dovette affrontare quel giorno
ed i successivi. La sua fortuna, una enorme fortuna che gli permise di salvare
la vita era legata al patto che avevano fatto all’inizio, quello di rimanere
assieme. Così un po’ aiutato dai suoi compagni, un po’ sorretto, di volta, in
volta, da uno degli stessi, riuscì a portare a compimento quella maledetta
marcia che sin dall’inizio fu costellata di cadaveri, nella gran parte uccisi
dalle SS di scorta che eliminavano così chi non riusciva a proseguire o si
fermava ai bordi della strada, o meglio della pista. I due militi delle SS che scortavano la coda della lunga
colonna non davano fastidio; ogni tanto aprivano la loro borracce trangugiavano
un sorso del contenuto e parlottavano tra di loro. I quattro amici, mentre
stavano commentando sulla loro fortuna di trovarsi in fondo a quella
lunghissima colonna, udirono echeggiare i primi spari provenienti dalla testa
della colonna. Allibirono. Avevano
percorso appena qualche chilometro e da quegli spari compresero immediatamente
che quel viaggio non sarebbe stato un trasferimento verso un campo di lavoro,
ma prometteva di esser qualcosa di peggio. Di molto peggio. Come se ad
Auschwitz ci fosse la possibilità di trovare ancora qualcosa che fosse
peggiore! Continuarono a marciare in silenzio, ognuno assorto nei propri
pensieri, osservando quello che stava avvenendo. Una slitta enorme, trainata da
due cavalli e guidata da una SS superò la colonna sul lato destro avviandosi
verso al testa della colonna. Mentre li superava, l’SS alla guida della slitta
si rivolse ai due colleghi che chiudevano la colonna in una lingua sconosciuta
alla quale essi risposero nello stesso idioma. Jean disse sottovoce:
“dev’essere rumeno” credo di aver compreso una parola. Gli spari si udivano ad una intermittenza minore, erano più
numerosi. Una voce, proveniente dalla testa della colonna, ripetuta
meccanicamente sottovoce dai compagni di fila in fila, diceva che avanti si
fucilava. Non si sapeva né per quale motivo, né per ordine di chi avessero
avuto inizio le fucilazioni e nemmeno il numero dei loro compagni fucilati. La
colonna procedeva più lentamente; ormai anche le SS di scorta dovevano esser
stanche; camminare in quella neve era faticoso per chiunque. I nostri quattro
amici erano silenziosi, gli spari e la voce arrivata, mormorata, suggerita, che
accennava a fucilazioni, aveva ridotto il vocìo e solo ogni tanto qualcuno
scambiava la parola con il compagno che gli era accanto. Le SS che scortavano il fondo della colonna sembravano dei
poveri diavoli destinati a compiere un lavoro più grande di loro. Non davano
alcun fastidio, permettevano che i deportati si aiutassero l’un con l’altro e
si limitavano a fumare una sigaretta dopo l’altra. Il freddo, il gelo, che
incombevano quel giorno sulla marcia, loro sembravano non soffrirlo; i
deportati invece nelle loro misere uniformi a righe ed anche quelli che avevano
la fortuna di avere dei vestiti civili con la “finestra[1]”
il freddo lo soffrivano maledettamente. Nessuno di loro aveva la borraccia
piena di “Schnaps” o di Slivowitz come le SS di scorta che ogni tanto bevevano
un sorso per combattere il freddo e forse la noia che quel lavoro gli
procurava. Ad un tratto Pio, che marciava sulla fila esterna, disse:
“Stanno scavando, c’è anche la slitta”. Lentamente nel corso della marcia si
avvicinarono al punto in cui una decina di prigionieri scavavano nella neve una
fossa e notarono accanto a loro la slitta piena, zeppa di cadaveri imbrattati
di sangue. Erano i corpi di quelli che erano stati uccisi. Il motivo era per
loro ancora sconosciuto. Dopo qualche secondo la colonna si fermò. Era la prima
tappa che facevano, immersi nel gelo, nella fame e nell’angoscia. Si
scambiarono qualche parola cercando ognuno di indovinare il motivo di quelle
uccisioni, senza però venirne a capo. Erano abituati a vedere uccidere anche
senza motivo. Sul lavoro, nel Lager ed
anche nei blocchi. Ma così, durante una marcia che non si sapeva né quanto
dovesse durare, né in quale direzione puntasse, quegli assassinii apparivano ai
loro occhi del tutto assurdi. Finalmente i deportati addetti allo scavo ricoprirono la
fossa dopo aver stivato quelle decine di cadaveri e vennero comandati dall’SS
conducente la slitta di inserirsi nella colonna. Erano questi deportati, tutti
polacchi alti ed ancora abbastanza robusti, “bene in carne” come diceva
l’italiano ed aventi tutti una quarantina d’anni. Almeno così sembrava, perché
bisogna sempre ricordare che nel Lager vi era sempre la difficoltà di stimare
l’età di un compagno. La barba non rasata, i capelli ridotti ad un centimetro,
le vestimenta ridotte a stracci, la sporcizia e l’invecchiamento precoce
prodotto in tutti dalla vita terrificante del Lager non consentivano di dare
un’età precisa alla persona. I polacchi inseriti in fondo alla colonna vennero subissati
dalle domande dei compagni, alle quali poterono rispondere in quanto le due SS
che poi risulteranno essere romene, lasciavano fare e dire senza scomporsi.
Cosi anche la coda della colonna venne a sapere dal racconto di questi
“becchini” cosa succedeva in testa. Secondo loro rimanere in coda era una vera
e propria fortuna. Le prime file della colonna affondavano nella neve e
faticavano in modo incredibile a tenere il passo delle SS; man mano che uno dei
deportati non reggeva il ritmo della marcia e si accasciava al suolo l’SS più
vicino gli si avvicinava e gli sparava nella nuca. Dissero che le esecuzioni
sarebbero aumentate in numero incredibile alla ripresa della marcia in quanto
avevano osservato che vi erano numerosi deportati che venivano letteralmente
trascinati dai compagni per non farli finire dalle SS, ma anche questi compagni
coraggiosi ed eroici, un polacco disse in francese proprio la parola “eroici”,
erano - e si vedeva - stanchi, sfiniti, e non sarebbe stato possibile
continuare a sostenere l’amico per ancora molta strada. Dove si fosse diretti
non lo sapevano: il polacco che parlava bene il francese spiegò con voce
sommessa che secondo lui l’evacuazione del Lager avveniva in quanto si
prevedeva che l’avanzata dell’Armata Rossa lo avrebbe raggiunto nello spazio di
qualche settimana; comunque la colonna marciava in direzione di Gleiwitz, una
città a qualche decina di chilometri di marcia. ”Se non rallentano il ritmo di
marcia e non ci danno da mangiare, credo che nessuno di noi arriverà a Gleiwitz. D’altra parte non mi risulta che in questa direzione ci siano altri
Lager”. Le ultime parole del polacco generarono un silenzio penoso;
nessuno aveva voglia di parlare, qualcuno arrischiò qualche domanda che ricreò
quel clima che nel Lager non scompariva mai. Quel clima che imperversava nei
Lager, dove non esisteva alcuna razionalità e che fatti, moventi, azioni di
qualsiasi genere erano destinate a sfuggire a qualsiasi forma di determinazione
logica, ma erano proprie della ferocia e della crudeltà dei tuoi custodi e
nello stesso tempo carnefici che agivano secondo il proprio arbitrio. I morti, come spiegò il polacco, erano tutti ebrei di una
certa età, però gli assassinati dalle SS non si limitavano a quei pochi
cadaveri dello slittone: decine e decine di cadaveri in quelle prime ore erano
stati ricoperti soltanto dalla neve; loro si erano messi di buona lena a
scavare quella fossa per uscire dalla testa della colonna sperando che si
presentasse l’occasione di fuggire. Cosa meno difficile da attuare trovandosi
in coda alla colonna. Ad ogni modo il 90 per cento di quella colonna era
formato da ebrei di tutte le nazionalità d’Europa. Dopo circa un’ora di riposo la colonna riprese la marcia. I
quattro amici ormai sapevano quello che desideravano sapere ed a quelle che in
un primo tempo erano soltanto delle preoccupazioni, subentrò dentro di loro un
senso d’angoscia. L’unica consolazione era quella di trovarsi alla fine della
colonna e camminare su una pista già battuta che riduceva di molto la loro
fatica, come sa chi ha camminato sia sulla neve fresca che su quella battuta. Gli spari sempre più numerosi si fecero udire alla ripresa
della marcia. Ormai non si sentivano solo quelli lontani, il rumore si era
avvicinato. Questo voleva dire che anche verso la metà della colonna si era
cominciato ad eliminare i compagni stanchi, sfiniti dalla fame e dagli stenti,
ammalati ed incapaci di proseguire. Luis borbottò qualche parola in fiammingo che gli altri non
compresero. “Cosa hai detto?” - gli chiese Jean. “Niente” - rispose -
“Stavo parlando da solo. Mi chiedevo perché sono nato ebreo.” La colonna continuava la sua marcia sempre più lentamente.
