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venerdì 10 febbraio 2012 Ore: 04:23 |
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Per non dimenticare Per non dimenticare ...Tino
I
Testimoni di Geova[1] nella bufera
del nazismo. Non so quanto si sappia oggi in Italia ed in Germania sulle
persecuzioni cui furono soggetti gli aderenti a questa relativamente nuova
religione[2]
da regimi totalitari come quello fascista e quello nazista. Le persecuzioni fasciste furono opera di dilettanti, se
paragonate a quelle naziste che si scatenarono sui Testimoni di Geova in tutta
l’Europa occupata dalle armate naziste. Le persecuzioni operate dal fascismo
erano anche legate al fatto che i Testimoni di Geova agivano in un paese dove
la religione cattolica era dichiarata religione di Stato, dove il clero, ormai
legato mani e piedi al regime, vedeva la loro opera proselitismo come una temibile
concorrenza su quello che potremmo eufemisticamente definire lo stesso
“mercato” e che quindi tentava di ostacolare in tutti i modi, non rifuggendo
gli organi della chiesa di segnalare o denunciare alla polizia gli apostoli della nuova religione. Prima del 1927 non troviamo negli archivi italiani alcuna
menzione dei Testimoni di Geova eccetto una sentenza emessa dal Tribunale
militare di Alessandria contro Remigio Cuminetti che nel 1917 rifiutava di
prestare servizio militare in quanto Testimone di Geova. Dopo il 1927 negli archivi troviamo rapporti di polizia, di
prefetti, segnalazioni del ministero dell’Interno a prefetti e questori,
rapporti dell’OVRA, rapporti che riguardano perquisizioni, interrogatori ed
informazioni su aderenti, amici e simpatizzanti. Era ovvio, in quegli anni bui del regime fascista che
cercava di inculcare nelle teste degli italiani l’idea della necessità di
lottare per il raggiungimento di fini che ancora non erano del tutto precisati,
che un gruppo che esaltava il pacifismo e rifiutava d’indossare una qualsiasi
divisa e di portare le armi dava fastidio al regime imperante tanto più che
essi si proclamavano politicamente neutrali. Comincia così il Ministero dell’Interno con una sua
circolare ad interessarsi di loro delegando gli organi di polizia ad indagare
sugli abbonati a “La Torre di Guardia”[3].
In quel periodo la confusione regnava sovrana nella burocrazia poliziesca
italiana: si confondevano i Testimoni di Geova con i Pentecostali ed altre
“sette” religiose come risulta dalla circolare 027713 del Ministero
dell’Interno che aveva come oggetto “Sette religiose dei Pentecostali ed
altre”. Il Tribunale Speciale dedicò una piccola parte del suo
tempo anche a loro; infatti la sentenza Nr.50 dell’aprile 1940 condannò 26
Testimoni di Geova a complessivi 186 anni di carcere. Altri 22, indagati
dall’O.V.R.A. furono condannati ad anni di confino e 89 di loro vennero
ammoniti o diffidati. La persecuzione in Italia ebbe origini diverse da quella
feroce che i Testimoni di Geova sperimentarono nello stesso tempo nella
Germania nazista. In Italia le origini della persecuzione si trovano in grembo
a Madre Chiesa, alla denuncia di preti cattolici che si vedono assediati,
specie in qualche piccolo paese, dalla incessante propaganda degli attivisti
alla ricerca di proseliti e denunciano[4]
verbalmente o con scritti la “setta” come un pericolo per l’integrità dello
Stato fascista. A Milano, si legge in un rapporto dell’O.V.R.A. che il loro
ufficio venne chiuso dalla Questura “a causa della reazione del clero cattolico
e dell’intonazione antifascista dei libri distribuiti".[5] In Germania la persecuzione assume aspetti feroci e
brutali. Uomini e donne, famiglie intere vengono deportate. I fucilati, i decapitati
e gli impiccati assommano a parecchie centinaia. Vengono umiliati,
sbeffeggiati, scherniti ed indicati al pubblico ludibrio prima, ed arrestati
poi, per l’attaccamento alla loro fede che indica un solo Signore e proibisce
non solo manifestazioni di carattere militare, ma persino di pronunciare il
saluto in cui si riconoscevano milioni di tedeschi, lo “Heil Hitler”. La politica nazista, sin dai primi giorni dell’avvento al
potere di Hitler, è chiaramente indirizzata al totalitarismo alla formazione di
uno Stato dittatoriale in cui nessuna scheggia della vita sociale possa o debba
rimanere fuori dagli scopi più o meno velatamente dichiarati e perseguiti dal
regime nazista. Spariscono, o meglio vengono disciolti partiti politici,
