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venerdì 10 febbraio 2012 Ore: 04:26 |
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Per non dimenticare Per non dimenticare ...Tino
Le Foibe. Sta ritornando alla ribalta il tragico e luttuoso
evento che nel dopoguerra ha colpito le popolazioni giuliane: le foibe. Poiché
da molte parti su questo evento vengono inscenate speculazioni il più delle
volte a carattere nazionalistico e poiché la stampa in genere ha effettuato
sistematicamente un’opera di disinformazione, abbiamo pensato che per i giovani
che seguono questa rubrica fosse necessario indicare come si sono svolti gli
avvenimenti ed il contesto storico - politico che fu alla loro base. Negli ultimi tempi, in una concomitanza certamente
sospetta, è tornato alla ribalta il triste e tanto dibattuto problema delle
foibe che aveva avvelenato nell’immediato dopoguerra gli animi delle
popolazioni delle due etnie che compongono la Venezia Giulia e di quella
triestina in particolare. Il fatto strano della riesumazione da parte dei mass-media
di questo angoscioso problema è dovuto indubbiamente alla sua concomitanza con
l’apertura del processo al criminale nazista Priebke. Infatti la stampa nazionale, scritta e parlata, riscoprendo
le foibe (definite dal Devoto-Oli come depressioni carsiche, tipo di doline,
sul fondo delle quali s'aprono delle spaccature che assorbono le acque) ed
avallando, tranne lodevoli e consolanti eccezioni, una campagna reinnescata da
destra dal processo Priebke (perché oltre al nazista non si processano anche
gli “infoibatori”? si chiedevano i giornali conservatori ignorando i processi
istruiti 50 anni fa) si è lanciata a tutto regime in una serie di denuncie e spiegazioni,
cariche di notizie infondate o nei casi migliori largamente distorte e faziose. Sono raffiorate in varie forme le equazioni Resistenza =
Foibe, Jugoslavi = nazisti, aggrediti ed aggressori la stessa cosa, italiani =
vittime incolpevoli. Questo “battage” giornalistico svolto con una totale
mancanza di informazioni, una totale ignoranza, e quel che è peggio, sposato a
forme di superficialità che non dovrebbero essere consentite a giornalisti
professionisti ed a un'incredibile noncuranza che ha portato costoro a
propinare notizie, supposizioni, travisare fatti, anche quando sarebbe bastata
una semplice telefonata all’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione
di Trieste per ottenere dati e informazioni circostanziate. Da moltissimi anni, direi dagli anni ‘50 in poi,
quell’Istituto storico si occupa tra le diverse cose, anche delle foibe. Sono stati effettuati studi, analisi, ricerche di
testimonianze, ricerche anagrafiche per documentare il numero delle vittime,
consulenze per la Presidenza del Consiglio, per il Ministero degli Esteri, ecc.
Ma di tutto questo lavoro il giornalista impegnato a scrivere il suo articolo
non ha mai voluto tenerne conto. Interessava il fatto sensazionale,
moltiplicare per un certo fattore il numero delle vittime (20.000, 30.000,
meglio se 50.000, fa più effetto!), considerarle ovviamente tutte vittime
italiane in modo da creare un sentimento antislavo e dare corpo alla propaganda
della destra nazionalistica. Nei vari articoli sono apparsi, quali monumenti
dell’abissale ignoranza dei nostri giornalisti, anche errori
storico-geografici. Ad esempio: “In
Istria le foibe sparse dal fiume Carso alla Dalmazia” quasi esistesse un ponte
tra questo INESISTENTE fiume e l’area dalmatica ed ignorando che l’altipiano
carsico fra Trieste e Gorizia fu anche il principale e cruento teatro di guerra