I due SS ogni tanto si allontanavano a parlottare per qualche minuto con i loro
colleghi che li precedevano marciando sempre ai lati della colonna. Fu durante uno di questi loro abbandoni della coda della
colonna che tre polacchi, di quelli che prima avevano scavato la fossa, si
nascosero dietro un cespuglio che fiancheggiava la strada e raggiunsero così la
loro libertà. Le SS si accorsero che mancava qualcuno dopo qualche chilometro:
minacciarono i restanti in un cattivo tedesco di fucilarne dieci per ogni
deportato che avesse tentato la fuga e poi ebbero tra di loro, nella loro
lingua, un dialogo concitato di cui nessuno comprese una parola. Pio, l’italiano si prese la briga di contare il numero
degli spari che si susseguivano senza pausa alcuna. Quando venne buio, saranno
state le quattro del pomeriggio, quella interminabile colonna venne ammassata
in un enorme cortile e fatta dormire all’addiaccio. Qualche deportato riuscì a
trovare sotto una tettoia dei pezzi di legno e con la carta e i sacchi di
cemento che utilizzava come maglia accese un fuoco. Immediatamente, vicino a
quei fuochi improvvisati si accalcarono centinaia di deportati per riscaldarsi.
Molti, che erano lontani dal falò, si illudevano di riscaldarsi: per quelle
larve umane era sufficiente il fatto che fosse acceso un fuoco perché essi
avessero l’impressione di riscaldarsi. L’indomani, alla ripresa della marcia, il cortile era
disseminato di cadaveri. Il comandante di quella colonna ordinò di accatastare
quelle povere salme a ridosso del muro del cortile e poi ordinò la ripresa
della marcia. Attraversarono subito dopo un villaggio ed un polacco chiese ad
una donna, che da una finestra del pianoterra osservava quella immensa sfilata,
quale paese fosse ed avutane risposta informò i compagni che nel giorno
precedente avevano percorso si e no venti chilometri. Erravano ancora troppo
vicini ad Auschwitz, luogo della loro partenza. La destinazione non la
conoscevano e non avevano alcuna nozione né della strada che ancora rimaneva da
percorrere, né di quello che li avrebbe attesi al loro arrivo. Il polacco, quello che parlava bene il francese, raccontò
che lui era un deportato politico, non ebreo, e come ebbero modo di accorgersi
dalle sue parole era molto informato su tutto. Infatti espose le informazioni
che aveva sull’andamento della guerra sui vari fronti, ed illustrò loro le
previsioni sulla possibile destinazione di quella colonna, cioè i Lager di
Mauthausen, Buchenwald o Dachau. “Sono Lager nel cuore della Germania, lontano
dai fronti di combattimento. Cercheranno ancora di sfruttarci sino a quando avremo
una goccia di energia, poi finiremo nel crematorio.” Pio disse a Luis:
“Chiedigli se pensa che ci faranno marciare sino a quei Lager”. “No”, rispose
in italiano il polacco, “Credo che prima o poi ci imbarcheranno su qualche
treno. Dove non so”. Così da un discorso all’altro venero a sapere che egli era
un professore universitario, che prima della guerra era stato sia in Italia che
in Francia, che conosceva mezza Europa e che aveva resistito ad Auschwitz per
quasi tre anni e che neanche lui aveva immaginato di dover essere inglobato in
quella marcia. Egli aveva sperato di poter resistere nel campo, magari
nascondendosi, ed attendere l’arrivo dei soldati russi che non erano lontani.
Le notizie che raccontava sull’andamento della guerra le aveva ottenute raccogliendo
i giornali con cui i lavoratori civili alla BUNA incartavano le loro merende.
Anche se erano vecchi di qualche giorno, dai bollettini tedeschi ci si rendeva
conto che ormai la guerra per i tedeschi era agli sgoccioli e che non vi era
per loro alcuna possibilità di cambiarne l’esito. Bisognava tenere duro, per
lui la fine della guerra avrebbe potuto essere una questione di settimane. Le parole del professore polacco rincuorarono i quattro
amici: ognuno dentro di sé aveva fatto un primo esame chiedendosi quanto tempo
sarebbe stato in grado di resistere ancora alla vita di un Lager, beninteso se
avesse avuto la fortuna di sopravvivere a quella marcia. Il tedesco concordò
con quello che aveva detto il professore polacco. Continuarono a marciare tutto quel giorno. Ogni tanto la
colonna si fermava per brevi periodi di riposo e quando si riprendeva a
marciare il rumore degli spari si avvicinava sempre di più. Era chiaro che
adesso anche i deportati a metà colonna non godevano più i benefici dei primi
che aprivano la pista nella neve fresca. La maledizione degli spari, quindi
delle uccisioni, che prima ricadevano su coloro che aprivano la colonna
affondando i piedi nella neve fresca, adesso stavano decimando anche coloro che
si trovavano a metà colonna. Due persone anziane, almeno così sembravano, un francese ed
un polacco, non riuscendo più a tenere il passo si accasciarono a terra e quei
due SS rumeni, che sembravano dei bonaccioni, non esitarono a sparargli nella
nuca. Un fremito scosse Jean che profferì un ”maledetti, la pagherete” ed i
compagni videro che piangeva. “Quel francese lo conoscevo, eravamo assieme a Drancy e lui
inventava i giochi per i bambini ebrei per farli stare quieti e sopportare nel
miglior modo possibile la vita in quel Lager francese. Credo fosse un vecchio
maestro di scuola” disse. Le due SS di scorta, che sino a poco prima li lasciavano in
pace iniziarono a zittirli, ad ordinare di mantenere l’allineamento, come se
ciò fosse facilmente possibile, a promettere castighi di ogni genere non
comprendendo che ormai per loro il grande castigo era già in atto con quella
maledetta marcia. Pio aveva contato non meno di centocinquanta spari nello
spazio di qualche ora. Non possedendo nessuno dei deportati un orologio non
avevano la possibilità di dire in quanto tempo. Nel Lager e nella fabbrica
venivano svolte azioni ripetitive che permettevano di avere un’idea del tempo
trascorso sul lavoro e di quello che mancava per la distribuzione della zuppa e
del pane che erano per tutti le cose essenziali nella vita del Lager. Quando
alla Buna vedevano il lavoratore civile prendere la borsa e tirare fuori
qualcosa da mangiare sapevano che erano circa le nove e mezza e quindi che
mancavano ancora due ore e mezza alla pausa di mezzogiorno. Ma lì, durante quella
marcia tra la neve, senza il sole al quale fare riferimento, non riuscivano né
avere una nozione del tempo, né quella del percorso già effettuato. Il loro compagno belga era sfinito, durante le brevi soste
incurante del freddo, si accasciava sulla pista nevosa e li rimaneva immobile
sino all’ordine di riprendere il cammino. Iniziava la sera quando disse ai suoi compagni che aveva
l’intenzione di farla finita e di sdraiarsi a terra una volta per sempre. Luis
e Pio lo presero sottobraccio e lo aiutarono a marciare: ”Resisti ancora un
po’” gli dicevano incitandolo, ”fra poco saranno costretti a fermare la
colonna. Hai visto ieri? Col buio non ci fanno marciare”. Aiutato e rincuorato, David continuò a marciare. Arrivò
l’ordine di fermarsi. Questa volta non vi erano né cortili, dove far tappa, né
sterpi asciutti per accendere dei fuochi. La tappa si risolse in un riposo in
piedi “come i cavalli” disse un polacco, ma qualcuno che non riusciva a vincere
la stanchezza si sdraiò sulla neve. Il freddo quella notte fu molto intenso: il
professore lo stimò in almeno 16-17 gradi sotto zero. Li consigliò di non
sdraiarsi, di non dormire ma di fare di tanto in tanto un po’ di ginnastica
perché il rischio di congelamento era certo. Lo ascoltarono anche se il povero
David soffrì le pene dell’inferno. Avevano tutti una fame arretrata ed in
quella stagione non c’era nemmeno un filo d’erba da cogliere: tutto era coperto
da quella coltre di neve che serviva solo per attutire la sete e nient’altro. Allo spuntare dell’alba la colonna riprese la marcia. Ora
non erano più scortati da quelle due SS straniere; li stavano scortando e
chiudevano la colonna alcuni SS tedeschi di varie età che chiacchieravano fra
di loro di licenze, di bombardamenti delle città e della speranza che una volta
scortata quella colonna a destinazione fosse loro concessa una visita alla
famiglia. Uno dei più vecchi spiegò agli altri: “Io abito a Erfurt,
volete che non mi diano un giorno di permesso da trascorrere a casa mia?”.