sindacati (anche quello cattolico) ed associazioni che potrebbero costituire
una resistenza politica al dilagare del nazismo. Politicamente i Testimoni di
Geova sono neutrali; non si interessano di politica, seguono i loro principi
tra i quali ve ne sono tre in conflitto permanente con il nazismo: 1) Geova,
Dio, è il Sovrano Supremo; 2) I veri cristiani sono politicamente neutrali; 3)
Dio risusciterà coloro che si saranno dimostrati fedeli a lui sino alla morte. Era chiaro che basandosi su questi principi, da cui essi
non erano disposti a transigere, il conflitto con il nazismo, la sua dottrina
ed il suo autoritarismo era inevitabile. Non era possibile, per chi aveva deciso di dedicare la sua
vita al Dio in cui credevano ed a cui attribuivano la loro salvezza, urlare per
le piazze o salutare il prossimo con un “Heil Hitler” che avrebbe implicato
un’ammissione di salvezza attraverso un essere umano, Hitler. Inoltre, pur
essendosi sempre dichiarati politicamente neutrali, ma sostenendo l’avvento del
regno di Dio, erano considerati praticamente come dei sovversivi nella Germania
nazista. Né più, né meno, dei comunisti o dei socialisti. Avevano voglia di
dire e richiamarsi all’epistole in cui si richiedeva già ai tempi dei romani di
“sottoporsi alle autorità superiori” e dichiarare di non aver mai fomentato una
rivolta, una ribellione! Per il solo fatto di non accettare l’ordine costituito
del regime nazista, col suo contorno di bandiere, di sfilate, di irrigimentazione
della gioventù e degli adulti in vari corpi indossanti sgargianti divise, erano
considerati dei sovversivi e come tali da mettere al bando della società
tedesca. O, meglio, da rinchiudere nelle galere o nei campi di concentramento
dopo aver tentato in vari modi, sempre brutali e feroci, di farli desistere dal
loro atteggiamento. Per i nazisti, i Testimoni di Geova incarnavano tutto ciò
che essi odiavano: il movimento era internazionale, influenzato dall’ebraismo
attraverso l’Antico Testamento e della sua escatologia. Infatti, pur avendo in comune con la religione cattolica e
protestante i testi sacri da cui essi trovavano ispirazione e fondavano il loro
Credo, al contrario sia dei cattolici che dei protestanti seguivano i principi
religiosi dei sacri testi con ortodossia e solo raramente si erano permessi di
biasimare le altre chiese che per secoli avevano consentito ai cristiani di
armarsi e combattere, quando uno dei comandamenti comuni a tutte e tre le
religioni prescriveva di “non ammazzare”! Il loro disinteresse per la politica venne meno negli anni
venti. Essi non avevano alcuna intenzione, né l’avranno successivamente di
partecipare alla vita politica del loro paese: erano immersi completamente
nelle loro attività professionali ed in quella religiosa. Sennonché, a partire
dal 1927 inizia ad avere una certa risonanza nella stampa e nell’opinione
pubblica tedesca il programma dei nazionalsocialisti enunciato da Hitler alcuni
anni prima nel suo “Mein Kampf”. I testimoni di Geova che già da anni stavano richiamando -
attraverso le loro riviste - l’attenzione dei discepoli sugli sviluppi militari
che avvenivano nella repubblica di Weimar, nel 1929 nell’edizione tedesca di
una loro rivista intitolata “L’età d’oro” qualificarono il nazionalsocialismo
come “un movimento che sta agendo direttamente al servizio del nemico
dell’uomo, il diavolo”. Era un articolo prettamente religioso, non politico, ma
denunciando il nazionalsocialismo come un movimento al servizio del diavolo, lo
stesso articolo assumeva una valenza politica chiaramente contraria a quel
movimento. Alcune settimane prima dell’avvento al potere di Hitler[6]
la stessa rivista riportava: ”Incombe la minacciosa ombra del movimento
nazionalsocialista. Sembra incredibile che un partito politico dalle origini
così insignificanti e dalla politica così poco ortodossa possa nel giro di
pochi anni assumere proporzioni tali da eclissare la struttura di un governo
nazionale. Eppure Adolf Hitler ed il suo partito hanno compiuto questa rara
impresa”. Eccetto queste considerazioni, nelle pubblicazioni dei
Testimoni di Geova che in quegli anni inondarono letteralmente la Germania[7]
non troviamo né incitamenti politici, né indicazioni di voto. Il governo degli
uomini esulava dalla mentalità dei Testimoni di Geova. Essi erano e si
