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sabato 28 gennaio 2012 Ore: 07:46 |
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Per non dimenticare Per non dimenticare ...Tino
La Resistenza nei Lager nazistigennaio
1995 di
Alberto Berti Parlare
della Resistenza nei Lager non è cosa facile né semplice. Udendo la parola
Resistenza il lettore è portato a immedesimarla a forme di lotta armata (che ci
sono anche state nei Lager), trascurando col pensiero tutte le altre vere ed
infinite forme di Resistenza che nei Lager si manifestarono e presero piede
soprattutto dopo il 1938 quando nei Lager, accanto ai tedeschi vennero
deportati i primi "stranieri" austriaci e cecoslovacchi, seguiti poi
da polacchi, francesi, belgi, olandesi, russi, ecc.. Ad un
certo momento troviamo nei Lager persone deportate che rappresentano il fior
fiore della democrazia delle nazioni europee ed anche di alcune extra-europee. Prima di
proseguire nel nostro discorso sulla Resistenza nei Lager nazisti, è opportuno
ricordare come per parecchi anni nel dopoguerra la qualifica di
"resistente" era usata salvo rare eccezioni, per indicare il
partigiano. Quello sì
che era un resistente, aveva sparato contro i nazifascisti, aveva sofferto il
freddo, aveva dovuto spesso miracolosamente sfuggire ai rastrellamenti in
pianura ed in montagna, aveva difeso il patrimonio industriale del paese dalla
distruzione nazista ed infine era sceso dai monti e dalle colline ad occupare
le città ed era a lui ed al movimento partigiano di cui faceva parte che si
arresero e consegnarono le armi buona parte delle truppe tedesche e fasciste.
Gli altri, i deportati, i prigionieri di guerra, i lavoratori coatti, gli
ebrei, ecc., erano i "reduci". Ben visti, ben tollerati, ma "diversi".
Non era concepibile, né per i partigiani, né per la stampa in genere, salvo
qualche eccezione, né tantomeno per l'opinione pubblica che senza le armi fosse
stato possibile opporsi al nemico nazifascista. Venne così negata o risultata
sbiadita la qualifica di resistente dovuta a parere mio a pieno titolo a tutta
quella parte della popolazione che contribuì a mettere noi partigiani in
condizione di affrontare i nazifascisti. Mi
riferisco ai ragazzi e ragazze, spesso giovanissimi di 13-14 anni che fungevano
da staffette, da portaordini, da avvisatori di possibili rastrellamenti, alle
donne che scendevano dai paesini di montagna (es. dalla Carnia e dal Cadore)
nella pianura per barattare quello che possedevano riempendo la gerla di generi
alimentari e dopo decine di chilometri di marcia portavano a noi qualcosa da
mangiare. Mi riferisco anche a quelle famiglie, a quei preti e frati che, con
rischio della propria vita, ci davano rifugio e ci nascondevano; a tutti coloro
i quali nelle campagne e nelle città procuravano calze, scarpe, vestiti e cibo
da inviare "in montagna". Il fatto
di essere ben visti, ben tollerati, ma "diversi" rispetto alla
resistenza armata, aveva creato in molti di noi deportati, nello stesso tempo,
una doppia identità di partigiano e deportato con una forte insistenza sulla
prima qualifica quella di partigiano, "quasi che la seconda da sola
sembrasse monca o troppo debole in confronto della prima" come molto bene
viene messo in rilievo dalla Bravo e dallo Jalla. Sempre da
loro due vengono ricordati gli atteggiamenti che Lidia Beccaria Rolfi,
partigiana, deportata a Ravensbruech, racconta: "quando tu tentavi di
raccontare la tua avventura, tiravano fuori l'atto eroico: .... però noi .... I
tedeschi li avevano ammazzati loro, i fascisti li avevano fatti fuori loro ....
noi eravamo solo dei prigionieri ... ". Col passare degli anni, come
dovetti accorgermi, la considerazione verso i deportati cambiò; però la parola
"resistente" per noi non veniva mai pronunciata[0]. Anche noi
deportati che operammo una scelta fummo in ciò condizionati da fatti diversi:
ci fu chi preferì arroccarsi nella qualifica di partigiano; io, invece, diedi
sempre preminenza alla mia identità di deportato. Mi manteneva più vicino al
ricordo dei compagni lasciati nelle fosse comuni e nei forni crematori. Eppoi la
deportazione é un trauma che uno si porta dietro per tutta la vita. Qualunque
cosa faccia, qualunque pensiero attraversi il suo cervello, qualunque paragone
gli passi per la mente, il deportato ritorna col pensiero sempre allo stesso
posto: al suo lavoro nel Lager, ai suoi compagni morti, agli odori del Lager
(quando mai riuscirò a liberarmi dall'odore di carne bruciata che emanava dal
camino del crematorio di Buchenwald?). Sarà per
questo, per la preferenza che ho dato alla mia identità di deportato, che trovo
più facile e nello stesso tempo più importante scrivere sulla deportazione
piuttosto che sulla Resistenza. Un'altra
cosa che mi preme mettere in chiaro, prima di passare a trattare della
Resistenza nei Lager è la mia netta avversione a quella che noi deportati
chiamiamo il Koschinskismo, cioè il sillogismo formulato da un nostro compagno
ebreo tedesco per cui tutti coloro che sono stati deportati nei Lager sono e
devono essere riconosciuti resistenti in quanto sono vittime della ferocia
nazista[0]. Questo
assioma deportato=resistente, a mio modo di vedere, non ha nessun fondamento.
Sono troppe le categorie in cui i deportati anche politici dovrebbero essere
inquadrati. Ad esempio: possiamo considerare resistenti coloro che nel Lager si
sono preoccupati solo del proprio "particulare", un lavoro al riparo
dalle intemperie, la caccia sfrenata ad un pezzo di pane con tutti i mezzi
possibili, il disinteresse nei confronti dei compagni, la perdita della propria
dignità? oppure coloro che hanno assunto la veste di provocatori, di spioni (e
Dio solo sa quanti ve n'erano nei Lager e quante sono state le loro vittime),
coloro che si sono macchiati di crimini comuni, coloro che bastonavano e
assassinavano i compagni, ecc.? Costoro io non posso e non potrò mai accettarli
con buona pace di Koscinski nel ruolo di resistenti anche se sono stati dei
deportati. Dopo
queste considerazioni possiamo riprendere il discorso. - - - - - I
gerarchi nazisti avevano una particolare considerazione per i Lager; essi
costituivano, con le loro centinaia di migliaia di deportati, un immenso
serbatoio di forza-lavoro per l'industria tedesca in genere e per quella degli
armamenti in particolare. Dopo la
sconfitta di Stalingrado, fra i più avveduti gerarchi, quelli che compresero
che ormai la sconfitta della Germania era inevitabile, fece capolino una
preoccupazione che andò man mano aumentando ed i Lager entrarono così nei loro
pensieri con una parola, come dice Speer "Gefachrlichkeit"
(pericolosità). Per costoro i Lager costituivano una polveriera pronta ad
esplodere con la resa della Germania ed i deportati, secondo loro, una volta
liberi difficilmente si sarebbero trattenuti dal compiere una carneficina sulla
"inerme ed incolpevole popolazione tedesca". Per
altri, come Himmler, la preoccupazione era di un ordine diverso: i deportati
sono testimoni della ferocia e della crudeltà nazista. In altre parole, sono
custodi dei segreti dei crimini del nazismo. Perciò vanno eliminati. Almeno
sino alla fine del 1944 nessuno dei gerarchi nazisti, da quello che mi risulta,
pensò o sospettò che si formassero nei Lager tra i deportati delle
organizzazioni resistenzialiaventi scopi ben definiti. Ritenevano che le
differenze linguistiche, gli odi nazionali ed anche razziali, l'altissimo tasso
di mortalità che portava a continui ricambi di persone nei vari Lager, la
polverizzazione della massa dei deportati distribuiti attraverso i trasporti
senza alcun preavviso nelle centinaia e centinaia di Lager, la ferocia delle SS
e l'acquisizione da parte delle stesse di spioni e provocatori tra i deportati
stessi, rendessero impossibile la creazione di organizzazioni clandestine di
resistenza all'interno dei Lager. Temevano
tutt'al più le fughe per le notizie che gli evasi avrebbero potuto far arrivare
agli Alleati. - - - - - La Resistenza
nei Lager assume in genere aspetti, forme e dimensioni diverse da quelle che
noi intendiamo solitamente; talvolta è il singolo che si oppone al terrore
nazista (ricordo il caso di un ebreo ormai ridotto agli estremi che con le
ultime forze e che gli erano rimaste si avventò contro un SS che passeggiava
nei pressi e lo strangolò nonostante l'intervento dei lavoratori civil i accorsi
in aiuto della SS); altre volte sono piccoli gruppi che si uniscono tra loro e
che hanno un denominatore comune, il partito, la nazionalità, la regione.