Quella frase recepita chiaramente dal compagno tedesco gli chiarì
immediatamente la destinazione: Buchenwald[2]! Si accorsero subito di marciare tra file di cadaveri che
costeggiavano a destra ed a sinistra quella specie di strada: erano quelli dei
loro compagni deportati morti durante la notte, di stanchezza o assiderati o
uccisi, sarebbe più esatto dire assassinati, dalle SS quando al mattino
all’atto di riprendere la marcia queste avevano compreso che quelli non erano
più in grado di proseguire il cammino. Calcolarono che fossero centinaia i
cadaveri che nel marciare vedevano buttati ai lati della strada e, dal percorso
che fecero prima di superarli, si resero conto della lunghezza della
colonna. Si spaventarono, non
sapevano quanto sarebbe ancora durata quella marcia e quindi temevano
oltretutto anche la fame. Ormai erano due giorni interi che non toccavano cibo.
La doppia razione di pane l’avevano ingoiata subito dopo l’uscita dal cancello
di Auschwitz per avere almeno una volta dopo tanti mesi la sensazione di esser
sazi, ma senza alcun risultato. Anche dopo aver mangiato il pane la fame era
rimasta. Le SS di scorta non si
occupavano della colonna in marcia; erano intenti a parlare tra di loro di
licenze e di chilometri di treno da percorrere per arrivare a casa. Non
sembravano malvagi, ma come avevano dimostrato i due che li scortavano il
giorno prima, non c’era da fidarsi. La colonna aveva rallentato il ritmo di
marcia e si era anche ridotta nella sua lunghezza. Chi se ne accorse fu il
professore polacco che incitò David a superare un momento di sconforto che si
era impossessato di lui. Pio, Jean e Luis a turno lo sostenevano: affaticati ed
indeboliti erano meravigliosi nella loro abnegazione, nello dedicarsi ad un
compagno che due giorni prima nemmeno conoscevano. Arrivarono due soldati a cavallo, non riuscirono
distinguere se fossero SS o soldati della Wehrmacht, che senza scendere dai
cavalli parlottarono con il sottufficiale della SS che fungeva da capo,
indicarono con le braccia una direzione e se ne ritornarono per la stessa strada
dalla quale erano comparsi. La colonna ricevette l’ordine di fermarsi. Il comandante
riunì alcuni SS, discussero brevemente, appartati dalla colonna ed obbligarono
la testa della colonna di dirigersi nella direzione indicata dai due soldati a
cavallo abbandonando quella che si poteva considerare con molta buona volontà
una strada innevata. Attraversarono dei campi, i più fortunati riuscirono ad
impossessarsi di qualche cavolo, altri di erbe varie che spuntavano dalla
coltre nevosa. La fatica di marciare ora era enorme: David veniva
letteralmente trasportato, gli spari si susseguivano uno dopo l’altro. In
compenso quel tragitto attraverso i campi durò pochissimo, dopo non più di
mezzo chilometro infatti quando la colonna si fermò voltandosi si riusciva a
vedere il punto in cui avevano abbandonato quella che avrebbe dovuto essere una
strada innevata per prendere la via dei campi. Dopo pochi minuti arrivò un treno formato da una locomotiva
ed un certo numero di vagoni in ferro, aperti, quelli che i tedeschi usavano
per trasportare il carbone. Dapprima venne dato l’ordine di avvicinarsi al treno e
subito dopo i primi cominciarono a salire. Si accorsero subito che il numero di
vagoni era esiguo. Era impossibile che tutti riuscissero a stare in quei pochi
vagoni poco più di una quindicina. Furono gli ultimi a salire e con loro
salirono pure il professore polacco ed il compagno tedesco che era diventato il
loro tutore. Ormai essi pendevano dalle sue labbra. Si trovarono ammassati in oltre un centinaio in quel
piccolo vagone dove erano tutti costretti a rimanere in piedi: non vi era
alcuna possibilità di sedersi e tanto meno di sdraiarsi. Sorse immediatamente
il problema di dare una sistemazione a David che non riusciva più a stare in
piedi. Il professore polacco trovò subito la soluzione. David venne sdraiato
lungo la testata del vagone e gli altri ritti in piedi davanti a lui, assieme
al tedesco ed al professore, lo proteggevano avendo eretto una barriera a sua
difesa. Nel vagone cominciò
subito a farsi sentire il freddo, mentre marciavano nella colonna avevano
patito il freddo, ma con il movimento delle braccia e delle gambe riuscivano un
po’ a riscaldarsi. Adesso ammassati come le sardine in una scatola non vi era
più la possibilità di muoversi o di fare ginnastica. In quel vagone, come ebbero modo di constatarlo, era
rappresentato l’intero universo concentrazionario. Anche se la maggioranza dei
deportati era di nazionalità polacca, si trovavano ammassati alcuni ebrei
olandesi piuttosto anziani, altri ebrei belgi e francesi, alcuni russi della
loro età, un politico tedesco, alcuni jugoslavi e due greci, scuri in volto
tanto da sembrare nordafricani. I polacchi cominciarono subito a discutere e
manifestarono l’idea di prendere il comando del vagone e di decidere su tutto.
Furono bloccati dal tedesco e dai russi: ”Non abbiamo bisogno del
Blockaeltester[3] qui” gli
dissero. Fra le varie
persone rinchiuse in quel vagone non era il solo David in cattive condizioni.
La marcia aveva ridotto agli estremi molti di coloro che erano saliti su quel
vagone e Jean se ne accorse subito. Alcuni ebrei polacchi, già avanti con
l’età, erano ridotti proprio male. Appoggiati alla parete del vagone
rantolavano, un giovane francese sputava in continuazione sangue, altri si
davano da fare per coprirsi di più, ma con quei miseri cenci che avevano
addosso non concludevano niente. Quando il treno si mise in movimento cominciarono i guai
seri; prima il freddo era intenso, con la velocità del treno divenne
insopportabile. Le sferzate del vento, generate dalla velocità del treno ed il
fumo, misto alla puzza del carbone che usciva dal fumaiolo della locomotiva che
mentre risparmiava i primi vagoni, si calava sugli ultimi generando colpi di
tosse dovuti a quell’aria irrespirabile che si andava formando. Ebbero
l’impressione di essere rinchiusi in una camera a gas, di quelle di cui tanto
si parlava ad Auschwitz. Era, come disse Luis, riferendosi al Lager appena
lasciato, “un ritorno alle origini”. Tutti litigavano, tutti avrebbero voluto sedersi o
sdraiarsi, ma ciò era impossibile. Il freddo e la stanchezza avevano fatto per
un breve lasso di tempo dimenticare la fame. Non uno che avesse un pezzettino
di pane da ingoiare; quel po’ di neve, anche sporca di carbone che trovarono
appena saliti sul vagone, servì per calmare la sete di alcuni. Sporca, com’era,
venne ingoiata con avidità. David, sdraiato, nascosto e protetto dai corpi dei
compagni tremava, ma non si lamentava. Lo vedevano sereno, come se fosse
dominato da una sorta di rassegnazione per cui tutto quello che succedeva
attorno a lui non aveva più alcun interesse. Sembrava che non avesse più alcun
legame con il mondo, che fosse partecipe di altri avvenimenti, di altre
situazioni. Dopo qualche ora si ebbero le prime morti e con le prime
morti riebbero inizio le interminabili discussioni, litigi e minacce. Quei
morti che non potevano ovviamente stare diritti in piedi occupavano dello
spazio per cui tutti dovettero restringersi in spazi ancor più limitati di quei
pochi esistenti prima. Ad un tratto, dopo che il treno aveva attraversato delle
colline, apparve il sole; un sole invernale che non portava alcun tepore, ma
che servì a rincuorare quella miserabile torma di gente ormai votata alla
morte. Alla prima fermata venne distribuita una razione abbondante di pane e
l’SS che sovrintendeva alla distribuzione raccomandò di fare economia perché
sino all’arrivo a destinazione non ci sarebbero state altre distribuzioni.