consideravano teoricamente dei sudditi, più che dei cittadini. Ma per il nazismo ciò non era sufficiente. Qualche mese
dopo l’ascesa al cancellierato di Hitler, con le camicie brune scorrazzanti in
tutta la Germania ad arrestare, bastonare e deportare i loro avversari
politici, la sede dei Testimoni di Geova di Magdeburgo venne confiscata per la
prima volta (4 aprile) e le circa 200 persone che lì dentro svolgevano la loro attività
che in sostanza culminava con l’organizzazione della loro opera di proselitismo
che si diramava nei vari Land tedeschi, vennero sbattute fuori. Il 28 aprile, ritirata l’ordinanza di confisca, la sede fu
loro restituita. Paventando altre misure, risultando chiara l’avversione che le
autorità locali naziste manifestavano continuamente contro di loro, i Testimoni
di Geova organizzarono una grande assemblea a Berlino alla quale parteciparono
oltre 7.000 adepti e durante la quale chiarirono pubblicamente le loro intenzioni:
“La nostra organizzazione non è politica in nessun senso. Insistiamo solo
nell’insegnare alla gente la parola di Geova Dio, e questo senza impedimenti”. Non era nemmeno concepibile nelle menti naziste di
tollerare delle persone che si dichiaravano neutrali, ma che non s’impegnavano
in maniera assoluta a divulgare il verbo nazista. Anzi. Essi però intendevano svolgere quella che era la loro
missione: insegnare la parola di Dio alla gente, il che equivaleva a continuare
la loro azione di proselitismo. Per chiudere definitivamente la partita la sede
di Magdeburgo venne nuovamente e per sempre confiscata. 650 quintali di
pubblicazioni di carattere esclusivamente religioso vennero bruciati; le loro
adunanze vennero sistematicamente interrotte; si procedette da parte della
polizia ai primi arresti ed alle sanguinose bastonature degli adepti alla nuova
fede. Subito dopo queste operazioni della polizia, ormai
asservita al nazismo, appaiono sui settimanali e sulle pubblicazioni in genere
della loro comunità articoli e testimonianze che mettono in evidenza la
brutalità dei nazisti pur non entrando né in una polemica di carattere
politico, né in dichiarazioni di avversione al nazismo. Dapprima si cerca con
gli scritti di infondere coraggio ai Testimoni di Geova tedeschi e di informare
l’opinione pubblica di ciò che stava avvenendo in Germania. Già nell’agosto
1933 la loro rivista “Golden Age” riportava la testimonianza di un giornalista
su quella che definiva la rivoluzione nazista in Germania: “E’ stata realizzata
a prezzo di indicibili sofferenze e difficoltà, come possono attestare le
migliaia di cittadini onesti e patriottici che sono stati privati della casa e
dell’impiego, le migliaia di oppositori politici che ora sono rinchiusi dietro
il filo spinato dei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati a
motivo della loro opposizione, e le poche migliaia che si sono autoesiliati per
sfuggire ai terrori del nuovo regime”. Il numero del 1° novembre 1933 della “Torre di Guardia” non
si limita ad infondere coraggio, esso passa all’attacco e nonostante le
persecuzioni in atto e scrive: ”Non li temete !” in un articolo dedicato ai
loro correligionari tedeschi. In febbraio J.F. Rutherford, presidente della Watch Tower
Society[8],
invia una lettera di protesta
direttamente a Hitler nella quale gli pone anche un termine ultimativo: il 24
marzo 1934. O lui fa cessare tutte le persecuzioni contro i Testimoni di Geova
ed ordina ai suoi funzionari e poliziotti di lasciarli radunare pacificamente
per adorare Dio, oppure tutte le loro pubblicazioni nelle varie lingue
riporteranno testimonianze sulla brutalità e ferocia che i suoi correligionari
sono stati costretti a subire nella Germania nazista. La risposta venne data non da Hitler, ma dalle autorità di
polizia che spedirono nei campi di concentramento decine e decine di Testimoni
di Geova. Il 7 ottobre 1934 in 49 paesi si riunirono le assemblee
straordinarie dei Testimoni di Geova per protestare contro i trattamenti
persecutori e le violenze inflitte ai loro correligionari in Germania che
approvarono il testo di un telegramma che venne spedito a Hitler e che
terminava con la seguente frase: ”Astenetevi dal perseguitare
ulteriormente i Testimoni di Geova, altrimenti Dio distruggerà voi ed il vostro
partito”. Le persecuzioni vennero intensificate, Hitler urlò: “questa
genia sarà sterminata in Germania!”. La campagna d’informazione dei Testimoni di Geova continuò.