Secondo un polacco, lo Czarnewski, a Buchenwald si erano costituiti addirittura
19 gruppi, associazioni regionali, tra i deportati politici tedeschi che
durarono fino alla fine del Lager. Anche a
Dachau e Sachsenhausen si costituirono pure organizzazioni segrete su base
regionale. Su questo tipo di organizzazione abbiamo molte testimonianze. Otto
Horn, austriaco, deportato anche lui a Buchenwald, racconta che almeno sino a
metà del 1944 i comunisti tedeschi dell'organizzazione internazionale del Lager
erano raggruppati per regioni; Karl Wagner arrivato da Dachau riferisce che al
suo arrivo viene incorporato nel gruppo Wirtenberghese. In altri Lager si
formarono con denominazioni varie i comitati di lotta antifascista[0]
che raccolsero resistenti e partigiani selezionati (la paura degli spioni e dei
provocatori è una costante nella vita del Lager). Oltre alla varietà delle
denominazioni, questi comitati, queste organizzazioni resistenziali assunsero
anche scopi che, pur essendo sempre di resistenza e di lotta al nazismo,
vennero differenziati da Lager a Lager anteponendo, a seconda delle situazioni,
le particolarità proprie di quel Lager oltre a quelle comuni della lotta
antinazista. Ad esempio: - tra le donne rinchiuse a Ravensbrueck
compito fondamentale deciso dall'organizzazione, accanto al sabotaggio ed
all'aiuto da prestare a chi vuol evadere, è quello della salvaguardia della
dignità umana[0]; - ad Auschwitz, secondo Pilecki, si passa
da un primo periodo in cui l'organizzazione si prefigge come scopi quello di
rianimare il morale dei deportati, di aiutarli procurando cibo e vestiario, a
cercare di far sapere all'esterno cosa succede nel Lager in modo che si creino
delle bande armate pronte a combattere, ad un secondo periodo, quello che
coincide con l'inizio dello sterminio della popolazione ebraica, dove l'impegno
profuso da tutta questa organizzazione (formata in gran parte da ufficiali
polacchi deportati) deve essere quello di far conoscere al mondo intero la
nefandezza dei crimini nazisti e ciò deve essere fatto favorendo, a qualsiasi
costo, le fughe di deportati debitamente istruiti che ad Auschwitz raggiunsero
un livello superiore a quello degli altri Lager, tanto che Himmler intervenne
con una sua circolare minacciosamente. A questo
proposito occorre dire che quando questi evasi, portatori di segreti e notizie
raccapriccianti (lo sterminio degli ebrei) e aiutati dalla resistenza polacca,
raggiungono Stoccolma e Londra raccontano cosa stava succedendo ad Auschwitz
non vengono creduti. Si pensi
che nel febbraio 1942, quando lo sterminio ebraico era già in atto (nel Lager
di Chelmo funzionava già da due mesi la gasazione), un giornale ebraico, lo
"Hatzofe", raccomandò ai suoi corrispondenti "maggiore
responsabilità e a non gonfiare a dismisura ogni voce allarmante"; persino
il Massacro di Babi-Yar venne tralasciato dicendo che "il giornale russo
che ne aveva pubblicato la notizia aveva scritto che la maggior parte delle
vittime non era ebrea"! Le
organizzazioni della Resistenza nei Lager, a partire dal 1942, si trovarono di
fronte un altro problema piuttosto complesso da dover risolvere, cioè di come
comportarsi rispetto alla continua creazione da parte delle SS dei cosiddetti
Aussenkommandos (Lager dipendenti dai campi principali) per sopperire alla
necessità di manodopera per l'industria bellica. Mantenere intatta
l'organizzazione del Lager principale? o inviare elementi fidati e
politicizzati in questi Lager di nuova formazione affinché creino anche lì
delle organizzazioni e dei comitati antifascisti? Quasi dappertutto si optò per
la seconda soluzione. Io stesso
ho fatto parte nel Lager di Langenstein-Zwieberge del Comitato antifascista,
l'organizzazione resistenziale del Lager che cercò in tutti i modi di aiutare i
compagni deportati, tra difficoltà di ogni genere dovute principalmente
all'assoluta scarsità di mezzi. Il lavoro
del Comitato consistette per lo più nel tener alto il morale dei deportati
consolando gli ammalati, rincuorando gli avviliti, dando notizie sull'andamento
della guerra ed incitando tutti a tener duro perché il giorno della liberazione
si avvicinava. Per una
eventuale ed impossibile rivolta, vista anche la topografia della zona, avevamo
a disposizione tre candelotti di dinamite, i coltelli da cucina ed i manici
delle pale! - - - - - Dopo
queste parentesi possiamo dire che nei Lager troviamo comitati che si preparano
per la Resistenza armata[0]
(Auschwitz, Buchenwald, Sobibor, Treblinka, tutti Lager che insorgeranno);
altri che svolgono un'attività che potremmo chiamare di resistenza a carattere
assistenziale (formati da gruppi nazionali, da membri di un partito, da
elementi che sentono profondamente la solidarietà e la fratellanza
dell'antifascismo); altri che svolgono un'azione di difesa (contro i soprusi di
altri deportati, es. Kapos e Vorarbeiters, contro i delatori ed in genere
contro le infamie commesse da altri deportati); altri ancora si preoccupano del
sostegno morale e religioso dei loro compagni che va dalla raccolta e
diffusione delle notizie (per lo più sulle operazioni belliche) sino all'aiuto
di chi prepara in gran segreto un'evasione; altri comitati, organizzazioni che
potremmo definire di Resistenza passiva, obbligano i loro membri alla rinunzia
di eventuali incarichi nel Lager (Kapò, Vorarbeiters, Capoblocco, ecc..) per
non essere costretti ad infierire sui compagni, per non dover fare la spia,
ecc.. ed addirittura a suicidarsi per il timore di non resistere alle torture
degli interrogatori delle SS e quindi tradire i propri compagni (qui occorre
dire che l'ufficio politico della SS di ogni Lager aveva al suo servizio un
gran numero di spie e di provocatori assoldati per lo più con un pezzo di pane
e una razione di brodaglia). Un altro
compito che si prefissero i comitati clandestini nei Lager fu quello di
ricercare tra gli aguzzini dei punti deboli quali bramosia di denaro e di
oggetti preziosi (questo nei grandi Lager dove venivano ammassati e selezionati
i beni degli ebrei), sfiducia nell'esito della guerra, un sottofondo tiepido verso
il nazismo ed una volta individuati gli elementi su quali operare, la
Resistenza si avvalse dei beni accantonati nel Lager nelle Effektenkammer o del
coraggio e dell'intelligenza di alcuni suoi membri politicamente preparati che
convinsero elementi delle SS a collaborare ed aiutare i deportati. Assumono
un particolare rilievo per il rischio, l'impegno ed il particolare coraggio con
cui svolsero le loro attività nei campi di Auschwitz e Buchenwald due
intellettuali e futuri storici della deportazione, Hermann Langbein[0]
ed Eugene Kogon[0] che, grazie
alla loro preparazione politica ed alle loro mansioni, furono in grado di
accattivarsi la benevolenza dei loro superiori SS ed indirizzarli a svolgere
spesso un'azione concreta a sostegno ed in difesa dei deportati in quei due
Lager. Ovviamente,
man mano che gli eserciti nazisti collezionavano sconfitte, aumentava il numero
degli aguzzini che avevano interesse di accumulare oro o di apparire migliori,
intervenendo anche con rischi personali in favore dei deportati. - - - - - Non penso
di aver esaurito così diciamo "le categorie" nelle quali si manifestò
la Resistenza nei Lager nazisti; ho voluto di proposito enunciare solo le più
importanti. Purtroppo
a mezzo secolo di distanza non è facile ricostruire tutte le forme, tutte le