“Acqua, Wasser, Eau”, si ebbe in risposta. Ottennero così che due di loro
andassero nella piccola stazione e tornassero con dei secchi d’acqua dai quali
chi aveva la Miscki[4] prima beveva
e poi la riempiva per tenersela di riserva. I due addetti alla distribuzione
dell’acqua furono costretti a fare la spola tra il vagone e la stazione numerose
volte, seguiti in questa loro funzione da altri che rifornivano il proprio
vagone. Ma il numero dei secchi a disposizione di quella stazione era limitato,
così, al termine di quella fermata effettuata forse per motivi di traffico,
molti vagoni erano rimasti senza aver potuto ottenere una goccia d’acqua. Il professore polacco era in vena di parlare. Iniziò a fare
delle domande a Jean: “Siete tutti ebrei?”. “Noi tre si” - rispose Jean.
“L’italiano credo di no”. “Dove ti hanno preso?”. “Vicino a Parigi, andavo a dormire
dalla nostra donna di servizio ed ero senza documenti. Stavano facendo una
retata, mi trattennero nella caserma della polizia ed uno dei poliziotti che
era cliente di mio padre mi riconobbe e disse che ero ebreo. Il suo capo mi
interrogò, fui costretto a confermarlo e mi portarono a Drancy. In quel Lager
trovai parecchi miei compagni di università tutti arrestati dalla polizia
francese e consegnati ai tedeschi che provvidero ad internarli. In quel Lager ci trovammo in centinaia e
centinaia: ebrei francesi e ebrei di altre nazionalità che si erano rifugiati
in Francia e che la polizia francese arrestò e consegnò al comandante del
Lager. Non è una storia che faccia onore alla Francia. Dopo l’affaire Dreyfus,
dicevano gli anziani a Drancy, nessuno avrebbe immaginato che sul suolo
francese potesse nuovamente attecchire l’antisemitismo. Pensavano che la
Francia fosse stata vaccinata, invece hai visto com’è andata? hai visto quanti
ebrei francesi giravano per Auschwitz? Da Drancy sono partiti una infinità di
treni pieni di ebrei. Pensa solo ad un fatto: il mio treno, partito l’11
febbraio di due anni fa venne riempito con i bambini che erano nel Lager.
Chissà dove sono finiti.” “Da noi” - disse il professore - “la cosa è stata ancor più
tragica. In Polonia avevamo forse la più grossa comunità ebraica del mondo. Ora
non esiste più. Io sono stato deportato, con dei miei compagni professori, sin
dal 1941, appena avevo cominciato a prendere contatto con la resistenza della
mia città. Ho avuto una grande fortuna, quella di conoscere delle lingue, così
mi hanno imboscato in un ufficio dove potevo stare al caldo e quindi non ho
patito come tanti altri il freddo degli inverni passati. Però ti posso
assicurare una cosa, anche da noi la polizia polacca si è comportata da serva
dell’invasore tedesco e gran parte dei deportati polacchi, non provenienti dai
ghetti appositamente creati dai nazisti per rinserrarci gli ebrei, sono stati
arrestati e consegnati alla Gestapo da poliziotti polacchi. Ma anche nei confronti
degli ebrei la polizia polacca si è comportata vergognosamente: un mio studente
all’università di Varsavia, arrivato ad Auschwitz a fine 1944, mi raccontava
che un poliziotto polacco suo amico gli aveva riferito, pochi giorni prima del
suo arresto, che con una circolare del comando nazista, ad ogni elemento della
polizia polacca che arrestasse un ebreo, fuori del ghetto spettava un terzo del
suo patrimonio e che questo “premio” aveva dato ai tedeschi dei frutti
insperati!”. Il tedesco ricordò che anche la loro polizia aveva le sue
colpe. “Le promesse di promozioni che vennero fatte ai poliziotti
subito dopo l’avvento del nazismo al potere dettero alla dittatura i suoi
frutti. Dagli alti gradi della polizia della repubblica di Weimar sino ai
graduati, tutti collaborarono con i nazisti. Né io, ne i miei compagni con i
quali si discuteva di questo fatto, non ricordavamo un solo caso di un
funzionario di alto grado della polizia che si fosse rifiutato di collaborare
con i nazisti. Anzi. La forza della
polizia politica nazista risiede ancora sull’apporto dei funzionari di carriera
i quali non si fecero scrupoli di entrare nella Gestapo e di usare i metodi e
le torture che la stessa adoperava per far parlare gli arrestati”. I discorsi tra di loro avevano preso una strada decisamente
politica e Jean raccontò che nonostante tutto gli ebrei francesi erano sempre
stati orgogliosi di esser dei francesi. Ricordò a tutti i francesi salirono sul
treno che li portava alla deportazione cantando la Marsigliese ed altre canzoni
patriottiche. “Quello che non sono riuscito a comprendere, a Drancy, è
stata la passività di noi ebrei. Eravamo così uniti, così solidali, ma a
nessuno è venuto in mente di ribellarsi. Sono sicuro che avremmo potuto
farcela. Molti in una tentata rivolta sarebbero morti, ma la maggior parte si
sarebbe salvata con la fuga. Non saremo finiti in questo carnaio a morire così
stupidamente” aggiuse Jean. “In Polonia una cosa del genere era impensabile, forse
perché il nostro Stato è troppo giovane, è nato con la fine della prima guerra
mondiale e della storia precedente pochi si ricordano. L’ignoranza è ancora
troppo diffusa tra la popolazione; mancano completamente le tradizioni e
mancando la tradizione ed essendo la popolazione ignorante, la solidarietà fra i
cittadini viene a mancare e tutti si trovano alla mercé del primo invasore che
capita il quale può valersi anche dell’aiuto della gente locale per compiere i
suoi delitti e sfogare la sua ferocia“. Interruppero il loro colloquio per confortare David che continuava
a lamentarsi e che ascoltando il colloquio tra Jean ed il professore volle dire
la sua: “E cosa credete, che quando quelli di noi che sopravviveranno quando
torneranno a casa e racconteranno quello che hanno visto e sopportato, credete
che qualcuno crederà alle nostre storie? Quando noi racconteremo quello che
abbiamo visto, il minimo che potrà fare quello che ci ascolta sarà di chiamare
un’ambulanza e di farci ricoverare in un manicomio!” “Ma non vedi che facciamo tutto il possibile“ - gli diceva
- “Sei l’unico in tutto il vagone che ha dei compagni che lo assistono. Cerca
di esser bravo. Abbi pazienza. Guarda Pio, che una settimana fa neanche
conoscevi ed oggi ti massaggia come un fratello!”. La morte continuava a mietere vittime. I deportati che
erano saliti in pessime condizioni sul vagone ormai morivano a distanza
ravvicinata generando sempre di più le discussioni sullo spazio ristretto che
rimaneva ai superstiti. Il vagone dietro il loro era un vagone passeggeri che
trasportava tutte le SS di scorta, ma parlare con loro, chiedere di poter
liberare il vagone dai compagni morti era una cosa impossibile. Luis,
rivolgendosi al professore polacco, espresse l’opinione che meglio di tutto
sarebbe stato liberasi di quei cadaveri gettandoli fuori dal vagone. Due
giovani russi che comprendevano il francese ed avevano udito la proposta di
Luis non persero tempo. Trasportarono i cadaveri lungo la fiancata del vagone
ed appena si fece buio li presero uno per i piedi e l’altro sotto le ascelle e
lentamente li scaricarono dal treno in corsa. Altri fecero la stessa cosa e
così, liberato da quella decina di cadaveri, nel vagone ci fu un po’ di spazio
in più, anche se ancora solo a qualcuno, dei più anziani e più deboli, venne
concesso di sedersi sul pianale del vagone. Trascorsero così la sera e la nottata, discutendo di
politica e di guerra e dormendo a tratti in piedi come i cavalli, molti nemmeno
accorgendosi che il treno faceva ogni tanto delle fermate per rifornire d’acqua
la locomotiva ed una volta anche per riempire il tender di carbone. I quattro giovani ascoltavano con interesse quello che
raccontava il compagno tedesco, un militante comunista della Ruhr. Nel Lager i
loro contatti con i tedeschi deportati si limitavano alle urla e alle bastonate
dei “verdi[5]”
ed adesso udire un tedesco, per di più antinazista, raccontare cosa era stata
la Germania prima del nazismo e le sofferenze patite sotto le feroci torture
della Gestapo dai suoi compagni arrestati, li sbalordiva. Le domande al loro
compagno tedesco fioccavano in continuazione ed egli con la calma rispondeva ed
illustrava loro sia la lotta degli antinazisti in Germania, i quali sapevano
benissimo che i loro sacrifici erano vani in quanto il consenso di cui Hitler
godeva nel paese era enorme, sia della lotta condotta dai tedeschi all’estero,
nell’emigrazione e nella guerra di Spagna, per facilitare la caduta di quel
regime. Tutti - disse - erano
consapevoli che la caduta sarebbe avvenuta solo attraverso una guerra e la
conseguente sconfitta militare della Germania.