Chi si aspettasse di trovare in quella campagna accenni o motivazioni politiche
rimarrebbe deluso: essi non vengono mai meno a quel principio di neutralità
politica che fa parte dei loro principi fondamentali. Ubbidiscono alle leggi
dei governanti perché a ciò li spinge la loro lealtà
verso Dio, ma esiste in loro un confine insuperabile. E’ quello che passa
attraverso i doveri che essi hanno nei confronti dell’uomo ed i doveri che
hanno nei confronti di Dio. La loro rivista[9]
descrive l’inferno nazista ed il suo sistema “spionistico”: “Può introdursi in
qualunque abitazione privata, può far ricorso alla tortura, e non ci si può
appellare contro le sue iniziative o le sue decisioni. Può operare arresti e
incarcerare sulla scorta di semplici sospetti senza che le sue vittime ne
sappiano le ragioni”. La campagna di stampa da loro iniziata prosegue durante
tutto il periodo che il nazismo impera in Germania. La rivista “Consolation”
nel 1937 denuncia gli esperimenti con gas venefici che si fanno nei Lager (Dachau): nelle loro pubblicazioni apparvero gli schemi, le piantine,
mirabilmente disegnate dei campi di concentramento. La pubblicazione di quelle
di Esterwegen e di Sachsenhausen, quest’ultimo aperto da pochi mesi nel 1936,
lasciarono stupefatti tutti coloro che si occupavano, specie nelle Americhe
della politica nazista. Particolarmente importante mi sembra il caso di segnalare
che nonostante tutte le ricerche effettuate dalla polizia nazista, mai, dico
mai, essa riuscì a scoprire dove venivano stampate le molte pubblicazioni dei
Testimoni di Geova. La segretezza assoluta veniva mantenuta dagli adepti che
nonostante le torture e le bastonature da parte della Gestapo mai si lasciarono
sfuggire un nome o un'indicazione che permettesse ai loro persecutori di
scoprire una tipografia od un indirizzario. Le dichiarazioni di
un alto funzionario della polizia berlinese: ”E’
difficile trovare in Germania i luoghi in cui si continuano a stampare le
pubblicazioni degli Studenti Biblici (cosi venivano chiamati i Testimoni di
Geova), nessuno parla, nessuno tradisce i compagni”. E’ il miglior complimento
che potesse provenire alla loro comunità dallo Stato nazista. La stampa dei loro opuscoli e delle loro opere religiose
proseguì nonostante gli sforzi e la rabbia della Gestapo che abbondò in
fucilazioni, torture, imprigionamenti e deportazioni e continuò sino alla fine
della guerra. L’azione repressiva e brutale contro i Testimoni assume
forme di una violenza inaudita quando i primi di loro chiamati alle armi si
rifiutarono di indossare l’uniforme e di portare le armi. Dapprima si cercò di
convincerli con le bastonate. Sembrava impossibile agli addetti agli uffici di
leva che delle persone si rifiutassero ostinatamente di prestare il servizio
militare. I poliziotti investiti del caso ritennero che dopo una buona dose di
bastonate questi reprobi avrebbero accettato di prestare il servizio militare. Ma inutilmente. Nemmeno dopo le prime fucilazioni ci furono
Testimoni che abiurarono la loro fede. Si pensò, da parte degli organi di
polizia (in quanto l’esercito aveva considerato il rifiuto come un affare che
non lo riguardava e che doveva essere demandato per la soluzione alla polizia,
la quale si lavò le mani e passò tutte le pratiche alla Gestapo), che la cosa
migliore consistesse nell’arresto e nel rinchiuderli nelle segrete delle
carceri. Molti Testimoni di Geova trascorsero tempi lunghissimi in celle buie,
umide, senza alcun conforto, senza un libro di preghiere, senza una notizia dei
familiari prima di essere inviati in un campo di concentramento. Alle loro donne che professavano la stessa fede non toccò
una sorte migliore. Vennero strappate alle loro famiglie, lasciando spesso