azioni e gli episodi di Resistenza nei Lager nazisti in quanto la stragrande
maggioranza dei testimoni sopravvissuti ai Lager è scomparsa, cercheremo
tuttavia attraverso testimonianze e ricordi di dare un'idea di ciò che essa fu
nei Lager. - - - - - Sembrerà
strano, a chi non ha vissuto la tragedia dei Lager, la raccomandazione che mi
fece il Capoblocco del 43 a Buchenwald, nel consegnarmi il biglietto con cui
venivo trasferito al blocco 45, di tenermi pulito sia negli abiti che nella
persona. "Il mantenersi puliti ed ordinati fa parte della nostra lotta ai
nazisti: loro godono quando ci vedono sporchi e trascurati ed hanno la possibilità di
paragonarci agli animali". Al momento non diedi molta importanza a tale
raccomandazione. Comprenderò in pieno il senso di quel discorso sei mesi dopo
nel Lager di Langenstein[0]
dove eravamo ridotti a larve umane, laceri, sporchi, pieni di pidocchi, senza
un pezzo di sapone, senza un bagno (6000 deportati). Eravamo arrivati ad essere
quello che lo stato nazista voleva: degli Untermenschen, dei sottouomini, una
via di mezzo tra i porci e gli uomini la cui vita non aveva per i nazisti
alcuna importanza. Infatti
nemmeno quando il bisogno di manodopera per le industrie belliche si fece
assillante la nostra vita di deportati contava qualcosa. Il furto
di un arnese, un lavoro eseguito male, il rifiuto di lavorare se non veniva
aumentata la razione di cibo, ad esempio, venivano considerate azioni di
sabotaggio ed erano punite con la fucilazione e l'impiccagione. Ricordo a
proposito di quest'ultimo rifiuto la fucilazione dei 7 alpini[0]
italiani deportati a Dora, Lager per politici, avvenuta il 15 dicembre 1943. - - - - - Come ho
accennato sopra, in tutti i Lager di una certa importanza sorsero quei comitati
o quelle organizzazioni di lotta antinazista (che non so perché si chiamarono
sempre "di lotta antifascista") che nella clandestinità assoluta
gestivano il Lager operando al suo interno. La massa
dei deportati non solo non avvertì l'esistenza di simili comitati, ma nemmeno
sospettò che esistessero. Il
segreto che li circondava era protetto dalle regole della clandestinità.
Nessuno dei deportati sapeva più delle poche cose che era indispensabile
conoscesse per poter svolgere la sua attività in modo che se anche fosse stato
scoperto e sottoposto a tortura, potesse fare il minor danno possibile
all'organizzazione. (Un
discorso a parte andrebbe fatto a questo punto sugli italiani a Buchenwald:
inguaribili chiacchieroni, che D. Ciufoli[0]
fosse il rappresentante italiano nell'organizzazione internazionale era il
segreto di Pulcinella). Se non
erro, la prima importante uscita allo scoperto di una tale organizzazione
avvenne a Buchenwald nella primavera-estate del 1938. Nei Lager
la distinzione dei deportati nelle varie "categorie" era
contraddistinta da un triangolo che ognuno portava cucito all'altezza del
cuore. I triangoli vennero introdotti nei Lager nel 1937quando accanto ai
politici (triangolo rosso) vennero portati i testimoni di Geova (triangolo
violetto) ed i criminali (triangolo verde) che presero così nel gergo del campo
il nome di "verdi". Più tardi avremo anche triangoli di altro colore
e la stella gialla per gli ebrei. Con il
trasferimento dalle carceri ai Lager di oltre 2000 criminali tedeschi avvenuto
nel marzo 1937, le SS dei vari Lager affidarono a costoro gli incarichi più
importanti nella gestione interna del Lager (Capiblocco, Capisquadra, Kapos,
ecc.). Furono giorni durissimi per i politici e per gli ebrei tedeschi
deportati successivamente. I verdi giravano per il Lager con al braccio la
fascia che indicava le loro funzioni e con un bastone in mano per mettere in
evidenza la loro autorità. A Buchenwald arrivarono parte di questi 2000 verdi
sin dall'apertura del Lager (luglio
1937). Il loro passatempo era di angariare politici ed ebrei, bastonarli, far
loro la spia alle SS e arrivare anche ad ucciderli. Per le SS
ciò non aveva e non avrà neanche successivamente alcuna importanza. Importante,
e questo lo è sempre stato nei Lager, era che il numero dei deportati, morti
più vivi, quadrasse, cioè che non vi fossero delle fughe. Dentro ai
Lager avvennero risse furibonde tra "verdi" e separatamente politici
ed ebrei. Sinché nel 1938 a Buchenwald, sotto la guida di Karl Barthel, che era
stato il più giovane deputato della repubblica di Weimar, i politici ed i
giovani ebrei si unirono e si ebbero scontri con morti e feriti da entrambi le
parti. I "Verdi" comprendendo di essere braccati ed in netta
minoranza si asserragliarono nelle loro baracche da dove uscivano solo in folti
gruppi. Anche in quella occasione le SS non mancarono di andare in loro aiuto;
li fecero trasferire tempestivamente nel Lager di Mauthausen che allora,
settembre 1938, era stato aperto da poche settimane. Secondo
Eugene Kogon, che quei giorni li visse nel Lager, uno dei motivi che
determinarono il trasferimento dei "verdi" deve ricercarsi anche
nella concorrenza che gli stessi facevano alla SS nello spogliare gli ebrei
arrivati nel Lager con i loro averi (oro, gioielli e denaro). Da molti
viene considerata questa azione come la prima effettuata da una organizzazione
antifascista nei Lager. Nel
Lager, spariti i randellatori e gli spioni, tornò, se si può usare un
eufemismo, la quiete. Le SS, gli assassiniì dovettero da quel tempo in avanti
compierli in proprio. Negli
altri campi ed in tempi diversi la lotta proseguì senza soste: a Mauthausen, a
Gusen, a Majdanek e a Gross Rosen dove i criminali avevano maltrattato ed
assassinato parecchi politici tedeschi. Testimonia M. Moldawa su Gross Rosen:
"là dove i "verdi" sono investiti delle funzioni non vi era
altro che una fine rapida per i politici, liquidati da essi (i verdi) con
l'accordo della gente di Hitler" cioè delle SS. Un'attenzione
particolare, a questo punto, è necessario concentrarla sul comportamento dei
deportati polacchi. Occorre
ricordare che mentre i deportati tedeschi si fregiavano dei triangoli di vario
colore a seconda della loro "categoria" di deportazione, tutti i
deportati stranieri che io ho incontrato avevano il triangolo rosso da
politici. Così i membri della malavita corsa tradotti dalle carceri francesi,
così gli ergastolani italiani tradotti dalle carceri di Sulmona, così gli altri
italiani tradotti dal carcere militare di Peschiera[0],
ecc.. Questa inflazione di triangoli rossi generò nei Lager una confusione
enorme: si tentava di scoprire il vero politico dal numero di matricola basso
per potersi fidare. Ma anche questo modo di individuare il politico era
sbagliato. I resistenti italiani, francesi belgi, olandesi, ecc. che arrivarono
nei Lager negli ultimi anni di guerra erano politici ai quali venne dato il
numero di matricola progressivo sempre più alto. E' illusorio quindi, come dice
anche il Collotti, "pensare che il Lager fosse solo scuola di fraternità e
di affratellamento. La tragedia del Lager fu quella di far correre ad ogni
istante il rischio che la condizione umana si lasciasse degradare al rango di
bestialità cui i nazisti volevano condannare i loro prigionieri. Il Lager
esaltò le qualità umane al livello più elevato ed esasperò al livello più basso
gli istinti meno nobili. Dove la solidarietà, il dovere della solidarietà, non
era mediato dalla consapevolezza politica, la brutale legge della sopravvivenza