Hugo, questo era il suo nome, raccontò loro la delusione e lo sconforto,
per non parlare di disperazione, che si erano impossessate di tutti i
democratici europei nel 1938 in seguito alla conferenza di Monaco in cui le
potenze occidentali pur di evitare momentaneamente la guerra avevano
accondisceso a tutte le pretese di Hitler. Jean chiese quale fu il comportamento della popolazione
tedesca durante il nazismo e Hugo, con la solita calma, continuò a dare
spiegazioni citando esempi tratti dai racconti di compagni di Lager che avevano
vissuto più a lungo di lui l’avventura politica nella Germania nazista e che
vennero deportati in tempi recenti. Lui non poteva testimoniare di persona, mancava dalla vita
civile tedesca dal lontano 1936, quando attraverso la Jugoslavia riuscì ad
approdare a Barcellona ed arruolarsi nelle brigate internazionali. Aveva saputo dai compagni tedeschi incontrati
a Dachau, prima di esser inviato in trasporto ad Auschwitz, degli enormi sforzi
- e non solo finanziari - che i resistenti tedeschi avevano sopportato per
mantenere viva la fiaccola della democrazia in Germania. Molti suoi compagni
erano stati processati, parecchi uccisi dalla Gestapo e tanti altri si
trovavano nei Lager disseminati nelle regioni tedesche. Allo spuntare dell’alba si ritrovarono stanchi, intirizziti
ed affamati. Solo David, sdraiato dietro di loro aveva dormito, ma si lagnava
di non sentire più le dita di un piede. Era l’inizio del congelamento. Mentre
Jean e Pio si alternavano nello sfregargli il piede per riattivare la
circolazione, Luis ed il professore che si muovevano nei limiti del possibile
in quel vagone fecero la triste scoperta che durante la notte altri sette compagni
di viaggio erano morti. Quindi anche quei cadaveri erano da gettare fuori dal
treno per aumentare lo spazio a disposizione dei sopravvissuti. Terminata
quella macabra operazione nel vagone si poteva, ponendo molta attenzione,
sedersi. Il pianale del vagone infatti era pieno di urina e di escrementi.
L’odore che aleggiava, nonostante la velocità del treno era nauseabondo.
Infatti era uno strano odore come quello che il polacco aveva notato nel Revier
di Birkenau, un odore di tessuti umani in preda alla cancrena. A giorno fatto oltrepassarono a velocità lenta una
stazioncina. Dal nome che era riuscito a leggere il professore li informò che
stavano entrando in Cecoslovacchia, ma neanche lui riusciva a stimare quanti
giorni di treno mancavano per arrivare al nuovo Lager dove erano inviati con
quel trasporto. Si accorsero ben presto di essere in un altro paese, in un
altro mondo: mentre il treno passava sotto i ponti, dall’alto donne e ragazze
gettavano nei vagoni mele, patate lesse, pezzi di pane e nel loro vagone arrivò
anche un pacchetto di sigarette. Ognuno si tenne quello che aveva conquistato
nella riffa che si era scatenata nel vagone dopo la caduta di quel po’ di
provviste, molti erano invece quelli che non erano riusciti ad arraffare
niente. La cosa dette luogo alle prime discussioni serie: era giusto, chiese
Jean, lasciare quei poveri vecchi francesi senza niente per il solo fatto che
stavano male e non potevano muoversi con la rapidità di un giovane? Un giovane
russo, che, come seppero poi, era stato un ufficiale nell’Armata rossa, propose
che eventuali altri lanci di generi alimentari fossero raccolti in un fondo
comune e distribuiti in parti uguali. Chi non ci stava i russi avrebbero
provveduto a buttarlo fuori del vagone, come si era fatto sino a quel momento
con i cadaveri. Il vagone accolse la proposta del russo con un silenzio per
niente rassicurante. Un polacco volle intervenire per mettere in discussione
l’autorità del russo, ma Hugo lo zittì. La proposta, quindi, venne accettata da
tutti. Passò molto tempo prima che si ripetessero quei lanci dai
ponti sotto i quali passava il treno. In compenso, in una cittadina della
Moravia dove il treno per la prima volta si fermò in una stazione, videro donne
e ragazze con dei panieri che volevano avvicinarsi ai vagoni ma che furono
brutalmente scacciate da quelle SS che erano scese dal treno e facevano la
sentinella ai vagoni. Le donne e le ragazze si allontanarono e quando il treno
riprese la sua corsa, dal primo ponte che attraversava la ferrovia piovvero su
quei vagoni delle cibarie. Immaginarono che a lanciarle fossero le stesse
persone che si erano recate alla stazione per distribuirle al treno. Il freddo, durante
due o tre giorni non fu così intenso come quello sofferto nei giorni
precedenti. Inoltre, liberandosi
giornalmente dei cadaveri, dopo aver tolto loro il cappotto e la giacca nel
vagone si era creato dello spazio per muoversi e quindi per riscaldarsi e molti
si erano procurati così anche degli stracci che servivano a coloro che erano
poco vestiti per ripararsi dal freddo oppure per creare giacigli per chi era
piuttosto malandato. Anche David divenne
proprietario di un giaciglio formato da vestiti e divise dei morti. Occorre
dire che si stava riprendendo lentamente; i massaggi, gli sfregamenti, come
diceva Pio, erano serviti. Grazie all’aiuto dei suoi compagni riusciva ad
alzarsi in piedi e camminare su e giù per il vagone per riscaldarsi e sia
l’ufficiale russo ed il professore polacco che avevano una certa anzianità dei
Lager e ne avevano viste di cotte e di crude dissero che la ripresa di David
era da considerarsi miracolosa ed elogiavano la solidarietà e la fratellanza di
quei quattro giovani che una settimana prima nemmeno si conoscevano. Il treno alternava in quel lunghissimo viaggio in cui
trasportava dei miserabili, mezzi congelati, affamati, malvestiti e dei
cadaveri, momenti di andatura veloce a momenti, ed erano quelli che duravano
maggior tempo ad andatura lenta. Se avessero avuto la fortuna di esser saliti
sui primi vagoni, i russi lo dissero chiaramente, si sarebbero gettati dai
vagoni in corsa, quando il treno rallentava. Ma da quel vagone, a qualche metro
del vagone delle SS di scorta, il tentativo era da considerarsi una pazzia.