tra l’Italia e l’Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale. La gran parte delle informazioni e documenti che l’Istituto
invia da anni a vari giornali e riviste italiane e straniere, anche nelle
attuali circostanze sono state spesso cestinate. Non si spiegherebbe altrimenti
come, con il “Corriere della Sera” in testa, i vari organi di stampa, radio e
televisioni parlassero e scrivessero che tutte le vittime (almeno 10.000
secondo alcuni organi, da 20 a 50 mila per altri) sono state infoibate e
infoibate vive, che mai un processo è stato istruito contro gli infoibatori e
che gli eccidi rispondevano ad un preciso piano di “sterminio etnico” degli
italiani. Pochi sono stati i giornali che hanno tenuto conto delle
ricerche e degli interventi dell’istituto storico triestino e tutti di una
chiara tendenza progressista (“la Repubblica”, “L’Espresso”, “Il Manifesto”,
“Liberazione”). Adesso è sperabile che anche la RAI abbia preso coscienza delle
stupidaggini che durante tutti questi anni ha trasmesso e si decida a
rivolgersi a chi può fornirle documenti e testimonianze. Circa la “tecnica” dell’infoibamento è vero invece che le
vittime civili e militari sono state fucilate e gettate in foiba, che in alcuni
casi - come è stato possibile documentare - furono precipitate nell’abisso non
colpite o solo ferite. E’ pure vero che la
maggior parte degli arrestati, persone che sono state date per infoibate, sono
stati inviati nei campi di concentramento jugoslavi dove molti perirono per
malattie epidemiche, stenti o condanne a morte senza processo. Per gli infoibatori, veri o presunti, vennero istruiti
processi a Trieste nel periodo in cui era governata dagli anglo-americani
(1945-1954). I processi, con le condanne comminate dalla Corte d’Assise
presieduta da magistrati italiani, dall’ergastolo a pene intermedie ed
assoluzioni, occuparono per anni i servizi giornalistici. E’ falso invece lo scrivere che manchi una bibliografia
sulle violenze jugoslave nella regione. Dai primi anni ‘60 ad oggi l’istituto
storico ha pubblicato libri e saggi sul problema, trattato anche dagli storici
triestini Elio Apih e Raoul Pupo che fanno parte entrambi della Commissione di
studio Italo-slovena creata in base ad accordi tra i due governi. A Trieste, purtroppo, le foibe sono all’ordine del giorno
da più di 50 anni. Dobbiamo precisare che dagli studi dell’istituto triestino
emerge in modo chiaro che non ci fu un piano di “sterminio etnico” come viene
sistematicamente sbandierato dalla stampa e non solo da quella di destra. Le
direttive allora (1945) emanate dal partito comunista sloveno e dal suo leader
Kardelj, secondo solo a Tito per prestigio ed influenza, erano di “prelevare i
reazionari e di condurli qui, qui giudicarli, là (Trieste e zone finitime) non
fucilare... epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, ma del
fascismo”. Su quest’ultima parte delle direttive del partito comunista
sloveno si giocò pesante: per loro, e per i loro colleghi croati, con la parola
fascismo venivano inglobati non solo i collaborazionisti del regime nazista e
fascista, fossero essi italiani, sloveni o croati, ma anche tutti gli
oppositori politici, nazionali, ideologici ed anche i dissenzienti del regime
comunista jugoslavo che in fondo furono i bersagli più importanti. Venne data la caccia agli uomini del CLN di Trieste, che
venne definito “famigerato” e di Gorizia in quanto oppositori delle pretese
annessioni jugoslave e nello stesso tempo non comunisti. Va anche detto che sia
durante la guerra che a guerra finita furono perseguitati anche antifascisti e