imponeva l'obbligo di badare a se stessi, di rinchiudersi nella difesa non del
proprio privilegio (questo sarà semmai il caso dei Prominenten) ma
semplicemente del proprio particulare, nell'esasperazione del proprio egoismo,
nella speranza di salvarsi isolandosi dagli altri e spesso, se necessario, a
spese degli altri. La tentazione di considerare importante unicamente la
propria sorte faceva parte della natura umana sottoposta alla prova così dura
nell'anticamera della distruzione". Parlare
dei deportati polacchi nei Lager e del loro comportamento sarebbe una cosa
lunghissima e si rasenterebbe la generalizzazione. Io stesso tra i polacchi
provenienti dalla Resistenza attiva ebbi compagni amabilissimi, così come erano
dei bravissimi compagni i superstiti di quei gruppi di polacchi deportati nei
primi anni di guerra. Il 16 novembre 1939, arrivarono a Buchenwald, i primi
polacchi, 2860 tra cui parecchi ebrei, 104 partigiani polacchi facenti parte di
questo gruppo vennero rinchiusi in una speciale gabbia di 30 metri per due. Nel
Lager era risaputo che dovevano essere liquidati. Con 150 grammi di pane e
mezzo litro di brodaglia al giorno morirono ad uno ad uno nello spazio di un
mese. Di un trasporto di 1100 resistenti polacchi arrivati nell'agosto 1940, il
primo giorno di lavoro nella cava di pietre ne furono fucilati undici e dopo
quattro mesi i superstiti di quel trasporto erano ridotti a meno di trecento. Tuttavia,
ac canto a
persone deportate in quanto partigiani, esponenti politici e resistenti,
arrivarono in rapida successione nel Lager migliaia e migliaia di polacchi
razziati nei villaggi, nei paesi, nelle città e nelle carceri dall'esercito
tedesco e dalle SS, i quali di politico non avevano niente. Anche a loro venne
attribuito il triangolo rosso. Erano costoro nella stragrande maggioranza dei
poveri diavoli che si trovarono così al centro di una tragedia più grande di
ogni loro immaginazione. Senza cultura, senza formazione politica, non
sentivano alcun sentimento di fratellanza e di solidarietà con i loro compagni
di deportazione. Erano ferocemente antisemiti ed anticomunisti. Fu facile per
loro, grazie al desiderio unico di sopravvivenza a qualunque costo, di entrare
nel giro delle SS dalle quali vennero usati ben presto come spioni, come
provocatori e divennero insieme ai "verdi" i peggiori nemici dei
politici delle varie nazionalità. Sull'antisemitismo,
sull'anticomunismo e sul servilismo dei polacchi nei Lager si è scritto a
sufficienza, ma a parer mio non ancora abbastanza. Sull'odio che gli stessi
portavano verso i partigiani e verso i combattenti della repubblica spagnola
non si è ancora parlato. Solo Razola e Costante, entrambi spagnoli, parlano dei
polacchi di Mauthausen e Gusen dicendo: "erano i nemici più feroci di chi
aveva combattuto per la repubblica spagnola". I polacchi "erano dei
ricchi che trovavano naturale bastonare ed uccidere i poveri". Un
francese Louis Deblè racconta: "erano cattivi, grandi ammiratori di
Salazar e di Franco". In un altro Lager, Sachenhausen, Poitner racconta
che "i polacchi forniscono (alle SS) la più grande massa di spioni".
Più avanti scrive: "erano tutti nazionalisti, sopratutto sciovinisti,
fascisti, antitedeschi (cioè contro i deportati politici tedeschi). I loro
principali nemici non erano né le SS, né Hitler". Accanto
alla massa di costoro che crearono grossi problemi alle organizzazioni
resistenziali dei vari Lager, troviamo tra i polacchi anche delle figure
luminose da Massimiliano Kolbe a Marin Barko che presero volontariamente il
posto di un polacco condannato a morte per rappresaglia in seguito ad una fuga,
al Kapo Krassowskiche salva un compagno sostituendo il suo numero con quello di
un morto, all'ing. Damazyn che a Buchenwald partecipò alla Resistenza e costruì
segretamente, rischiando la vita, una radio non solo ricevente, ma anche trasmittente
ad onde corte con la quale venne chiesto tre giorni prima della liberazione
l'aiuto delle truppe americane. A
Mauthausen sarà Joséf Cyrankiewicz[0],
arrivato da Auschwitz, che imprimerà una svolta e riuscirà a smantellare, così
come aveva fatto ad Auschwitz, le idee della sinistra polacca antiunitaria e
riuscirà a farla aderire negli ultimi mesi di guerra al Comitato antifascista
internazionale[0]. A
Langenstein invece fummo costretti, per difenderci dalla loro prepotenza e
ferocia, ad eliminare 7 Vorarbeiters polacchi. Il racconto di questo triste
fatto si trova depositato da anni nell'archivio dell'Istituto storico del
Movimento di liberazione di Trieste. Termino
questa digressione sui polacchi ricordando anche che il maggior numero dei
fucilati davanti al muro nero di Auschwitz era polacco, così come lo era una
parte considerevole dei fucilati ed impiccati nel Lager di Dora. - - - - - Riprendiamo
ora il discorso sui sabotaggi. A mio modo di vedere è su questo terreno, quello
del sabotaggio, che si manifesta tutta l'importanza in modo concreto, continuo
e fermo delle organizzazioni resistenziali dei Lager anche se in infiniti casi
il sabotaggio èopera personale di singoli deportati che non hanno alcun legame
con l'organizzazione antifascista del Lager. Anzi, talvolta il sabotaggio
avveniva senza che il sabotatore avesse l'intenzione di sabotare. Nel mio libro
racconto l'episodio, che confidatomi da un compagno triestino a Langenstein, il
quale mentre cercava solo di guadagnare alcuni minuti in più di riposo, si
risolse invece in un autentico grosso sabotaggio: l'eliminazione di un impianto
che trasportava il cemento per intonacare le volte del tunnel. Sempre di
Langenstein e delle gallerie racconto la storia delle punte del perforatore
fatte sparire nei vagoni dei detriti su mia proposta. Una storia che rischiò di
finire male. Debbo confessare che in quel momento l'idea del sabotaggio non
attraversò la mia mente. Parlando
dei sabotaggi bisogna andare col pensiero a quella che era la condizione di
vita del deportato. Sinché egli lavorava dentro al Lager, costruiva baracche,
porte, finestre, rampe di scale, bagni, gabinetti, ecc., oppure era addetto
alle pulizie, era occupato come medico, e così via, non si sognava di operare
sabotaggi. Sapeva che il suo lavoro sarebbe servito per migliorare le
condizioni di vita dei suoi compagni e quindi era stimolato ad operare con
professionalità. Quando
invece il deportato viene inviato a lavorare nelle fabbriche, e notate bene che
sono tutte legate direttamente e indirettamente alla produzione di materiale
bellico, comprende benissimo che lavora a sostegno della guerra nazista, in
sostanza lavora contro sé stesso e lavora per prolungare la guerra ed a
ritardare la sua sospirata liberazione. Scatta
così la molla del sabotaggio. Alcuni
fanno risalire l'inizio dei sabotaggi al gennaio 1942, però i miei compagni
tedeschi mi raccontarono che già nel 1940 iniziarono i sabotaggi, anche se in
forme poco appariscenti ma decise. Ad esempio: un'industria richiedeva al
Comando del Lager l'invio di meccanici, tornitori, disegnatori, ecc.. L'ufficio
statistico dei deportati, allertato dalla organizzazione, si guardava bene
dall'inviare i deportati specializzati richiesti. Inviava a quell'industria il
numero dei deportati richiesti, ma con professioni diverse se non addirittura
contadini. Nel 1942
incomincia la necessità di reclutare mano d'opera per le industrie tedesche.