Avrebbero ammazzato come un tordo chi avesse tentato un salto del genere;
talvolta sparavano anche sui cadaveri che venivano gettati dal treno! L’idea della fuga però non venne scartata; ne discussero a
lungo ed arrivarono a delle conclusioni che si possono riassumere in pochi
punti. Anzitutto la si doveva fare sinché il treno attraversava la
Cecoslovacchia, dalla solidarietà manifestata da quelle donne tutto faceva
ritenere che una volta riuscito il salto dal treno, a terra si sarebbe trovato
aiuto da quella popolazione. In secondo luogo la fuga doveva essere tentata
durante un rallentamento del treno nella notte. In terzo luogo bisognava esser pronti a saltare appena il
treno rallentava, prima, cioè, che il rallentamento mettesse all’erta le SS di
scorta. Tra i vagoni non esisteva possibilità di comunicazioni, qualche frase
durante e fermate e basta. I russi volevano tentare di comunicare agli altri
compagni la loro intenzione, ma il polacco li dissuase: ”Un gruppetto può
farcela” - disse loro - “Un esodo in massa provocherebbe certamente dei rastrellamenti”. L’ufficiale russo si diede da fare per organizzare la fuga.
Quella notte la fuga avrebbe interessato otto deportati, quattro russi, due
polacchi, uno jugoslavo ed un greco. Cominciarono con lo scegliere quelli che
avrebbero dovuto far da colonna lungo le pareti del vagone, la posizione che
avrebbero dovuto assumere, come tenere le mani in cui il compagno avrebbe
appoggiato il piede, lo slancio da dargli ed altri particolari di minor conto.
La preparazione fu meticolosa, il piano “operativo” era stato studiato nei
minimi particolari: tutti erano certi della riuscita. Con un mozzicone di
matita vennero scritti su uno straccio di carta alcuni indirizzi e tutti fecero
gli auguri ai prescelti che poi erano anche i più validi fisicamente per
tentare un salto dal treno. Il treno, quasi lo facesse apposta, quel pomeriggio
avanzava lentamente, andatura ideale per lanciarsi. L’attesa era spasmodica,
tutti tifavano per la riuscita della fuga, anche David che avrebbe voluto esser
della partita, ma che nelle condizioni in cui era ridotto non sarebbe riuscito,
non a varcare la parete del vagone, ma nemmeno a saltare due gradini. Venne la
sera ed il treno che tutto il pomeriggio andava lentamente cominciò a correre
ad una velocità impressionante. E continuò per qualche ora a correre generando
una profonda delusione sia fra coloro che dovevano partecipare alla fuga, sia
tra gli altri deportati che sulla riuscita di quella fuga avevano puntato
tutto. Consideravano la riuscita di quella fuga come una rivincita dei
patimenti e delle sofferenze subite e ad una vendetta dei compagni morti. Quella fuga doveva assolutamente riuscire. Intanto due
ebrei polacchi che da qualche giorno erano al limite delle sofferenze passarono
a miglior vita. Erano due scheletri. Non si volle buttarli ancora dal treno, si
doveva aspettare. Servivano, poveretti, per sondare lo stato in cui si
trovavano le SS. Se erano pronte a sparare o se lasciavano durante la notte la
postazione di guardia che avevano installato nel loro vagone. Finalmente, dopo ore di attesa il treno cominciò a
rallentare. Attendevano tutti pronti a lanciarsi quando da sotto i vagoni uscì
un rumore assordante di sferragliamento che fece comprendere che si stava
attraversando un ponte in ferro. Subito dopo il treno ricominciò la sua corsa
tra le bestemmie degli occupanti il vagone in tutte le lingue europee.
Trascorsi pochi minuti, non si erano ancora ripresi dalla delusione patita ed
ecco di colpo il treno rallentare, sembrava quasi che intendesse fermarsi. Al
via, l’operazione funzionò come se fosse stata predisposta dall’alto comando
della Wehrmacht. Alle pareti laterali dei vagoni erano piazzati otto deportati,
con le mani congiunte strettamente, ed aperte, davanti il ventre in modo che
chi si lanciava potesse metterci il piede e ricevere una spinta verso l’alto
che gli permettesse di oltrepassare la parete del vagone. La calata a terra
dall’altra parte era nelle mani di Dio, o della fortuna, come sosteneva il
russo. Tutto andò per il meglio, il tempo impiegato per il salto
durò solo dei secondi, non ci fu nessuno sparo e quindi non vi era nemmeno il
pericolo della rappresaglia, tanto temuta dal professore polacco. La riuscita del salto venne salutata dai deportati rimasti
nel treno con gridolini di soddisfazione. Quella riuscita era considerata da
tutti come una propria vittoria, come se fossero stati loro gli organizzatori
della fuga ed avessero una volta tanto messo nel sacco le temibili SS. Fra i cadaveri buttati fuori dal vagone e la fuga degli
otto, il vagone si era sfoltito. Erano però rimasti dei compagni di sventura
che fisicamente sembravano ancora abbastanza prestanti, ma che erano “partiti”
con la testa e che perciò facevano una gran pena. Vi era tra gli altri un
polacco coprofago che generava oltreché tristezza anche un senso di schifo, un
altro che si mordeva le dita e continuava a dire nella sua lingua: “Signore, io
non sono ebreo” come se volesse convincere qualcuno della sua non ebraicità.
Poveretto, sembrava, aveva le parvenze, di una quelle caricature che apparivano
nei giornali e nelle riviste antisemite! Vi era un giovane russo, scheletrico,
che appena lo sfoltimento lo aveva reso possibile si era sdraiato e non si
muoveva più. I compagni cercavano di alzarlo e farlo camminare per evitare che
cadesse preda del congelamento, ma lui si lasciava andare, ricadeva al suolo e
lì rimaneva. Anche per lui non vi era più nulla da fare. Un suo amico raccontò
che in patria quel giovane era considerato una promessa letteraria e che le sue
poesie erano state già tradotte in molte lingue dell’Unione Sovietica. Udendo
quel racconto, tradotto dal professore polacco, Pio, che faceva una ginnastica
tipica dei marinai per scaldarsi, smise i suoi movimenti e rimase per un po’ di
tempo pensieroso. Poi si risolse e chiese al professore: “Ma in Russia, non
parlano il russo?” Ebbe tutte le spiegazioni possibili, sul numero delle lingue
parlate, sull’immensità del territorio sovietico, sul numero delle repubbliche
che componevano l’Unione Sovietica e fu soddisfatto. “A scuola queste cose non
me le avevano mai insegnate” disse. L’indomani il treno si fermò in aperta campagna. A turno
vennero fatti scendere dai vagoni e da una cucina militare che doveva essere
stata inviata da qualche comando vicino ebbero una razione di una zuppa acquosa
ed una di pane. Ebbero anche il tempo di fare i bisogni e di dare con dei rami
secchi una scopata al vagone. Ormai, il treno libero da tanti cadaveri vedeva
ridotta la quantità dei deportati: i nostri amici però si accorsero che solo
pochi vagoni si erano esercitati in quello triste sport mattutino che qualcuno
aveva definito macabramente come “il lancio dei cadaveri”. Mentre loro
scopavano e pulivano con i rami secchi il loro vagone, i deportati di alcuni
vagoni stavano discutendo con le SS la possibilità di scaricare ed ammucchiare
in una spianata vicino alla linea ferroviaria i cadaveri dei compagni morti
durante il viaggio e che loro avevano accatastato nel vagone per ottenere dello
spazio. Cosa che non venne loro concessa. La pulizia del vagone risultò una pulizia sui generis, come
del resto comprenderà qualunque persona ragionevole. Non era possibile pulire
un vagone senza dell’acqua bollente e tutto ciò che era necessario per un
radicale lavaggio. Si tolse il grosso della sporcizia, ma quello che rimase e
che dovettero sopportare sino alla fine del viaggio i sopravvissuti fu l’odore,
il tanfo, la puzza che appestava l’aria e che facevano dire alle SS, che quando
erano costrette ad avvicinarsi ai vagoni si mettevano un fazzoletto davanti al
naso per non sentirli, “sporchi maiali“ “luride bestie” ed altre cose del
genere. In sostanza esse avevano ottenuto quello che sempre avevano desiderato:
ridurre quegli esseri viventi, nemici del grande Reich tedesco, ad
“Untermenschen”, a sottouomini, ad esseri simili agli animali e quindi poterli
in quella veste disprezzare. Nessuno di quegli assassini, altro non erano infatti che
assassini, si ricordò che quella povera gente era stata ammassata in quei carri
sporchi di carbone, senza gabinetti e che da cinque giorni non aveva avuto la
possibilità di lavarsi e non per colpa propria e che se anche avessero avuto