comunisti italiani di Fiume e dell’Istria. Nel maggio 1945, durante l’occupazione jugoslava di Trieste
e della regione che gravitava su di essa, questi metodi tipicamente stalinisti
furono dettati anche dall’esigenza di consolidare rapidamente il potere
jugoslavo nei territori occupati in vista della Conferenza della pace. Si
riteneva, da parte jugoslava, che i territori sui quali essa poteva in quella
sede dimostrare il possesso pacifico, senza opposizioni di carattere nazionale,
le sarebbero stati assegnati - in sede di conferenza - senza alcuna difficoltà
e che difficilmente il governo di un paese che sino all’altro giorno era
alleato del nazismo, anche se capeggiato da un rappresentante della Resistenza,
poco avrebbe potuto opporre di fronte ad uno Stato che da solo aveva resistito
e cacciato le forze naziste. Nonostante tutto, “la discriminante etnica costituisce un
elemento secondario” dichiarò il prof. Diego de Castro, istriano, difensore dei
diritti italiani e consigliere politico del governo italiano presso il Governo
Militare Alleato a Trieste. Le foibe, disse, oltre ad essere un prodotto della
barbarie seguita al 1918 “sono un fatto prevalentemente politico mirante ad
eliminare i non comunisti”. Le spietate uccisioni in un solo colpo di 12.000
loro compatrioti in Slovenia, furono “il doppio o il triplo degli italiani
uccisi in tutta l’area che va da Zara a Gorizia che secondo fonti
angloamericane dovrebbero essere dai 4 ai 6 mila”. A conclusioni analoghe sono pervenuti nei loro studi e
ricerche il prof. Elio Apih e Raoul Pupo. Le foibe del settembre-ottobre 1943 in Istria dopo il
crollo dello stato italiano (fra le 4 e 500 persone uccise in maggioranza
italiane, ma anche slovene e croate) ebbero invece alcuni aspetti diversi
rispetto a quelle che seguiranno nel 1945. Quelle foibe furono una reazione,
una resa dei conti, dopo un ventennio di persecuzioni di ogni tipo culminate
negli anni di guerra (1940-1943) in esecuzioni collettive, in deportazioni
anche di vecchi, donne e bambini e distruzioni di interi villaggi. Parliamo
sempre di fatti avvenuti nei territori del regno d’Italia. Il terrorismo fascista, scatenato nella regione ancor prima
della marcia su Roma, aveva creato dove non esisteva un odio antitaliano e mai,
negli animi si era sopito il rancore della minoranza slovena per l’incendio
fascista dell’Hotel Balkan, avvenuto a Trieste per opera dei fascisti, per lo
scioglimento dell’organizzazione culturale Cirillo e Metodio con l’incameramento
delle sue proprietà, per i pestaggi di donne slovene che scendevano in città e
parlavano sloveno tra di loro sui mezzi pubblici e, in tempi vicini all’inizio
del conflitto, per l’archiviazione dell’inchiesta sulla sciagura mineraria
avvenuta nel febbraio 1940 nel bacino carbonifero dell’Arsia che provocò 185
morti tra i minatori italiani e slavi e ben 147 feriti. La società mineraria apparteneva all’IRI e le cause della
sciagura ricadevano sulla direzione del complesso. Venne tutto messo a tacere;
lo scoppio della guerra fece cadere nel dimenticatoio dell’opinione pubblica la
tragedia, le sue cause, i morti ed i feriti, ma nelle popolazioni croate della
zona, che dovettero piangere i loro morti senza aver ottenuto quella giustizia
che faceva parte delle loro attese, sorse un rancore che non investì solo lo
Stato fascista, ma lo Stato italiano che loro identificavano con lo Stato
fascista. Il motto fascista che veniva strombazzato per le contrade
dell’Istria e del Carso sloveno diceva: “Chi non è fascista non è italiano”.