Gran parte dei lavoratori tedeschi sono mobilitati e le industrie sono
costrette, per coprire i vuoti che si aprono nei loro stabilimenti a ricorrere
sempre di più ai Comandi dei Lager per avere la forza lavoro necessaria. Non si
chiede più operai specializzati, si chiede genericamente un numero di
deportati. Penserà poi l'industria, o meglio i suoi capi-reparto, a
specializzarli usando il bastone. Vicino a
Mauthausen, la Messerschmitt apre una fabbrica per produrre dei particolari per
i suoi aerei. Questi pezzi escono, ma sono fuori misura, non perfetti. Allora
necessita che i tecnici della impresa perdano il loro tempo per istituire i
deportati sul corretto uso delle macchine, sull'uso degli strumenti di
controllo, ecc.. Dopo qualche settimana spesa inutilmente, rimandano nel Lager
quei deportati finti zucconi e se ne fanno inviare degli altri. Il training
procede lentamente facendo infuriare le SS che intervengono facendo lavorare il
bastone. Sempre in quell'industria, racconta un russo, per evitare perdite di
tempo vennero edificate le latrine vicino ai capannoni. Il risultato fu che i
deportati gettavano nelle latrine un'infinità di rivetti ben riusciti. Mi
raccontava un compagno che una direttiva del comitato antifascista di
Sachsenhausen apparsa addirittura scritta su alcune porte all'interno dei
blocchi diceva: "Sabotare le macchine utensili, lavorare il più lentamente
possibile, moltiplicare gli scarti". Nella primavera del'44 le SS
scoprirono in una fabbrica dei volantini che invitavano i lavoratori civili
tedeschi a forme di resistenza passive ed a operare sabotaggi. Nelle
fabbriche d'armi si sabotava regolando male certi meccanismi o tarando male gli
strumenti di misura. A Dora,
dove si producevano le V-1 e V-2, il boemo Cespiva sistema in luoghi adatti
degli specialisti con l'incarico di rallentare la produzione; altri hanno
l'incarico di modificare la tensione di alcuni relais dopo che erano stati
controllati, altri ancora di neutralizzare, quando era possibile, i sistemi
elettrici di pilotaggio. Ad
Arolsen, dove esisteva una scuola guida delle SS, un lussemburghese, meccanico
nell'officina manutenzione automezzi e che sarà protagonista di una storica
fuga, vuotava ogni giorno una tasca di sabbia nei serbatoi delle autovet ture in
riparazione. Nei Lager
di Buchenwald ed in quello di Dora il sabotaggio raggiunge forme massicce: a
Buchenwald perché esso viene organizzato dal Comitato antifascista, a Dora
anche perché la costruzione delle V-1 e V-2, le armi della vendetta,
costringeva ogni deportato a riflettere che il successo di quelle produzioni
allontanava la fine della guerra e per lui la libertà o addirittura la
sopravvivenza. A
Buchenwald, in prossimità del campo, vennero costruiti dodici grandi capannoni
della fabbrica d'armi Gustloff. Era
diventata una norma sotto il nazismo costruire fabbriche vicino ai Lager o
aprire un Lager nelle vicinanze di una fabbrica. Lo scopo era sempre quello:
sfruttare la forza-lavoro dei deportati. Le officine Gustloff occuparono, sino
al bombardamento alleato che il 24 agosto 1944 le distrusse, parecchie migliaia
di deportati e producevano diversi tipi di armi: cannoni da 88 mm, cannoni
antiaerei da 37 mm, quelli anticarro da 75 mm ed altre armi. I
deportati colà inviati e ritenuti dal Comitato politicamente poco affidabili
venivano richiamati nel Lager e destinati ad altri lavori. Venivano sostituiti
da antifascisti delle varie nazionalità di sicuro affidamento e pronti ad
assumersi pienamente la responsabilità e i rischi personali. Come
raccontano Mader e Leibbrand: "la pianificazione del lavoro nella fabbrica
mette in evidenza la necessità di un certo numero di macchine utensili e di
materiali. Per "disattenzione" dei deportati che lavorano negli
uffici, gli ordini vengono ripetuti per mesi facendo perdere tempo (migliaia di
ore di lavoro) a chi produceva i macchinari, a chi li imballava e a chi li
trasportava". I conflitti di competenza, creati o suggeriti dai deportati,
provocarono ulteriori ritardi. Inoltre la Wehrmacht, mentre esagerava i
controlli, alle minime imperfezioni pretendeva modifiche facendo rallentare
ulteriormente la produzione. Soltanto tardivamente la Wehrmacht si accorse dei
difetti gravi ed occulti insiti nelle armi che avevano già superato il
controllo ed erano già state destinate ai reparti. Dovette rinviare alla
Gustoff tutta la produzione di canne per l'artiglieria fornita durante nove
mesi senza che la sua Commissione di controllo avesse in partenza potuto
scoprirne i difetti. Chi
diresse questa azione di sabotaggio tra i deportati fu un russo Skobtov. Nel 1944
all'arrivo di un ordine urgente, il Comitato fece intervenire i medici
deportati che segnalarono al Comandante del Lager d'aver diagnosticato dei casi
di tifo in alcuni deportati che lavoravano alla Gustloff. Costui temendo
un'epidemia, che avrebbe coinvolto anche i civili che vi erano occupati, ordinò
due settimane di quarantena per i deportati che lavoravano in quella fabbrica.