dell’acqua prima di lavarsi l’avrebbero usata per bere. Perché non era solo la fame che pativano in quel viaggio,
ma assieme al freddo pativano una sete tremenda. E chi ha patito la sete, sa
che è un patimento peggiore della fame. A sera inoltrata partirono. L’indomani dai ponti sopra la
ferrovia non c’erano più donne e ragazze che gettavano viveri nei vagoni. Prima non era molto quello che cadeva in ogni vagone, ma
l’importanza di quell’aiuto era stata la grande dimostrazione di una
solidarietà e di un sentimento di fratellanza che accomunava tutte le
popolazioni soggette al terrore nazista e dava a chi riceveva quei piccoli
aiuti la forza ed il coraggio di resistere. Il professore polacco a metà giornata, non vedendo nessuno
sui ponti sotto i quali passava la ferrovia disse: “Ragazzi, ho l’impressione
che siamo già arrivati in Germania”. Il freddo aumentò considerevolmente. Lentamente compagni e
compagni si spegnevano come candele nel loro e negli altri vagoni ed essendoci
spazio sufficiente non venivano più lanciati fuori. Venivano accatastati, uno
sull’altro contro una parete di testa del vagone. Forse mancava ai superstiti
anche la forza di sollevarli e buttarli fuori. David, sembrava fosse
intervenuto un miracolo del suo dio, migliorava, mentre nel vagone alcuni che
erano saliti apparentemente robusti e pieni di salute erano già morti da
qualche giorno. Non era possibile per nessuno fare delle anticipazioni: la
morte si prendeva chi voleva lei senza fare alcuna distinzione sullo stato di
salute col quale uno era salito sul treno. Era anche sparita la voglia di parlare. Normalmente, in
quei trasferimenti da Lager a Lager, che nel gergo delle SS e dei deportati erano
chiamati “trasporti”, la gente cercava di conoscersi, parlava della propria
famiglia, di cosa faceva prima della deportazione, della zona di provenienza,
delle speranze che aveva di riuscire a sopportare la prigionia e così avanti.
Altri parlavano del ritorno a casa ed esternavano i loro progetti per il
domani, per il dopoguerra. In quel vagone, invece, erano tutti diventati muti e
pensierosi. Era facile comprendere il loro pensiero. Tutti si chiedevano se da
quel tragico viaggio sarebbero usciti vivi.
L’unico che ancora aveva la voglia di parlare era Hugo. Nel suo francese abbastanza corretto
incitava tutti alla calma. Non serviva né agitarsi, né preoccuparsi. In quella
tragica situazione quello che occorreva era il mantenere la calma. Ormai,
diceva, ci troviamo tutti in una situazione tragica. Potremo uscirci nel
migliore dei modi se resisteremo sino alla fine di questo terribile viaggio e
se quelli che alla fine saranno vivi cercheranno di rimanere uniti e
presentarsi all’ufficio matricola del Lager d’arrivo uniti, come se al posto di
un gruppo di disperati si fosse presentato un plotone disciplinato di soldati. Il treno aveva aumentato la sua velocità col risultato che
le folate d’aria che si abbattevano su quei maledetti vagoni assomigliassero,
più che a colpi di vento, a rasoiate in faccia e sugli orecchi dei
malcapitati. Si accorsero che il treno
evitava le stazioni o in prossimità delle stesse si fermava per poi ripartire e
sorpassarle a velocità sostenuta. Era evidente che quelle erano tutte precauzioni
prese dalle SS che non intendevano rattristare la popolazione tedesca con la
visione e la presenza di quel treno ed ammorbare l’aria delle pulite città
tedesche con quel tanfo che usciva da quei vagoni. Interrompendo il silenzio uno jugoslavo, piuttosto anziano che in
patria faceva l’autista, raccontò che una sola volta gli era capitato di
sentire un tanfo del genere: era alla guida di una corriera che trasportava dei
turisti lungo la costiera dalmata, una strada stretta disseminata di buche e curve
una più brutta dell’altra, quando dovette accodarsi a due camion che
trasportavano maiali. Si era a fine luglio, il caldo era insopportabile, non
era possibile tenere chiusi i finestrini, né era possibile sopportare quella
orrenda puzza che emanava da quei camion. Li seguì per alcuni chilometri e,
considerato che non riusciva in nessun modo sorpassarli, al primo spiazzo dove
era situato un chiosco che vendeva bibite fermò la corriera e lasciò passare un
bel lasso di tempo prima di riprendere il viaggio. Ormai, come traspariva dai volti sofferenti di quei
deportati la loro unica speranza di sopravvivere era legata ad un veloce arrivo
a destinazione. Quel nome Buchenwald, enunciato dal professore polacco dopo
aver inteso il discorso degli SS che si attendevano qualche giorno di licenza a
missione terminata, ai componenti del vagone non diceva molto. Solo uno che due
anni prima era stato per un certo periodo a Monowitz, si ricordava che lì era
arrivato un trasporto direttamente da Buchenwald formato solamente da ebrei
tedeschi ed austriaci: tutte persone colte ed educate. Non sembravano
deportati, soggiunse. Jean si rivoltò:
“Noi cosa siamo? Delle bestie? Tu come fai a giudicare uno di noi?
All’occorrenza e quando abbiamo a che fare con delle persone civili anche noi
sappiamo esser educati. Mio nonno che era viennese mi raccontava che a Vienna
esisteva un proverbio, un modo di dire, che suonava così: col cappello in mano
si gira tutto il mondo. Cioè con la buona educazione.” Durante la corsa del treno era possibile leggere salendo
sulla catasta di cadaveri le tabelle che indicavano le stazioni e quindi i
paesi che venivano attraversati. Si era in Germania, “nella regione Sachsen”
(Sassonia) come insegnava il professore polacco. Per arrivare a destinazione non mancava molto. Invece nella notte
il treno si fermò per quasi tutta la notte, in aperta campagna suscitando la
disperazione tra i deportati che dovettero sopportare quel freddo e quel vento
terribile che arrivava dal nord e la rabbia delle SS che furono costrette a
scendere da loro vagone per montare la guardia ai vagoni dei deportati
sopportandone il tanfo e soffrendo anche loro il freddo pungente. Nel vagone quella notte risultò la più tragica. La fame, il
freddo e lo sfinimento che accompagnava i deportati, anche quelli che
sembravano i più robusti, si faceva sentire. Le morti furono numerose: vennero
ammucchiati nella catasta i corpi del giovane russo, del polacco coprofago,
dello jugoslavo autista della corriera che sino al giorno prima sembrava un Ercole,
e di tanti altri. Non era più possibile fare un calcolo sulle probabilità di
sopravvivenza: la fine dello jugoslavo, da tutti ritenuto il più forte ed il
più probabile superstite di quel viaggio tanto che alcuni si erano raccomandati
a lui perché nel caso di una loro morte provvedesse ad avvisare la famiglia,
gettò nello sgomento i superstiti. Quella morte diede il colpo di grazia a
molte speranze ed indusse un po’ tutti a fare dei paragoni con la sua prestanza
e con la sua vigoria. “Se non è riuscito a farcela lui, come e possibile che
riesca io a sopravvivere?” era la domanda che nel cuor suo ognuno si poneva. Il treno ripartì nella tarda mattinata. Nessuno conosceva
l’ora, giudicavano da quanto tempo al buio della notte era subentrato il
chiarore del giorno. Di sole nemmeno parlarne. Solo freddo. Freddo e fame. Avevano avuto il permesso, durante una
fermata nelle prime ore del mattino, che uno di loro scendesse dal vagone e
riempisse le Miscki (le gavette) di neve: avevano approfittato dell’occasione
per riempire anche quelle dei morti e così almeno avevano fatto provvista
d’acqua per un giorno intero. Erano arrivati agli estremi, ormai il vagone si spopolava
nel senso che i sopravvissuti diminuivano a vista d’occhio e che dei partenti
da quella stazioncina (ma era poi una stazioncina?) polacca erano ridotti a
meno della metà. Se si doveva arrivare a Buchenwald (e dov’era? in capo a
mondo, dato che dopo cinque giorni di viaggio ancora non era in vista ?) quanti
sarebbero stati i superstiti? D’altra parte era chiaro, anche per un profano,
per uno che non conoscesse niente dei Lager, che il grande crollo sarebbe
avvenuto dopo un certo numero di giorni quando le resistenze fisiche e morali,
fame, freddo e demoralizzazione, avrebbero ceduto e lasciato campo libero alla
morte. Nei brevi momenti in cui si accendeva tra di loro la voglia
di parlare ed aprivano un dialogo, chi li ascoltava si sarebbe accorto che si
riferivano sempre alle sofferenze ed ai patimenti di quei giorni di viaggio in
treno e mai parlavano di quella maledetta e faticosissima marcia tra la neve
durata due interminabili giorni.