Nel 1943 da partigiani ci sentimmo apostrofare con quel motto completamente
rivoltato: “Chi è italiano è fascista”. Immediatamente dopo il crollo dello Stato italiano, nel
settembre 1943, emersero tra le improvvisate formazioni degli insorti croati,
sull’onda di una rivalsa nazionalistica e sociale anche torbidi ”giustizieri”
di contrasti e faide paesane ed autentici criminali. Contro questi sistemi protestò sdegnato il comunista
italiano Pino Budicin, tra i primi organizzatori della Resistenza in Istria poi
torturato ed ucciso dai fascisti di Rovigno. La devastante e sanguinosa
controffensiva tedesca in Istria indusse alcuni dei carcerieri a liberarsi dei
prigionieri, uccidendoli. Quello che è sempre mancato nella stampa italiana che ha
trattato il tragico problema delle foibe, non si sa se per ignoranza o per
malafede, è stato un serio ed approfondito esame del contesto storico-politico
in cui quegli avvenimenti ebbero luogo. Non ricordo di aver mai letto negli
articoli i nomi dei paesi distrutti, bruciati, dai fascisti o dalle nostre
forze armate, i nomi dei numerosi Lager italiani dove vennero deportati uomini,
donne e ragazzi sloveni e croati, di veder ricordato il vergognoso campo di
concentramento da noi italiani istituito nell’isola di Arbe, dove di stenti e
malattie sloveni e croati colà internati morirono come le mosche. Nella “grande” stampa italiana è apparso quasi inesistente
quel contesto storico, altrimenti minacciava di far franare tutto il castello
che considerava gli italiani sempre “brava gente”. Chi si è mai ricordato di citare l’occupazione della
Jugoslavia ed il suo smembramento avvenuto nel 1941? Chi mai ha ricordato che
da quello smembramento lo Stato italiano approfittò per crearsi le nuove
province di Lubiana, Spalato, Cattaro e per ingrandire territorialmente quelle
di Zara e Fiume? Chi nei suoi articoli ha ricordato l’incorporazione del
Montenegro, le rappresaglie e le fucilazioni? Si è sempre parlato delle foibe astraendo in modo assoluto
dal contesto storico in cui quella tragedia vide accomunate vittime slovene,
croate e soprattutto italiane. Sia ben chiaro che questo scritto non vuole in alcun modo
giustificare le violenze jugoslave (ma quanti sono gli italiani infoibati
perché denunciati all’autorità jugoslava di occupazione come fascisti o
collaborazionisti ed invece erano vittime di denunce per questioni futili come gelosie, vendette personali, questioni
di interesse, rivalità commerciali, ecc.?), ma vuole fare storia, che significa
capire e far capire a chi è interessato all’argomento su come andarono
veramente le cose. La
rappresaglia. Mi sono meravigliato nel sentirmi chiedere da un
professore di storia cosa pensassi del processo all’ufficiale delle SS Priebke
e sentirmi rispondere dopo avergli espresso le mie considerazioni su quel
processo che l’eccidio delle Fosse Ardeatine era stata una rappresaglia perché
non si erano presentati gli attentatori, come invece richiedeva il Bando
appiccicato su tutti i muri di Roma. Quando gli spiegai che non esiste
codificato l’istituto della rappresaglia e che nessun Bando era stato
“appiccicato” sui muri delle strade romane egli rimase sbalordito. Aveva letto
quelle informazioni sui giornali. Durante l’ultimo conflitto mondiale da parte delle forze
armate naziste venne fatto largo ricorso a due categorie di crimini, non
codificati in alcun contesto internazionale che provocarono centinaia di
migliaia di vittime, immolate sull’altare della ferocia e della brutalità
dell’occupatore. Una di queste categorie attraverso la quale le forze di
occupazione naziste pensavano di domare la sete di libertà e di indipendenza
delle popolazioni dei territori da loro invasi era la cosiddetta
“responsabilità oggettiva” che consentì l’arresto, la fucilazione e la
deportazione nei Lager o l’invio al lavoro coatto nelle industrie di guerra
tedesche di centinaia di migliaia di abitanti, specie polacchi, bielorussi,
ucraini e jugoslavi. Non si salvarono [1]nemmeno
i paesi occidentali, anche se la responsabilità oggettiva ebbe in proporzione
minore applicazione in questi paesi sottoposti al giogo nazista. La responsabilità oggettiva[2]
consisteva nel ritenere responsabili di tutti gli scontri, uccisioni di soldati
tedeschi o loro collaboratori, di azioni partigiane o attentati di vario
genere, le popolazioni che vivevano in prossimità del luogo dove l’evento si
era verificato[3]. Era chiaro che questa categoria, non solo teorizzata ed
applicata dalle forze naziste di occupazione, ma diffusa spesso con manifesti
alle popolazioni, tendeva ad incutere il terrore ed aveva lo scopo principale
di recidere i legami tra le popolazioni ed i movimenti della resistenza. Un’altra categoria di cui si è parlato molto in questi
ultimi tempi (a proposito del processo Priebke) è quella della rappresaglia. Da
più parti si è addirittura teorizzato il diritto di rappresaglia come se da
qualche convenzione internazionale la rappresaglia fosse codificata e
consentisse ad un esercito occupante di usarla attraverso l’esercizio di un
presunto ed inesistente diritto. Ricordiamo per inciso che non solo le SS, ma anche la
Wehrmacht esercitò in modo indegno questo cosiddetto diritto di rappresaglia.