mariti e figli nel completo abbandono, rinchiuse dapprima nelle carceri e, dopo
che i tentativi delle SS per farle abiurare non sortirono alcun risultato,
furono deportate. Dapprima finirono nel Lager di Lichtenburg, successivamente
con l’apertura di quello di Ravensbrueck si provvide ad inviarvene parecchie
centinaia. Nonostante le sofferenze e le angherie subite nelle carceri e nei
Lager dimostrarono un attaccamento alla religione professata che non ebbe
uguali. Come i loro mariti e fratelli si erano sempre rifiutati di collaborare
con qualsiasi cosa che fosse legata alla guerra, così le Testimoni di Geova a
Ravensbruek si rifiutarono, assieme alle deportate russe, di lavorare nelle
industrie che fossero collegate alla produzione bellica. Sino all’inizio della guerra in quel Lager le deportate
politiche, oppositrici del nazismo formavano due gruppi ben distinti: le
Testimoni di Geova e le politiche tedesche, per lo più appartenenti ai
movimenti di sinistra, comuniste e socialiste. Le altre, zingare, criminali e
asociali per lo più prostitute, facevano parte di un gruppo ben distinto contro
il quale le SS infierivano molto meno, anzi, le consideravano loro docili
strumenti e cercavano in tutti i modi di affidare loro incarichi interni più o
meno fiduciari (capoblocco, caposquadra, scrivano, lavori in cucina) e le
adibivano ai lavori meno pesanti e meno faticosi. Tutte le deportate avevano la possibilità di scrivere una
lettera al mese sul foglietto postale che conteneva 16 righe. Alle testimoni di
Geova, invece, veniva consegnato un foglietto che recava stampata in testa al
foglio, in caratteri maiuscoli sotto le norme che regolavano la corrispondenza
da e per il Lager, la scritta: “Sono tuttora una testimone di Geova”. Per loro
valeva la norma che la corrispondenza non dovesse superare le 5 righe. Nel 1942 a Ravensbrueck in due blocchi si trovavano
deportate quasi 600 Testimoni di Geova, per lo più donne di casa, contadine,
qualche impiegata. Erano assenti le intellettuali. Una ventina d’anni fa, durante una mia visita di alcuni
giorni al Lager di Buchenwald, ebbi l’occasione di conoscere Margarete Buber Neumann[10]
che durante la sua lunga deportazione a
Ravensbrueck venne nominata capoblocco di un blocco in cui erano rinchiuse solo
Testimoni di Geova. Parlando di Buchenwald le raccontai l’effetto che fece su
di noi italiani quando, in un momento terribile della mia deportazione, feci
amicizia con Victor, una persone di circa quarant’anni, Testimone di Geova che
un giorno con la massima calma mi spiegò che per lui era sufficiente mettere
una firma sotto una dichiarazione d’abiura per essere l’indomani liberato.
Nessuno dei miei compagni italiani, le dissi, voleva credere che i Testimoni di
Geova avesse quella possibilità di lasciare il Lager e venire liberati. Solo
dopo che gli anziani politici tedeschi del mio blocco mi assicurarono che le
parole di Victor corrispondevano alla verità cominciammo tra di noi a
discutere. Non riuscivamo a comprendere (ed eravamo tutti politici) come si
potesse rimanere a Buchenwald per non firmare un foglio nel quale era scritto
solamente che si abiurava una religione. Gli raccontai che avevo incontrato Victor durante una
giornata di lavoro a Weimar e che lo avevo visto, appena arrivati a Weimar,
abbandonare il Kommando ed andarsene senza scorta non so dove. Ritornò puntuale
all’ora in cui si doveva ritornare nel Lager. Mi spiegò che anche nel suo Lager vi erano parecchie
Testimoni di Geova che avevano dei Passierschein[11]
che consentivano loro di uscire dal Lager per recarsi nelle case dei
maggiorenti SS dove accudivano ai bambini, tenevano in ordine la casa,
sistemavano il giardino e in una parola facevano le governanti di quella famiglia.