Nessuno ne parlava. Sembrava che quella marcia, nonostante le sofferenze
e le uccisioni compiute dai nazisti, non fosse mai esistita. Era questo un fatto tipico dell’universo concentrazionario,
quello di ricordarsi le angherie, le sevizie e i patimenti recentissimi e
dimenticare quelli di neanche una settimana prima. Hugo, anche per
rompere quel silenzio che assumeva aspetti angosciosi, chiese ai ragazzi se
prima di esser deportati conoscevano già quale era la loro destinazione. Solo
Luis rispose che se l’era immaginata. Lui aveva avuto la fortuna di esser uno
degli ultimi a partire dal campo di concentramento di Westerbork che i nazisti
avevano istituito in Olanda. Gli ultimi olandesi arrestati ed internati in quel
Lager avevano raccontato di aver ascoltato una trasmissione di Radio Londra in
cui si parlava di Lager della Polonia dove si praticava lo sterminio degli
ebrei e dei resistenti. Jean invece raccontò che a Drancy, vennero informati
che in un primo tempo venivano trasferiti a Metz, nella Lorena, e che da lì
sarebbero stati inviati a lavorare in Germania. David e Pio non avevano mai
avuto idea di cosa potesse loro succedere. Per Pio era già abbastanza non esser
stato fucilato al momento della cattura. Salendo sul mucchio di cadaveri accatastati ogni tanto si
vedeva in lontananza qualche città oppure le stazioncine dei paesi che
attraversavano. La fame aveva invaso tutto il loro essere. Alcuni giorni prima,
all’inizio del viaggio, di comune accordo per soffrire di meno avevano deciso
di non parlare di cibo e di mangiare in genere. David ora che si sentiva
abbastanza bene, tanto da aver la forza di lagnarsi continuamente, cominciò a
parlare della necessità di trovare un pezzo di pane. “Non ce la faccio più!”
andava dicendo, come se sperasse che qualcuno sentendo la sua lamentela si
commuovesse e gli portasse un pezzo di pane.
Verso sera, il professore salito sulla catasta riuscì a
leggere il nome di una stazione: Chemnitz. ”Ancora poche ore di viaggio” disse. Ma non fu così. Continuarono di tanto in tanto a posare i
compagni che morivano sulla catasta ed a soffrire il freddo. Durante la notte
nevicò abbondantemente e nonostante che il treno in certi tratti proseguisse il
suo viaggio abbastanza velocemente, il vagone si era riempito di neve. Spuntò il giorno, una giornata grigia, fredda e nebbiosa
peggio di tutte le altre che avevano vissuto in quel treno. Della fine di quel
viaggio non c’era la minima avvisaglia. Nel pomeriggio, improvvisamente il treno si fermò. In
silenzio attesero che qualcosa succedesse, che qualcuno si facesse vivo. Non
avevano neanche la voglia e al forza di salire sulla catasta e guardare fuori.
Troppe volte la delusione li aveva ripagati della loro curiosità. Nemmeno dagli altri vagoni arrivavano dei
rumori: ebbero l’impressione di vivere in un mondo fuori del mondo. Dov’erano
finite le grida e la confusione che uscivano fuori da tutti quei vagoni ogni
volta che il treno si fermava? Dopo un breve tempo, si udirono aprire le porte dei vagoni
e delle urla in tedesco. Erano quindi arrivati. Sul vagone salirono due deportati che cominciarono a
scaricare i cadaveri. Si vedeva lontano un miglio che costoro erano stupefatti
e non capivano niente di quello che era accaduto. Lavoravano come automi senza
nemmeno potersi turare il naso. Furono loro che dissero che quel Lager era
Buchenwald. I deportati del vagone ormai da tempo a quel tanfo non
facevano caso, erano abituati. Attendevano momento per momento che li facessero
scendere e liberarsi da quelle condizioni inumane. Invece dovettero attendere
che i due passassero tutti quei cadaveri ad altri due compagni che erano
rimasti a terra e che a loro volta li caricavano su un camion. La stessa cosa avveniva
negli altri vagoni. Quando il primo camion fu pieno e si allontanò, poterono
per una decina di minuti e forse più a parlare con i due deportati che erano
rimasti in piedi sul pianale del vagone in attesa che si avvicinasse un altro
camion e raccontarono la loro odissea. Finalmente i superstiti vennero fatti scendere da quei
puzzolenti vagoni e vennero scortati all’interno del Lager, al bagno e poi in
quarantena dove riuscirono dopo tanto tempo ad ingoiare la zuppa calda,
mangiare la razione di pane con la margarina ed a riscaldarsi attorno alla
stufa. Secondo Luis erano arrivati in paradiso: parlando tra loro
non facevano altro che confrontare Auschwitz con Buchenwald. La razione di
pane, il comportamento degli addetti al bagno, il capo del loro blocco, il 59,
con quello che avevano avuto nell’altro Lager, gli indumenti che gli erano
stati consegnati dopo il bagno, e così avanti. Tanta era l’assurdità dei campi di concentramento che,
persino un Lager come Buchenwald, poteva venire citato come un posto idilliaco.
Con quel treno i morti arrivati a Buchenwald da Auschwitz scaricati e,
ovviamente, non presi in forza dal Lager furono 449.[6] [1] La “finestra” consisteva in un quadrato di stoffa
di diverso colore, di circa venti centimetri di lato che veniva inserita sul
dorso del vestito civile o del cappotto, sempre civile, che veniva consegnato
al deportato e che, in caso di fuga, serviva per comprendere immediatamente la
sua condizione di fuggiasco. [2] Infatti Buchenwald si trova a meno di trenta
chilometri da Erfurt. [3] Capoblocco. [4] Gavetta, gamella. [5] I verdi erano i criminali abituali che dal 1937
affluirono nei Lager ed ai quali le SS davano di preferenza incarichi di
comando nel Lager. I famigerati Kapò tedeschi appartenevano quasi tutti alla
categoria dei verdi. [6] Le testimonianze che sono servite per raccontare
questo viaggio sono: a) quella di Luis (Luis De Wijze -1 e Sweelinkstr. 72 L’Aia) . Una
copia si trova nell’archivio del Lager di Langenstein-Zwieberge, dove Luis
venne inviato nel febbraio del 1945 e dove ci siamo conosciuti; b) quella di un professore polacco che raccontò, dandoci parecchi
elementi su quel viaggio, a me ed all’ex deputato comunista tedesco Willi
Burkart la sera dopo l’arrivo a Buchenwald; c) quella di Pio Bigo, in una lettera scrittami nel 1987 in risposta
all’invio della bozza delle pagine del mio libro riguardanti lo scarico dei
vagoni a Buchenwald; d) la statistica delle morti del mese di gennaio 1945 del Lager di
Buchenwald, reperibile presso l’archivio storico dello stesso Lager.
|
|||||||||||||||
| RecSando (1995-2010) La tua Piazza Virtuale | |
rendering time: 0,00000s |
|