In Jugoslava, ad esempio, il famigerato generale Boehme[4],
durante la ritirata dei tedeschi sotto l’incalzare delle forze partigiane di
Tito, aveva emesso delle ordinanze che seminarono un terrore di tali dimensioni
da non essere per nulla inferiore a quello seminato dai terribili
Einsatzgruppen delle SS operanti nei territori orientali. Come ho scritto in
altra occasione le “misure espiatorie” (così vennero chiamate) a cui era
costretta la popolazione serba in quel periodo che va dall’estate del 1941
all’autunno del 1944, prevedevano l’uccisione di 100 civili serbi per ogni
caduto tedesco per mano dei partigiani e l’esecuzione di 50 civili per ogni
soldato tedesco ferito. Il rapporto 1: 100 ed 1: 50 doveva essere rispettato
dai comandi inferiori ed i plotoni di esecuzione dovevano esser forniti dalla
Wehrmacht. In altre zone la rappresaglia si limitò al rapporto uno a dieci, in
alcune si arrivò al rapporto di uno a cinquanta. Uno a dieci, uno a cinquanta, uno a cento! Ma quale
diritto, quale convenzione internazionale avrebbe potuto codificare un istituto
del genere, così vago anche nei rapporti? Il diritto normalmente da delle indicazioni precise; perciò
nessuna Convenzione avrebbe codificato il fatto che il comandante di un reparto
o di un esercito potesse con una sua ordinanza stabilire il rapporto di civili
che avrebbero dovuto esser fucilati in una determinata evenienza senza che gli
stessi fossero stati sottoposti a regolare processo. La rappresaglia in sostanza non è solo un istituto
sconosciuto nel diritto internazionale in quella parte che regola i rapporti
tra i cittadini di un paese e le forze armate occupanti. La rappresaglia come istituto del diritto internazionale
riguarda solamente ed in modo esclusivo i rapporti tra stati NON IN GUERRA TRA
DI LORO, nel senso che uno stato che riceva una offesa priva di giustificazione
da un altro Stato, con il quale non esiste lo stato di guerra, può per
ritorsione - quindi per rappresaglia - condurre un’azione punitiva nei
confronti dello Stato dal quale ha ricevuto l’offesa. Nel riguardare i rapporti si richiama, la norma, agli
Stati, non ai cittadini di quegli stati. Solo la scarsa documentazione e la superficialità nel
trattare la questione da parte degli organi di stampa hanno convinto i
cittadini, che costituiscono la cosiddetta opinione pubblica, a ritenere che
questo istituto di diritto internazionale esista e che le forze di occupazione
possano farlo valere. Sempre in relazione
al processo intentato all’ufficiale delle SS Eric Priebke, il 2 dicembre 1995
sul “Corriere della Sera” apparve un articolo nel quale un giornalista spiegava
che la rappresaglia era legittima in quanto ammessa dalla legge internazionale
di guerra (quale “legge internazionale di guerra” ? sottoscritta da quali paesi
? ratificata da quali parlamenti? In quale data ?) e che il bando relativo,
quello” che annunciava la rappresaglia di dieci contro uno era affisso su tutti
i muri e pubblicato su tutti i giornali”. Si passava dalla superficialità, dall’ignoranza su questo
tema specifico, alla mistificazione dei fatti. Proprio perché l’argomento dello
scritto era il processo Priebke l’inesattezza era doppiamente grave: in primo
luogo nessun manifesto, nessun bando venne affisso sui muri, in secondo luogo
l’assassinio degli oltre 330 prigionieri delle carceri romane e di via Tasso
venne tenuto segreto. L’istituto della rappresaglia balzò agli onori delle
cronache italiane per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il Tribunale militare di Roma, infatti, nel 1946 condannò
il col. Kappler all’ergastolo ritenendolo responsabile non dell’eccidio in sé,