Così anche questa fornitura venne ritardata. Uno dei
piani di produzione prevedeva la costruzione di 10.000 canne di cannone da 88
mm al mese. Vennero ordinate macchine utensili per produrne oltre 16.000 al
mese e dopo 18 mesi la produzione raggiunse a mala pena le 8.000 unità. La
Wehrmacht insospettita nominò una Commissione d'inchiesta che iniziò i suoi
lavori poco prima del grande bombardamento alleato del 24 agosto 1944 che
distrusse le officine Gustloff. Ovviamente l'inchiesta venne sospesa. Un altro
piano produttivo prevedeva la consegna mensile di 55.000 pezzi delle carabine
automatiche G43. Nel marzo
1944 furono consegnati 3.000 pezzi, in aprile 6.000 e in maggio si arrivò a
consegnarne 9.000. Ad agosto ci fu il bombardamento e la produzione cessò. Scrisse
il Capo tedesco delle officine Gustloff: "gli stabilimenti erano
praticamente distrutti, ma un notevole numero di macchine utensili di grande
valore e precisione rimasero intatte. I deportati che aiutarono nei lavori di
sgombero delle materie si sono adoperati per rendere la gran parte di esse
inutilizzabili". A Dora, nonostante il terrore instaurato dal generale
delle SS Dornberger incaricato di sovraintendere la produzione delle V-1 e V-2,
i sabotaggi continuarono fino alla fine della guerra. In quel Lager non si
andava per il sottile, il Comando SS nel dubbio fucilava ed impiccava senza
pietà. Il
Tagebuch, il diario delle morti dei deportati a Dora, èterrificante,
ciononostante i sabotaggi erano una cosa sentita: dallo urinare nell'olio dei
trasformatori, ad allentare una vite invece di stringerla, a recidere un
cavetto delle V-1 o V-2 in fase terminale, ecc.. Il sabotaggio organizzato
agiva parallelamente a quello individuale e pur trascurando le cifre che ci
dicono che un quinto delle 11.300 V-1 non sono riuscite a partire e che quasi
la metà delle V-2 esplosero subito dopo la partenza, citiamo un documento della
direzione della produzione, una direttiva speciale dell'8 gennaio 1944 che dice:
"Abbiamo l'obbligo di segnalarvi che, in diverse riprese per
perturbazioni, distruzioni e furti, dei danneggiamenti sono stati scientemente
e volontariamente causati alle nostre installazioni". il
tributo pagato dalla Resistenza in questo Lager è stato pesante: per azioni di
sabotaggio solo in pochi giorni del marzo 1945 vennero impiccati 118 deportati. Rinunciamo
a parlare di altri sabotaggi, a Steyr, ad Auschwitz, a Ohrdruf, ecc. e passiamo
a parlare della Resistenza armata. - - - - - Parlare delle
ribellioni e delle rivolte a mano armata avvenute nei Lager è sempre molto
difficile per due motivi principali: I) le rivolte e le
ribellioni furono quasi sempre domate ferocemente dai nazisti con l'uccisione
sino all'ultimo uomo; II) nella maggior parte dei casi, se non in
tutti questi tentativi di ribellione, furono protagonisti soldati ed ufficiali
dell'armata rossa ex prigionieri di guerra. Com'è
risaputo, al loro ritorno in patria, una gran parte di costoro venne eliminata
(arrestati, deportati, fucilati) per ordine di Stalin in quanto considerati
trasgressori della disposizione da lui emanata che imponeva al soldato russo di
morire, ma di non cedere un centimetro di terra all'invasore tedesco. - - - - - Di quasi
tutte le rivolte si parla grazie alla testimonianza di qualche deportato
sopravvissuto di quel Lager, che certamente non era al corrente
dell'organizzazione della rivolta data l'assoluta segretezza che circondava
l'azione, ma che ha vissuto lo stesso l'angoscia dello sterminio dei suoi
compagni attraverso il rumore degli spari delle mitragliatrici delle torrette
di guardia ed èriuscito a fuggire per il varco aperto dai rivoltosi. Oggi per
raccontare questi eroismi solitari e non, siamo costretti quasi sempre a
consultare la documentazione esistente presso i tribunali tedeschi o quelli dei
paesi invasi, che riguarda i processi contro esponenti della SS e della
GESTAPO. Fra interrogatori e contro-interrogatori di testimoni ed imputati è
stato possibile in alcuni casi di rifare la storia di azioni collettive anche
con la testimonianza diretta dei carnefici. Abbiamo avuto la ventura, grazie a
questi processi, di conoscere lo svolgimento dell'episodio, il bagno di sangue
che ne è seguito all'interno del Lager, mancandoci però la parte più importante
cioè la preparazione della rivolta. - - - - - Dalla
deposizione di Rudolf Hoess, ex comandante del Lager di Auschwitz, al tribunale
di Cracovia in data 14 marzo 1946 veniamo a conoscenza di un episodio che
riguarda 1.700 ebrei polacchi arrivati ad Auschwitz da Bergen-Belsen (dove era
stata loro fatta balenare la speranza di un espatrio in Svizzera) per essere
sterminati nelle camere a gas. Quando oltre un migliaio era già nella camera a
gas, scoppiò, tra quelli che dovevano ancora entrare, quello che Hoess
definisce un "ammutinamento". Hoess prosegue raccontando che alcuni
sottufficiali della SS entrano con le pistole in pugno nel camerone degli
"ammutinati". In quel momento vengono tagliati i fili elettrici, le
SS attaccate, disarmate ed uno di loro pugnalato. "In quello stanzone il
buio era totale al mio arrivo ho fatto chiudere le porte ed ho dato l'ordine di
asfissiare quelli che erano già nelle camere a gas. Poi, assieme alle SS sono
entrato nel camerone con delle lampade portatili costringendo i deportati a
rifugiarsi in un condotto a gomito da dove furono tirati fuori, ad uno ad uno,
per essere uccisi su mio o rdine con
armi di piccolo calibro in una sala vicino al crematorio". Un SS morì ed
uno fu gravemente ferito in questa azione. Lo stesso
giorno udendo gli spari, i deportati che lavoravano al crematorio IV si
ribellarono, comprendendo ciò che stava succedendo, ma senza fortuna. Il
boschetto accanto al crematorio era pieno di cadaveri vestiti, cioè di
deportati che lavoravano lì dentro. Dagli
atti del processo tenutosi a Dachau (1946/47) riusciamo a ricostruire i motivi
ed il succedersi dei fatti avvenuti nel Lager di Muelsen S. Michel, dipendente
da Flossenbuerg il 1 e 2 maggio 1944. In quel Lager mancava tutto: i ritmi di
lavoro erano disumani, le razioni di pane venivano via via ridotte per motivi
disciplinari, i deportati erano costretti a vivere nel terrore imposto dal capo
campo, un deportato tedesco di nome Weilbach. I prigionieri di guerra russi
deportati come politici, in contatto con i loro compagni destinati al lavoro
coatto fuori dai Lager, costituirono un movimento di resistenza che il 1 maggio
bruciò padiglioni e baracche, massacrò a coltellate Kapos, Capiblocco,
Capisquadra polacchi e bruciò lo stabilimento dove lavoravano. La rivolta venne
domata dalle SS; nessuno riuscì a fuggire. Le sentinelle uccisero 195 deportati
ed i sospettati istigatori della rivolta furono riportati a Flossenbuerg dove
40 di essi vennero fucilati nello spazio di qualche mese. In quest'ultimo
Lager, il Weilbach si sarebbe vantato, così depone un ex deportato al processo,
di aver sparato sui rivoltosi assieme alle SS, Questo episodio è raccontato da
Toni Siegert che seguì il processo in un suo libro. Un altro
processo, a Dusseldorf, attraverso i suoi atti, ci racconta ciò che avvenne nel
Lager di Treblinka, un campo di sterminio per ebrei che in seguito si rivoltò. Nel
novembre 1942 arrivano a Treblinka alcuni ebrei polacchi di Grodno i quali si
rifiutano di spogliarsi e di entrare in quella camera a gas che
eufemisticamente veniva chiamata sala docce. Neanche le bastonate li convincono
a spogliarsi. Continuano ad incoraggiarsi a vicenda ed a difendersi dalle SS
ucraine che continuano a bastonarli. Scoppia una bomba che ferisce gravemente
una SS. Il sottufficiale della SS, Kurt Franz[0],
uno degli imputati di questo processo, ricorda che contemporaneamente allo
scoppio della granata venne ferito da una coltellata che lo mandò parecchie
settimane all'ospedale. Altri SS vennero feriti più o meno gravemente, ma alla
fine, secondo uno dei testi, tutti quei 2.000 ebrei furono fucilati. Sempre
durante quel processo si parlò dell'episodio Berliner; questo giovane ebreo,
che aveva visto sua moglie ed il figlioletto condannati alle camere a gas, si
gettò su Biala, un sottufficiali delle SS e lo tempestò a morte di coltellate
urlando: "non posso fare altrimenti". Nell'agosto
1942 abbiamo un altro episodio singolo: a un giovane ebreo viene impedito da un
SS ucraino di dare l'addio a sua madre che veniva condotta alla camera a gas.