Altre invece erano incaricate di badare al porcile, alla colombaia, al canile
ed alla conigliera delle SS. Il suo blocco era citato sempre come modello: le Testimoni
di Geova erano ordinatissime, pulite, solidali tra di loro. Mai una
discussione, mai un furto né di pane, né d’altro, mai un litigio. La cosa che
più soffrivano queste donne, secondo lei, era la impossibilità di dedicarsi
allo studio della Bibbia. La morte era considerata come una liberazione, come
un avviamento sulla strada che portava alla vicinanza di Geova che - loro lo
sapevano - non le avrebbe mai abbandonate. Le SS, pur avendo bisogno di loro avevano verso di loro
comportamenti difformi: mi raccontò che vi erano delle donne vere e proprie
aguzzine che sfogavano i loro bassi istinti su di loro maltrattandole,
ingiuriandole e bastonandole per un nonnulla, altre invece provavano per loro
se non della stima, una certa considerazione. Gli amici che mi feci a Buchenwald tra i Testimoni di Geova
erano indubbiamente stimati dalle SS le quali sapevano che mai avrebbero
tentato la fuga o avrebbero promosso una rivolta. Erano sempre vestiti molto
bene, direi quasi eleganti nei nostri confronti e da loro io ed altri due o tre
italiani con cui avevamo fatto amicizia sempre attraverso Victor fummo spesso
aiutati. Voglio però ricordare che a uno di loro che lavorava nel deposito
vestiario del Lager, quando gli chiedemmo di procurare un cappotto per il
nostro compagno Settomini che aveva uno di quelli zebrati che non riparavano
assolutamente dal freddo, si rifiutò. Ci disse che il nostro era un incitamento
a rubare! La sua religione glielo vietava. Dovemmo attendere delle settimane, sinché un compagno
tedesco del mio blocco che lavorava anche lui nel deposito vestiario riuscì a
procurarglielo. Non sto qui a raccontare tutte le torture, le angherie, le
uccisioni che i Testimoni di Geova dovettero sopportare nella Germania nazista
per il solo fatto di credere in Geova e di seguirne alla lettera i
comandamenti. Voglio solo ricordare che pagarono l’attaccamento alla loro fede
con oltre settecento martiri, barbaramente assassinati dal nazismo. Alberto Berti. Luglio 1996. [1] I testimoni di Geova (chiamati anche Studenti
biblici o Bibelforscher) sono un movimento religioso fondato nel secolo scorso
da un americano T.C. Russel. Si insediarono in Germania all’inizio di questo
secolo, inizialmente in Vestfalia e nel sud della Germania e alla fine del
primo conflitto mondiale il movimento contava oltre 5.000 adepti che all’ascesa
del nazismo, nel 1933 erano già diventati 25.000 con quasi 20.000 predicatori
attivi. [2] In Italia la loro prima comunità si costituì a
Pinerolo nel 1908 dove nel 1925 tennero anche il loro primo convegno. Questa
religione che ora conta oltre trecentomila fedeli ed è la seconda nel nostro
paese, ebbe sino al secondo conflitto mondiale un’espansione molto modesta.
Riuscì con molta fatica a dar vita a piccoli gruppi in varie province (Pescara,
Teramo, Trento, Vicenza, Ravenna, Sondrio, Aosta, Avellino, Foggia) non
riuscendo a spingersi, da quello che mi risulta, né a Napoli, né in Calabria,
Sicilia e Sardegna. [3] Circolare del Ministero dell’Interno 41732 del 21
settembre 1929. [4] Nella rivista “Fides” un sacerdote che si
dichiarava impegnato da tre anni a combattere questa setta, ergendosi a tutore
e difensore dello Stato fascista denunciava il movimento dei Testimoni di Geova
scrivendo “...è comunismo ateo e aperto attentato alla sicurezza dello Stato”. [5] Rapporto Nr. 0799 del 3 gennaio 1940 dell’Ispettore
Generale di P.S. Pasquale Andriani. [6] 4 gennaio 1933. [7] Da una loro rivista apprendiamo che tra il 1919 ed
il 1933 l’attivismo dei loro adepti si tradusse nella distribuzione di l20
milioni di pubblicazioni (libri ed opuscoli di argomento biblico), cioè una
media di otto pubblicazioni per ciascuna delle quindici milioni di famiglie che
componevano la società tedesca. [8] Società della Torre di Guardia. Praticamente
l’organo direttivo dei movimenti dei Testimoni di Geova sparsi in tutto il
mondo. [9] The Golden Age -
A Journal of fact hope and courage -
Nr. 399 del 2 gennaio 1935 [10] Margarete Buber Neumann, compagna di un importante
esponente del partito comunista tedesco, si era rifugiata assieme a lui
nell’Unione Sovietica. Il suo compagno venne eliminato durante le purghe
staliniane e lei venne rinchiusa in un Gulag. Dopo il patto russo-tedesco,
scortata dalla polizia, venne riconsegnata ai nazisti che la internarono nel
Lager di Ravensbrueck. Interessantissimo è il suo libro di memorie:
“Prigioniera di Stalin e Hitler” ed. Il
Mulino, 1994. [11] Lasciapassare.
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