ma perché “aveva ecceduto violando le proporzioni”. Gli altri ufficiali vennero
assolti in “quanto avevano obbedito agli ordini ricevuti”[5]. Con questa sentenza il Tribunale Militare di Roma ammise
l’esistenza dell’istituto della rappresaglia nel diritto internazionale in
tempo di guerra su cittadini estranei ai fatti, commettendo un errore
concettuale molto grave. L’inesistenza dell’istituto della rappresaglia, sia nella
dottrina penale che nel diritto internazionale venne ampiamente dibattuta dai
nostri maggiori giuristi proprio in seguito alla errata sentenza pronunciata da
quel Tribunale Militare. Mentre il bene supremo della vita dell’individuo è da
considerarsi inviolabile e può essere sacrificato soltanto per una
responsabilità penale e personale, venne messo in evidenza in quegli studi di
diritto internazionale che esiste solo la norma inserita nell’articolo 50 della
convenzione dell’Aja del 1907, recepita nel nostro ordinamento giuridico
dall’articolo 65 del regio decreto 1415 dell’8 luglio 1938, la quale norma
prescrive che: “ nessuna sanzione pecuniaria o d’altra specie può essere
inflitta alle popolazioni a causa di fatti individuali, salvo che esse possano
esserne solidalmente responsabili”. Come è facilmente comprensibile si tratta di sanzioni
contro popolazioni coinvolte globalmente in atti che possono essere puniti con
provvedimenti di carattere amministrativo come la requisizione di beni, oppure
con atti quali il divieto di circolazione, oppure ancora l’obbligo di
rispettare gli orari del coprifuoco, ecc. Sempre a proposito
dell’eccidio delle Fosse Argentine le stesse autorità naziste tentarono di
giustificarsi, sapendo bene di aver commesso un vero e proprio delitto,
affermando che era loro intenzione di essere clementi risparmiando la vita dei
CONDANNATI, ma che a seguito degli attentati non avevano potuto usare clemenza
ed erano state costrette ad eseguire le condanne a morte già pronunciate[6]. Si tratta di una delle tante menzogne diffuse dai nazisti
in quanto le persone vittime dell’eccidio non erano mai state giudicate e
condannate da nessun tribunale, né italiano, né tantomemo tedesco. A questo proposito mi sembra importante ricordare che di
fronte agli assassini compiuti dagli Einsatzgruppen in Polonia, dove Himmler
richiese loro di eliminare l’“intelligentia” polacca, il comandante di
un’armata tedesca, il generale Johannes Blaskowitz, si rivolse direttamente a
Hitler accennando “alla grandissima apprensione che generavano arresti,
fucilazioni, confische ... e pure alle preoccupazioni per la disciplina delle
truppe che vivono queste cose con i propri occhi”...e rivolgeva al Hitler “la
preghiera di ripristinare la legalità e soprattutto far eseguire fucilazioni
SOLO IN CASO DI SENTENZE GIUDIZIARIE “. Infatti, non solo gli italiani assassinati alle Ardeatine e
quelli fucilati a Fossoli non erano stati condannati, ma nemmeno risulta che fossero stati oggetto
di una indagine giudiziaria. Erano semplicemente dei cittadini di uno Stato
occupato nelle mani delle forze di polizia naziste. E’ necessario aggiungere che le esecuzioni non ebbero
neanche la caratteristica della rappresaglia (in quanto chi la esercita anche
illegittimamente agisce in modo aperto e clamoroso e la stessa viene
pubblicizzata con manifesti e comunicati radio e stampa allo scopo di fungere
da deterrente per le popolazioni alle quali si rivolge) ma vennero effettuate
segretamente dimostrando così che alla base di quelle esecuzioni albergavano
solo sentimenti di odio e di vendetta. Nella realtà, contrariamente a quello che veniva messo in