Si vendica uccidendo l'SS con un coltello. La
rivolta che scoppiò il 2 agosto 1943 sempre a Treblinka è stata pure
ricostruita durante il processo di Dusseldorf. La
rivolta organizzata dal Comitato antifascista iniziò con la costruzione di una
doppia chiave dell'armeria delle SS. Dopodiché i deportati organizzati ed
armati insorsero contro le SS tedesche e le guardie ucraine, il Lager venne
incendiato e circa 500 deportati riuscirono a fuggire e a nascondersi nella
foresta. Molti di costoro caddero combattendo con i partigiani, ma tanti altri
furono vittime di polacchi antisemiti. Al processo sfilarono come testimoni
molti deportati sopravvissuti ed a verbale sono pure le dichiarazioni delle SS
imputate. Un'altra
rivolta avvenne in un altro campo di sterminio degli ebrei: a Sobibor. Vorrei
consigliare a tutti la visione del film "fuga da Sobibor", prodotto
sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e che io considero uno dei più
interessanti film sulla deportazione. In questo
Lager, dove nessuno aveva una qualche possibilità di uscire vivo, un capo ebreo
che preparava con altri due la rivolta venne tradito da un ebreo e tutti e tre
vennero fucilati. Come
risulta dalla sentenza del tribunale di Hagen, dove venne celebrato il processo
contro le SS di Sobibor, nonostante le violenze continue, il piano di
sollevazione del Lager non fu abbandonato. Si cercò un contatto con le guardie
ucraine; queste dapprima si impegnarono ad aiutare i deportati pur di aver
salva la vita, poi, invece, quasi tutte fuggirono da sole. Nel
settembre 1943 arrivò da Minsk un trasporto nel quale si trovavano anche
soldati ed ufficiali russi. Uno di questi, Alexander Pechersky, si attirò
subito la stima dei deportati grazie alla dignità del suo comportamento.
Compresero che era un capo, l'uomo di cui il Lager aveva bisogno. Una SS
ucraina che egli aveva conosciuto nell'armata rossa, lo informò della rivolta
avvenuta poche settimane prima a Treblinka e l'avvertì che da qualche settimana
girava la voce che lo sterminio degli ebrei era vicino. Gli ebrei rimasti a
Sobibor, ad "azione Reinhard" ultimata cioè a sterminio degli ebrei
compiuto, potevano essere considerati come un reparto speciale il quale aveva
come scopo la raccolta e la selezione di tutti i beni degli ebrei arrivati a
Sobibor e lì sterminati nelle camere a gas. Quindi, terminato il lavoro che
stavano effettuando, sarebbero stati soltanto dei testimoni scomodi di quello
sterminio e come tali eliminati. Non
ritengo necessario esporre tutta l'organizzazione che fu necessaria per
arrivare alla rivolta. Il 14 ottobre, dopo aver ucciso 6 SS tedesche e due
ucraine, un incidente imprevisto obbligò i capi dell'organizzazione ad
anticipare di qualche ora la sollevazione del campo. Corsero fuori dal Lager,
dopo aver abbattuto i fili spinati, sotto il fuoco delle mitragliatrici delle
torrette di guardia ed entrarono in un campo minato largo 15 metri che
circondava il Lager. i primi saltarono sulle mine, ma aprirono la strada agli
altri. Ecco come
spiega la sollevazione di Sobibor un rapporto della GESTAPO di Lublino:
"Il 14 ottobre verso le 17 rivolta degli ebrei del Lager di Sobibor...
hanno conquistato l'armeria e dopo scontri con gli effettivi rimasti nel campo
(SS) sono fuggiti in direzione sconosciuta... 9 SS uccise, 1 SS disperso, 1 SS
ferito, 2 guardie uccise... 300 deportati circa spariti... i rimanenti
fucilati...". - - - - - Anche
Buchenwald conquista la libertà poche ore prima dell'arrivo degli americani.
Accanto all'organizzazione della rivolta che il comitato clandestino aveva
meticolosamente preparato con squadre dei vari gruppi nazionali, ad ognuna
delle quali era stato indicato l'obbiettivo da raggiungere, troviamo l'azione
di Eugen Kogon che con la complicità di un medico delle SS venne fatto uscire
dal Lager, dentro una cassa che avrebbe dovuto contenere medicinali, il giorno
prima della liberazione e dalla casa di un amico, da Weimar, chiamò al telefono
il Comandante del Lager mettendolo in guardia da quello che potrebbe
succedergli qualora avesse messo in atto operazioni contro i deportati. Il piano
di sollevazione predisposto dal Comitato antifascista era minuzioso e preciso.
Agli italiani venne assegnato il settore compreso tra le sentinelle 28 e 33
della catena esterna, cioè tra la stazione ed il Baulager. La loro
azione doveva svolgersi attraverso l'azione di 5 gruppi; il primo gruppo doveva
neutralizzare le sentinelle numero 28, 29 e 30, il secondo gruppo le sentinelle
numero 31, 32 e 33; il terzo gruppo era di riserva ed il quinto gruppo rimaneva
a disposizione del Comando della rivolta per compiti speciali mentre il quarto
gruppo doveva impegnarsi nella stazione. Gli
italiani che parteciparono direttamente alla rivolta furono una settantina,
mentre quelli destinati a intervenire per eventuale sostegno attendevano nei
blocchi a loro assegnati. Quando
venne dato il segnale della rivolta e distribuite le armi precedentemente
nascoste, si intravedevano in lontananza i carri armati che procedevano nella
pianura verso Weimar. Mentre i
deportati si scatenano, spingendosi fuori del Lager in tutte le direzioni, le
SS spaventate abbandonano garitte e torrette e scappa no o si
danno prigionieri, lasciando i deportati, padroni del Lager, ad attendere
l'arrivo degli americani ai quali consegnano oltre 220 SS prese prigioniere[0]. - - - - - La
liberazione del Lager ed il suo controllo a Buchenwald da parte dei deportati
ha avuto una importanza eccezionale nella ricostruzione di fatti, situazioni,
collusioni con l'industria, con le università avvenute durante il nazismo.
Infatti le SS in fuga non ebbero né il tempo né la possibilità di bruciare gli
archivi del Lager, i cui documenti rinvenuti intatti, vennero più tardi
utilizzati come fonte importante per l'accusa nei vari processi per i crimini
nazisti che saranno celebrati nell'immediato dopoguerra. Gli
storici hanno sempre trascurato l'importanza di questi documenti. Vogliamo qui
ricordare l'enorme interesse rivestito dai "Diari" del blocco 46,
dove venivano sperimentati i medicinali delle grandi industrie farmaceutiche
tedesche sui deportati usati come cavie (es. alla data del 7 settembre 1943 il
"Diario" espone laconicamente i risultati della sperimentazione di un
farmaco, l'ASID su 70 deportati: "la serie degli esperimenti viene
conclusa: 55 casi mortali") e viene messa in evidenza sia l'importanza
dell'istituto scientifico "Robert Koch[0]"
che si fa promotore dell'uso dei deportati come cavie ("dato che gli
esperimenti sugli animali non consentono una sufficiente valutazione, gli
esperimenti devono essere effettuati sull'uomo") e le responsabilità di
docenti e professori di varie Università tedesche (Lockemann di Berlino, Otto e
Prigge di Francoforte) e di professori, ricercatori e dirigenti della I.G.