evidenza a Trieste dove si terrorizzava la popolazione con le impiccagioni di
via Ghega (dove i passanti potevano vedere i corpi appesi alle finestre dello
stabile) oppure si pubblicizzavano attraverso i giornali locali le fucilazioni
del 21 settembre 1944 richiamandosi ad attentati partigiani, sia l’eccidio
delle Ardeatine che le fucilazioni di Fossoli vennero tenute talmente segrete
che ad esempio la popolazione genovese per la quale avvennero le fucilazioni di
Fossoli non venne a sapere un bel niente. Quindi, se fossero state effettuate per una rappresaglia
mancarono completamente lo scopo. Per cui quando diciamo che le motivazioni di
quegli eccidi, come di tanti altri, perpetrati dalle forze naziste in Italia,
sono da ricercarsi nell’odio e nella vendetta che le animava, non siamo lontani
dalla realtà in quanto non troviamo altre motivazioni plausibili. Il Tribunale Militare di Roma nella sentenza in cui
condannò il colonnello Kappler per l’eccidio delle Fosse Ardeatine assolse gli
altri ufficiali partecipanti alla tragica impresa perché, cosi recitava la
sentenza, “avevano obbedito agli ordini ricevuti “. L’alto ufficiale della marina tedesca, membro dell’ufficio
storico dell’esercito tedesco, testimoniando al processo intentato a Priebke ha
voluto ricordare numerosissimi casi di soldati, sottufficiali ed ufficiali
tedeschi che si rifiutarono, in varie parti dell’Europa occupate dalle forze
armate naziste, di uccidere cittadini che non erano stati regolarmente
processati e condannati da una autorità giudiziaria. A conferma di ciò stanno le disposizioni contenute nel
codice penale militare tedesco, che si basava sulla trasposizione integrale del
paragrafo 47 dal vecchio codice guglielmino, il cosiddetto
"Rechtstaat" (risalente a prima del 1914), il quale autorizzava i
soldati a resistere e a non ubbidire ad ordini che venissero impartiti dai
superiori se quegli ordini contraddicevano i codici morali e penali. Ci sembra a questo punto, dopo aver cercato di chiarire in
breve l’inesistenza di un istituto giuridico a carattere internazionale
denominato “rappresaglia”, di poter affermare che l’azione delle forze di
polizia naziste e della stessa Wehrmacht, culminate con stragi di popolazioni,
debbono considerarsi semplicemente come azioni, dettate da istinti primordiali
come l’odio e la vendetta, effettuate da chi si trovava in una posizione
dominante e che chiaramente sapeva che contro di lui ben poco poteva fare la
popolazione civile. Alberto Berti [1] Occorre tenere presente che i lavoratori coatti
utilizzati dai tedeschi furono quasi 10 milioni. Qui ci si riferisce a quelli
deportati in Germania in base alla responsabilità oggettiva. [2] Una variante peggiorativa della responsabilità
oggettiva fu indubbiamente l’arresto in base al decreto Nacht und Nebel (Notte
e Nebbia) emanato dal Comando supremo della Wehrmacht a firma del generale
Keitel. [3] Gli arrestati appartenenti a questa categoria non
vanno confusi con quelli dell’ordinanza dell’OKW denominata Nacht und Nebel
(Notte e Nebbia). [4] Il generale dell’esercito tedesco Franz Boehme nel
dopoguerra venne estradato in Jugoslavia, processato ed impiccato. [5] Per inciso i tribunali alleati in Germania
comminarono parecchie condanne a morte a gente macchiatasi di particolari
crimini che si difese dicendo di aver obbedito agli ordini. Ricordo Irma Grese, ad esempio. [6] Queste giustificazioni di parte nazista riguardano
sia l’eccidio delle Ardeatine che quello effettuato tra coloro che erano
rinchiusi nel campo di concentramento di Fossoli (67 fucilati).
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