Farbenindustrie[0]. Si trova in
quegli archivi tutta la corrispondenza intercorsa tra il Lager e tutte le
grandi e piccole aziende chimiche, farmaceutiche, degli armamenti, della
industria meccanica (BMW, Junker, Volkswagen, Elsag, ecc..); si trovano gli
ordini relativi all'assassinio di deportati del Lager provenienti dai comandi
berlinesi (es. Arno Ricke, socialista, 2 marzo 1945, Franz Mojuz id.) ed anche
il documento contenente l'ordine "di sospendere la produzione delle teste
rimpicciolite e dei cosiddetti articoli-regalo[0]
" (astucci di pelle umana per sigari, per occhiali, paralumi confezionati
con pelle dei deportati ricoperta di tatuaggi) e così avanti. - - - - - Concludendo,
dobbiamo dire che, in genere, manca una storia della Resistenza dei tedeschi
contro il nazismo. Ricordo frammentariamente quella opposta da religiosi e da
gruppi, come "La Rosa Bianca", il "Circolo di Kreisau",
"la Rota Kapelle", gli interventi di pastori come Bonhoeffer, di
Martin Niemoeller con la sua "Chiesa confessante" e le omelie del
vescovo Von Galen dal pulpito di Muenster che riuscirono a bloccare
l'operazione T4 (detta eutanasia). Gli altri
tedeschi, i capi dei partiti delle organizzazioni operaie e delle centrali
sindacali, già due giorni dopo l'avvento di Hitler al potere cominciano ad
affluire, arrestati nei Lager che man mano vengono aperti dai nazisti e dove
saranno loro gli artefici di quella resistenza che ivi si sviluppò. Attraverso
le considerazioni esposte ed il racconto di alcuni dei tanti episodi avvenuti,
penso di aver dato un'idea, seppur sommaria, di quello che fu la Resistenza nei
Lager nazisti. Bibliografia Ainstein
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Rot zu Schwarz-Rot-Gold-Lebensweg eines Sozialdemokraten, Hannover 1969 Tillard Paul, Mauthausen,
Parigi 1945 Wiernik Yankiel, A
Year In Treblinka ecc.., New York 1957 Willenberg
Shmuel, Revolt in Treblinka in Yad
Washem Bulletin VIII-IX, Gerusalemme 1961/1963 [0]
Nell'immediato dopoguerra si stentava a comprendere cosa fosse stata la
deportazione. Alcuni miei amici e compagni partigiani ritenevano che le cataste
dei morti veduti nei documentari sulla liberazione dei Lager fossero cataste di
..... manichini. "Tutta propaganda americana" dicevano.
[0] Nel
Comitato Internazionale Clandestino (CIC) di Buchenwald ci fu anche chi arrivò
a discutere la categoria di appartenenza degli ebrei: "erano perseguitati
(Verfolchter) politici o razziali?"
[0]
Infinite furono le vicissitudini politiche attraversate dai deportati
per arrivare alla costituzione dei comitati unitari antifascisti, prima
nazionali e poi internazionali. Ricordiamo qui di sfuggita le divisioni
imperanti in molti Lager sino a guerra inoltrata dovute all'accusa dei
comunisti nei confronti dei socialdemocratici ("socialfascisti") ai
quali addebitarono i 100 morti del 1929 causate dalla proibizione da parte del
ministro prussiano Kurt Severing dal corteo del 1 maggio a Berlino; l'accusa
dei socialdemocratici ai comunisti di essersi alleati con i nazisti sia
appoggiando nel 1931 il referendum contro il governo prussiano, sia facendo
causa comune con i nazisti nello sciopero berlinese dei trasporti (1932) ed
infine, in tempi più vicini, di non aver preso posizione contro il patto di non
aggressione fra Hitler e Stalin. "Per noi" scrive il deportato
comunista Selbmann "fu questo una mazzata in testa". Kurt Severing
ottenne una pensione da Hitler.
[0] A
novembre 1943 un Comitato internazionale venne creato a Ravensbrueck da due
nuove arrivate, le comuniste austriache Mara Ginsburg e Wela Ernst;
quest'ultima, dopo la fucilazione della Ginsburg, venne posta a capo del
Comitato.
[0] Sia
per la Resistenza armata che per le altre forme di Resistenza accenneremo qui
soltanto a quella di alcuni Lager, senza però voler con questo far torto alla
Resistenza che ci fu in altri Lager.
[0]
Hermann Langbein, comunista austriaco, combattente delle Brigate
Internazionali in Spagna, venne catturato dalla GESTAPO in Francia e deportato
prima a Dachau, poi ad Auschwitz ed a Neuengamme. Storico della deportazione,
assieme ad un'infinità di saggi ed articoli nel 1972 pubblicherà il suo
"Menschen in Auschwitz" ("Uomini ad Auschwitz", edizione
Mursia, 1984), "Die Staerkeren - ein Bericht" Vienna 1981, "Der
Auschwitz Prozess - eine Dokumentation" Vienna 1965, ecc.. Dopo
l'invasione dell'Ungheria del 1956 ha lasciato il partito comunista.
[0] Eugen
Kogon, socialdemocratico austriaco, deportato a Buchenwald, è uno dei firmatari
del "manifesto del 13 aprile", uscito il secondo giorno della
liberazione di Buchenwald nel quale i socialdemocratici europei esponevano il
loro programma sul futuro della Germania e dell'Europa. Il
"manifesto" ebbe, a quei tempi, una risonanza mondiale. Ricordo due
suoi volumi: "Der SS-Staat", Francoforte 1964 e "L'Enfer
organisé", Parigi 1947.
[0] I loro
nomi: Bianchet Erminio, Bocconelli Giuseppe, Denoni Giacomo, Flematti Elisio,
Massani Carlo, Maz Ernesto e Scola Giovanni.
[0]
Domenico Ciufoli, membro della Direzione estera del P.C.I., fu arrestato
dalla GESTAPO a Parigi e deportato nel 1942. L'importanza del rappresentante
nazionale nel Comitato clandestino era enorme. Paradossalmente si potrebbe dire
che aveva poteri di vita e di morte. Il suo aiuto nel trovarti un lavoro al
riparo dalle intemperie, riuscire a levarti da uno di quei trasporti
"senza ritorno", raccomandarti al tuo capoblocco in occasione della
distribuzione di scarpe e vestiario, ecc., ti poteva anche salvare la vita.
Rimaneva però aperto il problema che poteva aiutare solo un limitato numero di
compagni.
[0] I
primi deportati dall'Italia furono 1700 soldati detenuti nel carcere militare
di Peschiera che arrivarono a Dachau nella seconda metà di settembre del 1943.
[0] Joséf
Cyrankiewicz, socialista, sarà nel dopoguerra, presidente del Consiglio polacco
e più volte ministro.
[0] Le
difficoltà incontrate per la creazione di questi comitati internazionali
unitari erano grandi. Voglio ricordare un solo caso: Buchenwald. A detta di
tutti, Buchenwald era il Lager più politicizzato; entro i suoi reticolati era
rinchiuso il fior fiore della socialdemocrazia e del comunismo europei. Ebbene,
anche in questo Lager causa i forti contrasti nazionali esistenti tra i
deportati appena nella primavera del 1943, superata la resistenza dei polacchi
che non intendevano far parte di una organizzazione assieme a russi e tedeschi,
si rese possibile la formazione di un Comitato antifascista unitario.
[0] Kurt
Franz dopo l'8 settembre venne trasferito a Trieste, assieme a quasi tutti i
principali partecipanti all' "azione Reinhard", dove costoro, esperti
in massacri, (operazione T4, eutanasia e sterminio degli ebrei nei Lager
polacchi) continuarono la loro opera aprendo nella risiera di S. Sabba a
Trieste l'unico campo di sterminio situato nell'Europa occidentale.
[0] Sulla
liberazione del KZ di Buchenwald si è accesa nel dopoguerra una polemica che
ancora nel 1989 non era cessata.
[0] Il
maggiore istituto scientifico tedesco nel campo della medicina intitolato a
Robert Koch, lo scopritore del bacillo della tubercolosi.
[0] I.G.
Farbenindustrie era il più grande complesso chimico-farmaceutico del mondo.
Comprendeva nel suo seno la BASF (Badische Anilin und Soda Fabrik), la Hoechst,
la Bayer, la Buna, la Beringwerke, ecc.. Con il nazismo e l'utilizzo dei
deportati nelle sue fabbriche i suoi utili netti aumentavano a ritmi
esponenziali: passarono da 48 milioni di marchi del 1932 a 822 milioni di
marchi del 1943. Nel dopoguerra molti dei suoi dirigenti vennero processati a
Norimberga (Es. Otto Ambros, direttore del settore Buna, gomma sintetica).
[0] Lettera riprodotta con sotto il testo italiano nel mio volume
"Viaggio nel pianeta nazista" Franco Angeli,Milano 1989.
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